Turchia / Africa
Ankara, grazie agli accordi economici e all’aspetto identitario religioso, sta consolidando il suo potere a sud del Sahara. Dopo il Corno, vuole ora pesare anche nell’area occidentale. L’islam resta una carta che le consente di aprire molte porte. Ma il presidente Erdogan ha chiesto ai colleghi africani di chiudere le “eretiche” scuole della confraternita Gülen.

Si potrebbe definire una strategia di riconquista neo-ottomana, quella che da qualche anno anima il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, intenzionato ad affermare l’interesse politico-economico del suo paese non solo verso il Corno d’Africa e il Maghreb – nei secoli XV° e XVI° sotto l’influenza dei sultani di Costantinopoli – ma anche nei confronti dell’Africa subsahariana.

Le tournée presidenziali nelle capitali africane si sono moltiplicate: il 1° giugno è volato a Kampala per incontrare il presidente ugandese Yoweri Museveni. Il giorno successivo si è recato a Nairobi per colloqui strategici con il presidente kenyano, Uhuru Kenyatta. E subito dopo è tornato in Somalia, paese con il quale da anni, ormai, la Turchia ha cementato relazioni molto articolate. Tra febbraio e marzo ha visitato la Guinea, la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria e il Senegal. Obiettivo: rafforzare i legami economici con i paesi dell’Africa occidentale, un mercato di 350 milioni di consumatori in continua espansione, come gli ha ricordato il presidente ivoriano Alassane Ouattara. Ad Abidjan ha firmato nove accordi bilaterali nei settori di sanità, difesa, telecomunicazioni e urbanizzazione, che si aggiungono ai dieci sottoscritti nel 2015. In precedenza Erdogan aveva guidato la delegazione d’affari turca anche in Etiopia, a Gibuti e in Somalia.

L’ambizioso programma di apertura verso l’Africa – che s’inquadra nel riposizionamento geopolitico delle relazioni internazionali turche progettato dall’ex premier Ahmed Davutoglu quando era ministro degli esteri (2009-2014) – sta dando i suoi frutti: gli scambi commerciali fra Ankara e i paesi africani sono passati da 5,3 miliardi di dollari nel 2003 a 23,4 miliardi nel 2014.

Le esportazioni turche riguardano soprattutto i settori dell’edilizia e della sanità, prodotti agroalimentari, tessili, chimici, macchinari, mobili, elettrodomestici. Le merci “made in Turkey” sono considerate di migliore qualità rispetto a quelle cinesi e meno costose dei prodotti in arrivo dall’Europa. Altro elemento favorevole è l’impiego di manodopera africana da parte delle imprese turche, impegnate in 1.150 progetti, dal valore di 55 miliardi di dollari, su tutto il continente.

Un rapporto pubblicato dal Financial Times stima in 16.593 i posti di lavoro creati nel 2014 dagli investimenti turchi in Africa, in assoluto la cifra più alta rispetto all’occupazione generata dagli altri paesi, Cina compresa.

Dai paesi dell’Africa subsahariana la Turchia importa oro, minerali, cotone, legname, cuoio. Recentemente Ankara ha stretto accordi anche nel settore dell’energia con Camerun, Kenya, Niger e Sudan. Nel novembre scorso una centrale elettrica galleggiante è arrivata nel porto di Tema, in Ghana: la nave Aysegul Sultan, approntata insieme a uno scafo gemello dalla compagnia turca Karpowership, contribuisce ora per il 22% al fabbisogno energetico del paese. Con un costo totale di 1,2 miliardi di dollari è il più importante investimento turco in Ghana. In Etiopia, invece, la società d’ingegneria Visor ha intenzione di stanziare 3 miliardi di dollari nel settore delle telecomunicazioni.

Incontri ravvicinati

L’interesse di Ankara verso il continente africano inizia con l’Africa Action Plan del 1998, ideato dal governo turco per offrire nuovi sbocchi geografici alle aziende e allargare la sua sfera d’influenza all’Africa subsahariana. La vera svolta si registra con l’avvento al potere, nel 2002, dell’Akp (Partito della giustizia e sviluppo): il 2005 è proclamato “Anno dell’Africa” e il primo ministro Erdogan va in visita in Etiopia e Sudafrica.

Nel 2006 Tuskon, la confederazione degli industriali e imprenditori, organizza il primo “Trade bridge”, ponte commerciale fra Turchia e Africa. Nel 2008, 50 paesi africani partecipano a Istanbul al primo vertice di cooperazione con gli eredi di Solimano; nello stesso anno la Turchia è dichiarata partner strategico dell’Unione africana e diventa membro della Banca africana di sviluppo. Il secondo vertice di cooperazione Turchia-Africa si è svolto nel novembre 2014 a Malabo, Guinea Equatoriale, e ha prodotto il “2015-2019 Joint Implementation Plan”.

Come gli altri paesi emergenti (Cina, India, Brasile) impegnati ad accrescere la propria influenza commerciale in Africa, anche Ankara ha puntato sull’ampliamento della rete diplomatica, che è avvenuto in tempi rapidissimi: nel 2009 erano solo 12, ora sono 39 le ambasciate turche nei paesi africani. «Il nostro obiettivo è aprire ambasciate in tutti i 54 paesi africani», ha ribadito Erdogan alla cerimonia di apertura della nuova sede della rappresentanza diplomatica a Mogadiscio, la più grande d’Africa. «Ambasciate che non devono essere situate in locali in affitto, per questo abbiamo iniziato a comprare i terreni».

Fra il 2009 e il 2011 si è verificata una vera e propria maratona diplomatica con 37 visite in Africa fatte da autorità istituzionali turche (presidente, primo ministro, parlamentari) contraccambiate da 76 viaggi in Turchia di leader africani. Da parte sua Tuskon e le associazioni affiliate hanno organizzato oltre 200 delegazioni commerciali in Africa negli ultimi anni.

L’estendersi del network diplomatico è andato di pari passo con lo sviluppo della compagnia aerea di bandiera Turkish Airlines, che in tre anni ha quasi raddoppiato il numero degli aeroporti africani collegati con Istanbul (da Abidjan a Yaoundé sono 50 le destinazioni coperte in 34 paesi) contendendo il primato a Ethiopian Airlines e Air France-KLM. «A breve apriremo altre dieci rotte e diventeremo la prima compagnia del continente», afferma l’amministratore delegato Temel Kotil. E laddove non c’è l’aeroporto, la Tav Airports lo costruisce: è il caso dello scalo di Enfidha, 40 chilometri a sud di Hammamet (Tunisia), un investimento da oltre 500 milioni di euro, operativo dal dicembre 2009.

Il ruolo che la Turchia si è ritagliata in Africa non è soltanto “business oriented”. In più di una occasione Erdogan ha voluto sottolineare la differenza fra il suo paese e le ex potenze coloniali: «La Turchia non segue una logica colonialista che favorisce una sola delle parti, ma vuole stabilire una collaborazione duratura, fondata sul rispetto e sull’utilità reciproca», ha dichiarato durante una visita in Niger, nel gennaio 2013. Al presidente turco piace anche presentarsi come portavoce delle istanze africane presso gli organismi internazionali. È così che, ad esempio, il G20 del novembre scorso ad Antalya ha ospitato eventi in linea con l’Agenda 2063, progetto a lungo raggio dell’Unione africana (http://agenda2063.au.int).

Il ruolo della religione 

La comune fede nell’islam è un fattore culturale importante che favorisce il dialogo con i paesi africani a maggioranza musulmana. E crea solidarietà: la Turchia si è distinta per impegno umanitario in situazioni di emergenza come l’aiuto alla Somalia durante la drammatica carestia dell’estate 2011. Furono raccolti 365 milioni di euro, Erdogan, con moglie e quattro ministri, si recò a Mogadiscio, primo premier non africano a sbarcare in Somalia dopo 20 anni. Il sostegno turco al fragile governo somalo è continuato negli anni con la costruzione del più importante ospedale di Mogadiscio, la sistemazione di aeroporto, strade, orfanotrofi, scuole, pozzi. Nel febbraio scorso Istanbul ha inoltre ospitato un Forum internazionale di alto livello volto a rafforzare i legami tra Turchia e Somalia. «Le istituzioni statali hanno speso 370 milioni di dollari, le ong hanno fornito aiuti per 130 milioni, i privati hanno investito per circa 100 milioni», aveva ricordato il presidente turco in quell’occasione, annunciando che «due milioni di dollari verranno donati ogni mese al governo somalo direttamente dal nostro budget».

Nel campo della cooperazione, la Turchia è presente nel continente con 15 sedi dell’agenzia governativa Tika, che coordina una quarantina di progetti: dalla sanità (supporto alla lotta contro Ebola, nuovi ospedali in Sudan ed Etiopia, ambulanze) alla costruzioni di pozzi (259 in Niger dove 740mila persone hanno avuto accesso all’acqua potabile); dall’educazione (200 scuole costruite o riparate) alla distribuzione di un milione di copie del Corano.

L’istruzione è uno degli obiettivi primari del cosiddetto “soft power” turco: da anni governo e ong distribuiscono borse di studio che permettono a circa 13mila giovani africani di studiare in licei e università turche.

Molto attiva in ambito scolastico è la confraternita Gülen, fondata dall’imam Fethullah Gülen, che, con il supporto finanziario dell’associazione degli imprenditori Tuskon, ha costruito un centinaio di scuole private di buon livello. Solo in Nigeria ce ne sono 17 e anche l’unica università, la Nigerian Turkish Nile University, ha sede ad Abuja. Riconosciute e sostenute fino al 2014 dal governo turco, sono ora ostacolate dopo che il partito di governo Akp ha messo al bando il movimento, accusandolo di voler creare «uno stato nello stato». Erdogan stesso ha chiesto ai leader africani la chiusura delle scuole, insinuando il sospetto che sostengano il terrorismo islamista. Gabon e Senegal hanno seguito il consiglio turco, mentre il presidente mozambicano Filipe Nyusi e il ministro dell’educazione ivoriano si sono rifiutati di farlo.

La rottura con la potente confraternita e la mancanza di risorse economiche per far fronte agli impegni presi sono fattori che potrebbero rallentare il sogno di riconquista del sultano Erdogan.

Qui sopra: Erdogan in visita in Ghana

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