L’intervista alla senatrice Emma Bonino
Il 3 e 4 maggio a Dakar, in Senegal, parlamentari provenienti da 20 paesi africani hanno chiesto che, alla prossima Assemblea Generale, le Nazioni Unite approvino una moratoria globale sulle mutilazioni genitali femminili (Mgf). Un percorso che prosegue da oltre vent’anni e che vedrà un’altra tappa fondamentale nel prossimo vertice dell’Unione Africana a luglio, in Uganda. L’intervista alla senatrice Emma Bonino.

Le mutilazioni genitali femminili, una pratica antichissima e ancora molto diffusa in tutto il continente.
Un fenomeno vasto e complesso, che include pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale, dei genitali femminili esterni.
L’Unicef stima che in Africa il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale siano tra i 100 e i 140 milioni. A queste statistiche si aggiungono ogni anno circa tre milioni di bambine, non solo in Africa, ma anche in occidente.
Un intervento devastante per le donne, sul piano psicologico, sanitario e sociale. Ciò nonostante, in Africa, solo 18 stati dei 53 che compongono il continente hanno finora adottato leggi che vietano queste pratiche, mentre sul piano sociale molto resta ancora da fare.
A Dakar, in Senegal, il 3 e 4 maggio scorsi, era presente anche la senatrice Emma Bonino, vice presidente del Senato, esponente dell’organizzazione internazionale “Non c’è pace senza Giustizia”, da anni impegnata a combattere questa pratica.

L’intervista a Emma Bonino, vice presidente del Senato, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan.

 

D: Quante erano le parlamentari donne a Dakar?

R: Erano rappresentati 28 paesi. A livello parlamentare erano 20. Devo dire che la stragrande maggioranza erano donne. Il Mali aveva una delegazione composita, uomini e donne, la Liberia anche, ma, in generale, erano tutte parlamentari donne, forse non a caso.


D: Cosa è emerso in concreto da questa conferenza? Mi sembra di capire che ci siano due percorsi quello della moratoria Onu e quello poi affidato invece all’Unione Africana e alle organizzazioni regionali.

R: In realtà la campagna si svolge su tre livelli: quello sul campo, che spetta soprattutto, agli attivisti locali. C’è, poi, un livello di azione che è quello legislativo e normativo: quindi che riguarda parlamentari e governi. C’è, infine, il livello interregionale, per evitare che si verifichino situazioni come quella del Mali, che, non avendo ancora una legge, è diventato destinazione di chi, dal Burkina Faso, paese dove la pratica è proibita, trova zone franche.
L’impegno è diretto a coinvolgere tutti gli stati africani, e quindi l’Unione africana. Il tentativo è quello di arrivare ad una risoluzione delle Nazioni Unite già all’Assemblea Generale di quest’anno.
Stiamo parlando, quindi, di dicembre 2010 per la messa al bando totale della mutilazione genitale femminile come violazione intrinseca alla Carta Universale dei Diritti Umani. Questo grazie anche alla partecipazione della Cooperazione italiana, che ha accompagnato tutta questa campagna ma anche la conferenza di Ougadougou quella de Il Cairo, quella di Gibuti e tutti i seminari nazionali.
Tra l’altro, è impressionante come il muro del silenzio stia cadendo. Ad ogni riunione, abbiamo paesi nuovi, che magari fino a due mesi prima erano veramente impenetrabili. Questa volta c’era ad esempio la Liberia, la Mauritania, c’era la Sierra Leone, che solo un anno fa era molto timida, ora è molto più determinata.


D: Sul piano legislativo mi sembra di capire che il problema di fondo sia la forte disparità che andrebbe uniformata. Mi riferisco al fatto che alcuni paesi hanno approvato delle leggi, altri non ne hanno. Altri, le leggi le hanno, ma non vengono applicate.

R: Esattamente. Su 28 paesi 18 hanno una legge di proibizione, gli altri si stanno aprendo. Le leggi non sono omogenee tra loro. Per esempio, le sanzioni sono molto diversificate: per alcune leggi, come quella egiziana, è prevista una parte penale e una ‘incitativa’, attraverso campagne di informazione, di sostegno ai gruppi di attiviste. Tutta una parte propositiva, dunque, che in altre leggi, specialmente le più antiche, manca totalmente. Poi ci sono paesi che hanno questa legge di proibizione che confinano con paesi in cui non è ancora stata approvata. In questo caso il problema viene in qualche modo spostato.


D: Durante questa conferenza il rappresentante ugandese ha fatto notare che la gente deve volere queste leggi altrimenti restano inapplicate. Sul piano sociale quali sono le resistenze ancora?

R: Le resistenze sono uguali a quelle che si incontrano quando si tratta di pratiche tradizionali, sostenute con alibi diversii. I leader religiosi ci sono stati molto utili, partecipando a tutte le conferenze, spiegando che nessuna religione prescrive o anche solo accenna a queste mutilazioni. Io ricordo molto bene la chiusura dell’intervento dell’imam Tantawi, al Cairo. Fu: ” Se volete continuare a mutilare le vostre figlie trovatevi un altro alibi, non vi riferite al Corano, perché non è così. Se volete continuare questa pratica nefasta trovatevi un’altra scusa”. E devo dire che questa alleanza, questo sostegno di tutti i leader religiosi è stato fondamentale nel mutamento di percezione di molti paesi. È chiaro, le pratiche tradizionali hanno poi una loro resistenza, che è dovuta innanzitutto all’ignoranza, ma in realtà è una pratica, come potete immaginare, di possesso sul corpo delle donne, una pratica di tipo ancestrale a cui tutti poi aggiungono un qualche alibi: chi si rifà alla religione, chi alla salute. Come se queste pratiche aiutassero, insomma. Anni fa si diceva ancora che questo “governa e disciplina gli eccessi sessuali delle donne”. Insomma c’erano luoghi e stereotipi comuni, dei più virulenti e dei più nefasti.


D: Le donne che ruolo svolgono a questo punto. Nell’ultimo decennio è cambiata parecchio la mentalità anche delle donne. Molte si sono ribellate, poi si sono unite. Sono nate nuove associazioni. Che peso hanno?

R: Sono determinanti. In realtà sono loro in prima fila. Sono il motore trainante. Hanno preso consapevolezza e dimestichezza. In molti paesi, hanno coinvolto i medici o l’ordine dei medici, gli imam o i leader religiosi, i giuristi, per farsi aiutare a scrivere le leggi e a discutere con loro che tipo di legge poteva essere utile. L’aiuto che noi abbiamo dato sia come “Non c’è pace senza giustizia”, sia come Cooperazione italiana, è stato quello di sostenerle e aiutarle in questi incontri regionali, transnazionali o anche a livello nazionale. L’altro ruolo che abbiamo avuto è stato quello di metterle in contatto, a volte trovando lo scontro, a volte il sostegno, con le istituzioni. Nella prima fase di questa campagna, le attiviste non hanno, infatti, avuto la possibilità o il coraggio o gli strumenti di interpellare le istituzioni, siano essi i parlamenti, i governi o anche le autorità locali.
Questo passo aggiuntivo, che noi abbiamo aiutato a compiere, credo sia anche quello che ha fatto cambiare, in modo determinante, il tono e il ritmo della campagna.


D: Alcuni, anche a Dakar, hanno sostenuto che quella contro le mutilazione genitali sia una guerra affidata unicamente alle Ong e alle Nazioni Unite. La maggior parte dei finanziamenti, in effetti, arriva proprio da questi canali. Qual è la sua opinione?

R: Negli ultimi tre anni sono stati coinvolti anche i governi. Penso ad esempio alla campagna d’informazione radiofonica fatta in Egitto e voluta dalla ministra Mushira Khattab. Vedo un coinvolgimento che riunisce le Ong, ma ormai costringe anche parlamenti e governi.
Il 5 agosto c’è stata una marcia a Bamako: 50° all’ombra, 10mila persone, soprattutto donne, che arrivavano da tutto il Mali per chiedere la legge. È chiaro che i finanziamenti sono il tipo di sostegno che noi possiamo dare, d’altra parte la cooperazione serve anche a questo. Pensi al Niger: senza un sostegno finanziario, il Niger avrebbe deciso di avere tutt’altre priorità.


D: Dipende molto anche dalla sensibilità dei governi, mi sembra di capire.

R: È evidente. Quando si riesce, ad esempio, a coinvolgere i governi sulla campagna d’informazione, si aprono più facilmente radio e tv locali. Così è, come in tutto il mondo.


D: Quali sono adesso le prossime tappe sul piano politico?

R: Abbiamo adesso Kampala. Un incontro propedeutico alla riunione dell’Unione africana, che sarà appunto a luglio, nella capitale ugandese e presieduta dal presidente Museveni. In questo momento l’Uganda può avere un ruolo determinante, di leadership, visto anche l’impegno della first lady in questo campo. L’incontro è stato organizzato a latere della grande conferenza diplomatica. Sarà un momento in cui saranno presenti tutta una serie di governi africani e non solo. Una data importante che poi deve portare a un presa di posizione dell’Unione Africana a luglio.

(ha collaborato Valentina Garbato)