Da Nigrizia di luglio-agosto 2010: il libro di Solomon Tshekisho Plaatje
Un antico e straordinario capolavoro letterario africano del 1930, primo romanzo in lingua inglese scritto da un sudafricano di colore. Il libro ha una storia complessa che racconta quale fosse la situazione culturale dell’epoca. E di una strana alleanza.

L’autore di Mhudi è Solomon (“Sol”) Tshekisho Plaatje, intellettuale sudafricano di etnia tswana, che ha lasciato scritti documentari e narrativi di grande rilievo. Il romanzo, tuttavia, è senza dubbio la sua opera principale. Scritto negli anni fra il 1910 e il 1918, Mhudi fu pubblicato soltanto nel 1930 dalla stamperia missionaria Lovedale Press, in un Sudafrica in cui non esistevano veri e propri editori.

 

La pubblicazione fu, comunque, ritardata a causa dell’ostilità nei confronti di un prodotto indigeno, visto come inferiore ai livelli europei e, allo stesso tempo, pericoloso perché elogiativo delle culture locali e, quindi, implicitamente sovversivo. I missionari censurarono il testo originale, togliendone la figura d’un narratore orale, che si pone come cantore della vicenda ed è un antenato dello stesso Plaatje.

 

La versione integrale di Mhudi è stata riscoperta in modo – è il caso di dirlo – davvero romanzesco, dato che solo nel 1975 due studiosi sudafricani, Stephen Gray e Tim Couzens, hanno fortunosamente ritrovato il manoscritto nei magazzini della Lovedale, svuotati a causa di un incendio, e hanno potuto restituire al testo la sua completezza originale. Il romanzo è stato tradotto in italiano da Michela Canepari per l’editore Baldini Castoldi Dalai (2010).

 

Sol Plaatjie (1876-1932) veniva da una grande famiglia barolong di antiche tradizioni, era poliglotta e appassionato studioso di problemi linguistici e letterari (compilò, insieme al linguista anglosassone Webster, un dizionario tswana-inglese, e tradusse cinque drammi di Shakespeare in lingua tswana), ma anche un intellettuale di eccezionale statura e un politico attivo e originale. Ancora giovane, fu stenografo, interprete e traduttore presso i tribunali coloniali, poi entrò nel giornalismo e fondò giornali in lingue africane. Nel 1912, all’indomani della guerra anglo-boera e della totale presa di potere da parte della Gran Bretagna, fu tra i fondatori dell’attuale African National Congress (Anc), di cui divenne il primo segretario generale. Si batté contro il razzismo e la discriminazione e per la solidarietà dei popoli oppressi, in collegamento con i leader neri allora attivi negli Stati Uniti, dove si recò a raccogliere solidarietà per i popoli dell’Africa australe.

 

Consapevole della propria statura intellettuale, dialogava con i grandi personaggi suoi contemporanei; era amico e ammiratore di Olive Schreiner, autrice di Storia di una fattoria africana (1883). Ha scritto altre due importanti opere narrative, sempre in lingua inglese: il Boer War Diary (storia dell’assedio di Mafeking durante la guerra anglo-boera; pubblicato 40 anni dopo la morte) e Native Life in South Africa, importante e appassionata difesa delle civiltà africane.

 

Mhudi è un romanzo storico ambientato nel primo Ottocento, all’indomani delle guerre di conquista degli zulu e durante i movimenti di popoli nell’area australe, cui si aggiunsero, alla fine degli anni ’30, i flussi di boeri fuggiaschi dalla Colonia del Capo, ormai dominata dai britannici, e in cerca di terre fertili dove stabilirsi, mantenendo la schiavitù che gli inglesi ormai avevano proibito e che essi ritenevano indispensabile alla propria sopravvivenza, oltre che giustificata dai dettami delle sacre Scritture.

 

Mhudi, la protagonista femminile, in fuga da una città espugnata e saccheggiata, incontra il giovane Ra-Thaga, anch’egli fuggiasco. Sullo sfondo tragico di un passato in fiamme e in rovine (a somiglianza di una Troia espugnata dai greci), i due s’incontrano e si amano, creando una temporanea situazione di idillio. La coppia viene, poi, coinvolta nelle vicende dell’epoca, nei movimenti di truppe matabele e barolong che si spostano sul territorio. E incontrano un gruppo di boeri con i quali fanno amicizia, nonostante la diffidenza che ispirano loro quei bianchi dalle abitudini discriminatorie nei confronti della servitù africana che si trascinano dietro. Alla fine, il gruppo dei matabele lascia la regione per rifugiarsi a nord, sfuggendo così ai guerreggiamenti in corso nell’area.

 

Il romanzo non solo narra il passato epico dei popoli bantu, ma prefigura la distruzione delle sovranità indigene, la perdita della terra, la totale soggezione cui il colonialismo voterà gli africani. Scritto subito dopo il Native Land Act del 1913, con cui gli inglesi assegnavano agli africani soltanto l’8% dell’intero paese, il romanzo è percorso dai brividi di presagio su quanto potrebbe essere disastroso il futuro, anche se prefigura una possibilità diversa, quella di un Sudafrica multietnico e multiculturale, che purtroppo, nella realtà, non poté prendere forma a quell’epoca.

 

Si tratta di uno straordinario classico delle letterature del mondo, ancora assolutamente ignorato in Italia. Riletto con occhi nuovi, come uno dei primi esempi di discorso post-coloniale, appare oggi colmo di ironia e ambiguità, sebbene rimanga avvolto nel velo della propria segretezza africana. Nonostante le inevitabili autocensure, offre un ironico capovolgimento dei romanzi d’amore della tradizione imperiale britannica e, ancor più, della narrativa di avventura e di guerra così fiorente nell’Ottocento europeo.

 

Ma l’universo in cui si muovono i personaggi è quello degli africani, con la loro storia, il loro passato, le loro vicende di conquista, fuga e resistenza. Il canovaccio storico segna, così, l’inizio della letteratura africana in lingua inglese come presa di parola che prescinda da ogni subalternità coloniale e affermi il proprio sé identitario con semplice realismo, ma insieme con orgoglio.

 

La natura storico-politica di questo romanzo e la sua avventurosa vicenda editoriale testimoniano l’esistenza e la forza delle culture africane a inizio Novecento, in un contesto in cui vi sarebbero state buone condizioni per lo sviluppo di una società multietnica e multiculturale, se in quel volgere di secolo gli interessi materiali del colonialismo non avessero giocato un ruolo determinante, escludendo ogni partecipazione africana al discorso della nazione che si stava costruendo, e che nacque razzista, per sfociare, pochi decenni più tardi, nell’apartheid.

 




Acquista
l’intera rivista in versione digitale