L’attivista Hindou Oumarou Ibrahim
Hindou è coordinatrice dell’Associazione delle donne peul e dei popoli autoctoni del Ciad. Combatte i “nuovi agricoltori” – ministri, generali, persone o potenti – che prendono la terra fino a esaurirne le risorse e generando conflitti tra le comunità indigene che cercano di accaparrarsi le poche aree fertili rimaste.

«Vengo da una comunità nomade ma ho avuto la fortuna di andare a scuola». Hindou Oumarou Ibrahim,34 anni, è minuta ma dal suo sguardo trapela la sua forza e la sua determinazione. È una rappresentante dei mbororo, una società pastorale del Ciad. «Mi sono sentita esclusa da piccola: mi dicevo, io almeno sono andata a scuola, ma qual è la sorte dei bambini che non ci sono andati?». Così è nata la sua decisione, maturata nel tempo, per fare in modo che nessun altro vedesse i suoi diritti violati. «Mi sono resa conto che non si può parlare dei diritti di un essere umano senza parlare della protezione dell’ambiente» aggiunge. «Dipendiamo dall’ambiente e l’ambiente dipende da quello che facciamo per difenderlo. Per questo mi sono lanciata nel combattere le ingiustizie e le violazioni dei diritti», sottolinea Hindou.

 

I nuovi potenti

La vita non è facile per i pastori del Ciad e Hindou Oumarou Ibrahim la conosce bene, perché è coordinatrice dell’Associazione delle donne peul e dei popoli autoctoni del Ciad. «Sono arrivati quelli che chiamiamo nuovi agricoltori e nuovi allevatori, che accaparrano le terre» racconta. «La maggior parte di loro sono ministri, generali, sono dei ricchi o persone che hanno potere» spiega. E sottolinea come prendano la terra per piantare colture da reddito, come riso e miglio, su grandi estensioni. «È così che si crea il conflitto tra noi, allevatori e comunità agropastorali che svolgiamo attività tradizionali nel rispetto dell’ambiente, e i nuovi occupanti» afferma la rappresentante peul. Le comunità di pastori da cui proviene Hindou lavorano in sintonia con l’ecosistema: «Quando usiamo dei pascoli poi ci spostiamo, per lasciare il tempo alla natura di rigenerarsi da sola. I nuovi allevatori, invece, quando arrivano rimangono sul posto, lasciando che gli animali esauriscano tutte le risorse».

 

Un codice inutile

«In Ciad abbiamo la legge numero 004 del 1958 che regola i corridoi di transumanza, una legge coloniale che non è mai stata veramente applicata» racconta Hindou Oumarou Ibrahim e aggiunge: «Nel 2014-15 c’è stata l’attualizzazione del codice pastorale, redatto da un gruppo di esperti senza consultare la popolazione». Un tentativo che si è rivelato un buco nell’acqua secondo la rappresentante delle comunità indigene, perché per realizzare un codice condiviso serve un’ampia consultazione con pastori e agricoltori. La nuova legge è stata redatta più volte e più volte respinta.

Hindou ha coordinato le popolazioni indigene durante i negoziati per l’accordo di Parigi e conosce molto bene gli effetti dei cambiamenti climatici sulle comunità autoctone. «I cambiamenti climatici hanno aumentato molto i conflitti all’interno delle comunità, in particolare per gli agricoltori», spiega. «Dieci anni fa una famiglia produceva, con un ettaro, venti sacchi di miglio, ora ogni anno cambia. L’anno scorso hanno ricavato quattro sacchi e quest’anno due» racconta Hindou, riferendosi alla sua recente visita alla comunità di origine. «Questo vuol dire hanno bisogno di più terra» sottolinea e aggiunge: «Quando però gli agricoltori si allargano creano conflitti con gli allevatori, che hanno bisogno di pascoli e vogliono accedere all’acqua».

 

Un lago, una pozzanghera

Il lago Ciad è diventato un simbolo degli effetti della siccità e del cambiamento climatico sull’ecosistema, come sottolinea la giovane rappresentante indigena: «Siccome l’acqua del lago è diminuita, durante la stagione secca, dove non c’è più acqua, la terra è umida. Questa terra fertile attira persone che arrivano anche da molto lontano per coltivare. Si tratta, però, di un’area che normalmente viene utilizzata dai pastori nomadi per accedere all’acqua. Così esplodono i conflitti tra comunità».

Le popolazioni locali possiedono ancora conoscenze e saperi tradizionali che le aiutano a comprendere l’ambiente che le circonda e a prevedere le annate di siccità. Come spiega Hindou: «Molti di questi saperi tradizionali hanno già cominciato a sparire». È iniziato, quindi, un lavoro di registrazione «per poterli custodire e proteggere».

La giovane donna è membro anche del Comitato di coordinamento per i popoli indigeni africani, una rete presente in 23 paesi, di cui fanno parte più di 135 organizzazioni di popoli autoctoni: dai pastori nomadi ai cacciatori raccoglitori. «Tutti abbiamo le stesse problematiche: l’accesso alla terra, alle risorse naturali, la protezione dei nostri diritti minimi, come quello all’educazione, alla salute e all’acqua potabile» racconta Hindou ed evidenzia come le richieste siano le stesse in molti paesi: «Chiediamo ai governi il riconoscimento di queste priorità e dei nostri diritti».

Essere indigena non è facile, come non è facile essere donna. «Ho dovuto lottare per farmi ascoltare» dice e ricorda come nei posti di potere si trovino sempre uomini, che fanno fatica a prendere in considerazione i consigli di una donna.

Nella foto, l’attivista Hindou Oumarou Ibrahim