Luca Peloso

Oggi un articolo di giornale o un tweet suscita più dibattiti di un saggio perché spettatori e lettori – quando ce ne sono – non reggono più la lunga distanza. Quindi adottare uno stile diretto e puntare sulla brevità è quasi un obbligo, quando si tratta di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su alcuni temi importanti della vita di un paese.

È questo che devono aver pensato Stefano Liberti e Gabriele Del Grande mentre si preparavano a realizzare In nome del popolo italiano, mini-documentario di denuncia sbarcato ieri al “Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina” in corso a Milano. Oggetto: il Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria a Roma, un vero e proprio carcere dove vengono reclusi fino a 18 mesi i migranti senza regolare permesso di soggiorno. Padri di famiglia, lavoratori, ragazze e ragazzi rinchiusi in una gabbia al costo stimato di 45 euro pro capite al giorno: ha senso tutto ciò? È quello che si chiedono i due autori – e noi con loro.

Cortometraggio di sette minuti dal sicuro impatto emotivo, In nome del popolo italiano fa leva sull’efficacia di un linguaggio semplice, fatto di immagini che non hanno bisogno di spiegazioni. Macchina da presa ad altezza d’uomo e a ridosso delle sbarre per acuire la sensazione di soffocamento, primi piani di lucchetti e cancellate. Non vediamo mai in faccia gli intervistati, inquadrati di spalle o ritratti dal busto in giù, ma sentiamo le loro voci. Un modo per rendere tangibile la condizione di chi è senza diritti: spersonalizzato, senza volto.

La prospettiva di Liberti e Del Grande è inequivocabile e difficilmente contestabile: un paese sedicente democratico non può permettersi di ridurre l’immigrazione a semplice problema di ordine pubblico. Eloquente a questo proposito il finale, in cui uno dei reclusi si rivolge all’operatore (e, quindi, allo spettatore) chiedendogli chi lavorerà per gli italiani, se la politica è maltrattare e cacciare i migranti, dato che di manodopera a basso costo c’è bisogno. Domanda volutamente provocatoria, che da un lato dice che non è una questione di convenienza ma di dignità, dall’altro ci ricorda che senza i migranti l’Italia sarebbe più povera. In tutti i sensi, compreso quello economico.

WAIRIMU, RAGAZZA MADRE