È l’integrazione la sfida che gli stranieri hanno lanciato dalle piazze italiane ed europee per la prima giornata di sciopero degli immigrati. Una sfida diretta alla politica e alla società italiana, ma anche a loro stessi, per diventare i veri promotori di una società aperta al cambiamento.

«Il primo marzo non finisce qui: comincia oggi» Edda Pando, dell’associazione Todo Cambia, tra gli organizzatori della manifestazione di Milano, lo scandisce chiaro dalla testa del corteo colorato che sfila per le strade della città. Si rivolge soprattutto agli stranieri: li invita a portare a casa le emozioni di questa giornata, a condividerle con chi, per paura o disinteresse, non ha voluto scendere in piazza per manifestare i suoi diritti.

 

Richiama loro la necessità di farsi vedere, di farsi sentire: chiedere che vengano riconosciuti i propri diritti come cittadini significa anche ammettere che l’Italia è la propria casa, ed impegnarsi in prima persona per considerarla tale, e per lanciare questo messaggio agli italiani.

 

Sono in tanti gli immigrati che hanno sfilato lunedì sera per le vie di Milano, in occasione della prima giornata di astensione dal lavoro per gli immigrati, 24 ore di sciopero per sottolineare quanto sia importante il loro ruolo per la società e l’economia italiane. In corteo c’erano più stranieri che italiani, secondo gli organizzatori. Lunedì mattina, davanti a Palazzo Marino, sede del comune di Milano, in occasione del presidio che ha lanciato le iniziative della giornata, si erano riunite poche centinaia di cittadini, gli stranieri non erano nemmeno un terzo dei presenti. La sera, davanti a piazza Castello, alla fine della manifestazione, sono arrivate almeno 10mila persone. «La presenza massiccia di immigrati al corteo serale è la vera vittoria di questa giornata: abbiamo vinto la sfida!» afferma Luigi, insegnante che fa parte del comitato Primo marzo «Per la prima volta siamo riusciti a coinvolgere davvero gli immigrati, questo è il loro corteo».

 

Piazza del Duomo alle 18 era già gremita: presenti molte comunità africane, dal Senegal al Camerun, dall’Eritrea alla Somalia. Tanti, tantissimi i latinoamericani: cileni, argentini, brasiliani, boliviani. E ancora cinesi, cingalesi, siriani, marocchini. Tutti orgogliosi di indossare qualcosa di giallo, il colore simbolo della giornata. Tra famiglie con passeggini, teenagers di seconda generazione, gruppi di madri musulmane con i bambini per mano, giovani stranieri in Italia da pochi anni e immigrati ormai in pensione, quelli che hanno sfilato ieri a Milano sono i nuovi cittadini, rappresentanti di una società meticcia, che non vuole più porsi il problema di appartenere a questa o a quella cultura, perché è già espressione della società reale.

 

Non solo a Milano: le manifestazioni si sono svolte in contemporanea in altre città italiane ed europee. Grande successo a Napoli e Bologna, ma anche a Roma, a Firenze, a Padova.

 

Il coinvolgimento degli immigrati è riuscito, ma sono pochi quelli che hanno davvero scioperato: molti di loro semplicemente perché non hanno un impiego. Moussa è senegalese, è arrivato a Milano da quasi un anno, ha lavorato un po’ in nero, ma è disoccupato da dicembre. E quindi irregolare: «Sono molti nella mia stessa situazione. In effetti io non conosco nessuno straniero che oggi ha davvero scioperato». «Certo che oggi ho scioperato! Ma per me non è stato difficile: io lavoro per i sindacati». Maria è avvolta da una bandiera cilena, ma vive in Italia ormai da oltre 10 anni e si sente italiana. «Nella mia ditta ci sono oltre 100 lavoratori immigrati, e nessuno di loro oggi si è astenuto dal lavoro, avevano troppa paura. Però sono tutti andati a lavorare vestiti di giallo!».

 

«Oggi ho chiuso la mia impresa, e ho spiegato ai miei ragazzi perché dovevano stare a casa» racconta Nuri, siriano, che a Milano ha aperto la sua impresa di pulizia ed ha assunto solo stranieri. «Non è stato facile far capire loro che era importante scioperare oggi. Perdere un giorno di lavoro incide molto sull’economia di un immigrato».

 

«Questa è casa nostra, da qui non ce ne andiamo» ricorda ancora dal palco di Piazza Castello Edda Pando «Ma la vera sfida comincia ora». Una sfida che gli immigrati lanciano alla società italiana e soprattutto alla politica. Ma che riguarda da vicino anche loro, perché diventino i primi promotori dell’integrazione.