I paesi membri hanno due anni di tempo per adeguarsi alle direttive europee
La “direttiva rimpatri” appena approvata a Strasburgo delinea una strategia europea miope, che non risolverà i veri problemi legati ai flussi migratori: morti in mare, sfruttamento del lavoro, povertà dei paesi di origine. Ma, nonostante i cospicui finanziamenti, non riuscirà nemmeno nel suo vero obiettivo: bloccare l’ingresso di stranieri nel continente.

Un’Europa sempre più blindata. Il continente ha che colonizzato il mondo, espandendosi ad est, sud, ovest; il continente da cui il secolo scorso sono partiti migliaia di migranti in fuga dalle guerre, dalla disoccupazione, dalla miseria; con l’approvazione, ieri, da parte del parlamento europeo, della cosiddetta direttiva sui rimpatri, ha reso ancora più inespugnabile la sua fortezza.
 
La direttiva, come tutte le norme approvate a Strasburgo, non ha diretto valore vincolante: i paesi membri hanno 2 anni di tempo per adeguare le proprie leggi. Tra gli scopri principali dell’iniziativa europea, quello di dotare l’Unione di una politica comune nei confronti del complicato fenomeno dell’immigrazione.
 
Siamo ben lontani dall’avere una strategia comune, a livello europeo, per regolare i procedimenti di richiesta d’asilo, l’accoglienza degli stranieri, i flussi migratori. Ma per combattere gli ingressi clandestini è stata trovata subito l’intesa: 369 i voti favorevoli, 197 contrari, 106 astenuti. Senza badare a spese: la direttiva sblocca subito i 676 milioni di euro stanziati da Bruxelles per risolvere il problema. Una cifra che ha convinto molti eurodeputati scettici a far passare subito il testo senza modifiche, senza nemmeno votare i 10 emendamenti di modifica della direttiva, che ne avrebbero causato il blocco per almeno tre anni. Una cifra che molto probabilmente ingrosserà le casse dei paesi “guardiani” del Mediterraneo, a partire dalla Libia e dalla Mauritania, paesi di transito per i migranti, con i quali l’Europa ha solidi rapporti di cooperazione in materia di controllo dei flussi migratori. Soldi che difficilmente questi paesi impiegheranno per sistemare o mantenere le prigioni piene di stranieri, o destineranno agli uffici per i richiedenti asilo, ma che molto più probabilmente verranno destinati a incrementare il controllo delle coste.
 
 
Con il voto del 18 giugno, la detenzione nei cpt per gli stranieri che si macchiano del “grave” crimine di scappare dalla miseria potrà essere prolungata fino a 18 mesi. Qualcuno afferma che si tratta di un passo importante: imponendo un tetto massimo, si migliora la situazione dei detenuti nei paesi che non prevedono limite per la detenzione. Ma la realtà è che la maggior parte dei paesi europei prevede attualmente periodi di detenzione più bassi.
 
Una delle clausole più contestate prevede la possibilità di espulsione di famiglie con minori ma anche di minori non accompagnati. I bambini potranno essere rimpatriati anche se nel paese di origine non ci sono familiari o tutori. 
 
Allarmante anche l’introduzione della possibilità di espulsione nei paesi di transito (come appunto Libia e Mauritania), i quali dovrebbero impegnarsi, in cambio di cospicui finanziamenti, a rimandare a loro volta a casa i migranti
 
Ancora, la direttiva introduce regole diverse per migranti irregolari, in barba chiaramente al principio di uguaglianza, sancito anche nella Convenzione Europea per i diritti dell’uomo. Inoltre introduce il divieto di ritorno per l’espulso per cinque anni. Un limite che avrà probabilmente l’effetto opposto di quello desiderato: farà crescere il numero di clandestini che si nascondono per paura di essere espulsi.
 
A questa linea l’Italia si è parzialmente già adeguata, grazie al pacchetto sicurezza varato dal Consiglio dei Ministri il mese scorso. Per il resto, non dobbiamo preoccuparci: il Ministro dell’Interno Maroni, entusiasta della direttiva europea, ha già promesso che l’Italia si allineerà quanto prima con Strasburgo.
 
Contro la direttiva
 
Subito si sono levate le voci preoccupate di organizzazioni internazionali (fra tutte Amnesty International  ), ong ( tra le altre Terre des Hommes o Save the children ), società civili europee, africane, latino americane, che hanno annunciato di voler far ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europa, per gli evidenti punti di contrasto tra la direttiva e la convenzione Europea per i diritti dell’uomo. Anche il presidente boliviano Evo Morales  ha commentato negativamente la direttiva. Allarmata anche la chiesa e, soprattutto, le agenzie dell’Onu: l’ACNUR, per i rifugiati, e l’Alto Commissariato per i diritti umani.
 
Oltre a contestare le singole clausole introdotte, quello che preoccupa è la linea espressa dalla direttiva, che conferma l’intenzione di considerare l’immigrazione come un reato da colpire. una linea che l’Europa ha da tempo iniziato a seguire, e che viene qui confermata per l’ennesima volta. Una linea che però, finora, non ha portato a nessun risultato: intensificare il controllo dei mari, stringere accordi con i regimi dittatoriali dei paesi di transito, creare una forza di polizia per il pattugliamento delle coste non ha fermato gli sbarchi.
 
La migrazione non si può fermare. L’Europa (e l’Italia) poteva scegliere di combattere lo sfruttamento dei lavoratori stranieri clandestini, di accogliere i migranti regolando flussi e permettendo loro di godere dei propri diritti di uomini e donne, di cooperare con le loro nazioni di provenienza per cercare di offrire loro prospettive di vita migliori in patria.
 
Invece impone ai paesi ex colonie degli accordi economici (gli Epa )che metterebbero ancora più in ginocchio le loro economie, dimostrando di non volersi interessare davvero di cosa spinge chi rischia la vita in un viaggio della speranza in mare. Decide di blindare ancora di più le sue frontiere, armando e pattugliando le coste, e rendendo sempre più il Mediterraneo un grande cimitero a cielo aperto. Evita di affrontare il reclutamento clandestino, il lavoro in nero, lo sfruttamento della prostituzione. Dove può portare questa strada?