Dopo Tripoli, Bengasi. Che ci fosse un braccio di ferro per accreditarsi, da parte del governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, premier designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, era evidente.
Lo scorso mese di luglio, il governo della Libia orientale lo aveva fatto capire in maniera diretta e senza troppi fronzoli che in quella parte di territorio africano non c’era un solo “comandante” e un’unica sovranità nazionale.
La missione europea dei ministri di Italia, Grecia e Malta – Matteo Piantedosi, Thanos Plevris e Byron Camilleri – e del commissario europeo per le migrazioni, Magnus Brunner, si era conclusa con una espulsione per «violazioni delle norme dello stato libico».
A comandare l’area est non era Haftar e doveva esser chiaro, e a trattare sui flussi migratori diretti verso la Grecia e quindi l’Europa, doveva essere il governo di Hammad. La cacciata dall’aeroporto di Benina doveva servire di lezione per comprendere che c’erano due interlocutori. Un messaggio arrivato.
L’Europa replica infatti con il governo di Bengasi l’accordo che già esiste con Tripoli. Anche qui sorgerà un centro di comando, anche loro avranno addestramenti e attrezzature per la guardia costiera, diventando una mano tanto armata quanto legalizzata nel respingere le persone migranti.
All’Italia l’onere di replicare
Si ripete lo schema, l’Europa e l’Italia, non potendo riportare direttamente in Libia chi parte dai lager, allargano il riconoscimento formale a guardie costiere autorizzate a farlo.
Si salta a piè pari il divieto di respingimento e riconsegna alle autorità libiche e ci si libera, come sempre pagando, del “problema” delle partenze delle persone migranti dal Nordafrica.
Poco importa se i numeri recenti con cui si è chiuso il 2025 mostrano come l’89% delle partenze via mare dirette in Italia avvengono proprio dalla Libia occidentale. Nonostante il Memorandum Italia-Libia del 2017 e la trattativa a formulare lo stesso tipo di accordo da parte del governo greco.
Sarà proprio l’Italia a prendersi l’onere (vista la quasi decennale esperienza) di costruire un centro marittimo a Bengasi, grazie a un finanziamento europeo che inizia con 3 milioni di euro provenienti dal… Fondo europeo per la pace. Una pace che, evidentemente, si costruisce bloccando le persone nei lager libici.
Guida ASGI per contenziosi contro i respingimenti
Un accordo, questo di Bengasi, che porterà ancora una volta a legittimare e incrementare i respingimenti, e a limitare il diritto a migrare, garantito, solo sulla carta, dalla Dichiarazione dei diritti umani, all’articolo 14.
Una prassi oramai sempre più diffusa, diventata spesso mortale, che ha portato l’ASGI a redigere una Guida pratica sul contenzioso strategico avverso i respingimenti nel Mediterraneo e per il diritto d’ingresso.
Un piccolo prezioso manuale rivolto alle organizzazioni della società civile e a chi si occupa di diritti sempre più precari e svuotati dalle politiche di esternalizzazione.
Una guida che parte da quel che è accaduto in questi ultimi dieci anni di una gestione della frontiera marittima del Mediterraneo centrale svuotata da navi europee di ricerca e soccorso (si pensi all’operazione Mare Nostrum attivata all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013 in cui morirono oltre 386 persone) e arrivata ad appaltare il controllo all’agenzia Frontex, strumento di segnalazione della presenza di persone migranti.
Segnalazione funzionale alle azioni delle guardie costiere libiche e tunisine che, più che soccorrere, danno vita a respingimenti autorizzati per legge, riportando indietro in maniera coatta chi si trova per mare.
Un escamotage legale con cui si bypassa il diritto al non refoulement sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 e ripreso dal regolamento europeo dl 2014 (il n.626, articolo 4).
Diritto alla base di varie condanne degli episodi di soccorso di quelle navi italiane che hanno deciso di restituire alla guardia costiera libica le persone che avevano soccorso, così come di assoluzioni di quelle navi ONG che invece si sono rifiutate di farlo, in quanto la Libia, è risaputo ormai, è tutto fuorché un porto sicuro.
A tale proposito, davanti a respingimenti in mare avvenuti direttamente o per procura, la guida spiega quale iter seguire per procedere con dei contenziosi che permettano la richiesta di visti d’ingresso alle persone migranti che sono state oggetto di azioni illegittime secondo il diritto internazionale.
Dopo aver proceduto alla ricostruzione del caso di respingimento con informazioni più dettagliate possibile (che la guida indica dove e come reperire) e aver provveduto al contatto con le persone respinte tramite i registri tenuti dalle organizzazioni internazionali o le realtà umanitarie presenti nei territori, si può procedere a istituire un processo.
Per rendere più comprensibile quali sono le modalità, il manuale racconta casi esemplificativi, tra questi quello ad esempio riguardante la nave Asso 29, la nave italiana della Augusta Offshore, che consegnò 276 persone precedentemente soccorse dalla motovedetta Zwara della guardia costiera libica andata in avaria, e che nel giugno del 2024 vide la condanna dei ministeri di Difesa e Trasporti, della presidenza del Consiglio, del capitano e dell’armatore della Asso 29.