Politica e immigrazione
Alla conferenza euroafricana sulla’immigrazione e lo sviluppo ha trionfato il modello francese: immigrazione selettiva, accordi multilaterali, militarizzazione delle frontiere. I paesi africani hanno accettato: rischiavano di perdere i finanziamenti allo sviluppo.

Si è tenuta lo scorso 25 novembre, nel quadro della presidenza francese dell’Unione europea, la seconda conferenza interministeriale euro-africana sull’immigrazione e lo sviluppo. Oltre 80 delegazioni tra paesi europei e africani si sono incontrate per definire un programma di cooperazione triennale incentrato su tre elementi: emigrazione legale, lotta contro l’emigrazione irregolare, sinergie tra migrazioni e sviluppo.

I rappresentanti europei e africani hanno dialogato attorno al nuovo approccio globale sull’immigrazione adottato dal Consiglio Europeo con il recente “Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo“. Lo spirito dichiarato con cui gli stati membri si affacciano alla politica migratoria considera le realtà migratorie come elementi integranti delle relazioni esterne dell’ Ue essenziali per creare stretti parternariati tra i paesi d’origine, transito e destinazione.

Lo scopo è organizzare un’immigrazione legale e selezionata, che vada a coprire i settori lavorativi che necessitano di manodopera immigrata, in accordo con la capacità d’accoglienza dell’Unione europea. Il modello migratorio di riferimento è quello francese centrato principalmente sulla figura di un migrante lavoratore temporaneo di tipo “usa e getta”, ossia che al termine della prestazione fa ritorno alla madrepatria.
Proprio in quest’ottica si inseriscono gli accordi multilaterali che prevedono una serie di piani d’azione per la gestione e il controllo della filiera migratoria, la creazione di osservatori, l’adozione di nuove tecnologie e strumenti di controllo.
Per prevenire l’immigrazione irregolare, gli stati membri, alla luce dei traguardi ottenuti dall’agenzia Frontex, raccomandano la militarizzazione e il potenziamento del controllo delle frontiere, si impegnano a fornire equipaggiamenti, strumenti informatici e biometrici, suggeriscono reti internazionali di scambio d’informazioni su documenti di viaggio, visti e permessi. A fare da contrappeso a queste imposizioni degli esecutivi europei, dovrebbe essere un fondo da destinare all’aiuto allo sviluppo, inteso come potenziamento della rete commerciale africana, appoggio tecnico ai migranti che intendano sviluppare dei progetti di rilancio economico e creazione di nuovi canali per la gestione delle rimesse degli emigrati.
La conferenza si è chiusa con la firma dei rappresentanti europei e africani della dichiarazione finale, un documento che definisce l’impegno africano a seguire le linee guida definite dagli stati membri per stabilire una politica migratoria fondata su un approccio che dovrebbe essere “globale, equilibrato ed operativo”.
La firma da parte dei 27 Paesi africani è stata la condizione necessaria per ottenere gli aiuti allo sviluppo. Sebbene contrari all’accordo, alcuni stati, come il Senegal e il Mali, hanno firmato ugualmente. Tuttavia non si sono risparmiati in pubbliche dichiarazioni sulle condizioni restrittive poste allo sviluppo, sottolineando come le attuali politiche selettive muovano contro le spinte africane all’emancipazione socio-economica.

Le migrazioni appartengono alla storia del mondo, tuttavia oggi emergono come realtà drammatiche, in cui da un lato migliaia di persone per assicurarsi un futuro migliore perdono la vita e dall’altro creando problematiche di non facile soluzione per gli stati di destinazione. Per questo, se si vuole puntare a un forte cambiamento in seno alle politiche internazionali è fondamentale che ci siano questi momenti di dialogo a livello internazionale sulle svariate realtà migratorie. Per azioni più efficaci sarebbe poi opportuno che a questi tavoli di discussione fossero ammessi anche le realtà delle società civile che lavorano per la tutela dei diritti e per l’integrazione dei migranti.