GIUFA' – LUGLIO 2017
Gad Lerner

Nell’estate contraddistinta da una recrudescenza di azioni terroristiche insensate sul territorio europeo, da inediti fronti di guerra nel Golfo e col vicino Iran, dal revival xenofobo in cui s’è imbattuta in Italia la nuova legge sulla cittadinanza, preferisco attirare la vostra attenzione su una buona notizia a noi vicina, ma non valutata come meritava.

Mi riferisco al corteo dello scorso sabato 20 maggio 2017 a Milano “per l’accoglienza”. Del quale non mi interessa sottolineare tanto la cospicua partecipazione numerica (si sa, i cortei passano, i problemi restano), e neanche le buone ragioni e il clima festoso. Mi preme, invece, condividere la novità, per così dire, sociologica e culturale impersonata dai protagonisti di quel raduno promosso – non senza una dose di felice azzardo – dall’amministrazione comunale.

In sintesi, vedendolo sfilare, ho riconosciuto nel corteo la fotografia della nuova metropoli europea che Milano è già diventata, anticipando una tendenza generale in cui l’Italia tutta finirà per doversi riconoscere. Una buona metà dei partecipanti erano cittadini immigrati, non importa in quale percentuale naturalizzati o ancora stranieri. Sfilavano organizzati nelle associazioni dei paesi d’origine: i cinesi coi loro costumi; i salvadoregni con le majorettes davanti; i filippini con cartelli inneggianti a Gesù; gli africani con numerosi gruppi danzanti o musicali; più disseminati gli arabi (c’erano un paio di striscioni di organizzazioni islamiche, ma i loro esponenti mi hanno spiegato che la gran massa aveva preferito mescolarsi agli altri; e poi, naturalmente, i centri dei richiedenti asilo.

Evidentemente stufi di essere additati come la fonte dei guai di una metropoli al cui benessere forniscono un contributo determinante, per la prima volta hanno fatto risuonare il tam-tam della partecipazione. Si sono fatti vedere, loro che di solito vengono sollecitati a nascondersi, e davvero nessuno può più immaginarsi una Milano che ne faccia a meno.

C’è poi un’altra categoria misconosciuta che il 20 maggio ha dispiegato la sua preziosa capacità di rappresentanza: gli insegnanti. Anzi, per rispettare le proporzioni numeriche, diciamo soprattutto le insegnanti. Dietro agli striscioni di molte scuole camminavano insieme bambini e genitori delle più varie etnie e nazionalità riuniti dall’esperienza quotidiana che si è fatta cultura, davvero comunità viventi portatrici di un’esperienza lontana dalle false rappresentazioni mediatiche di una guerra fra italiani e stranieri voluta solo da una minoranza. I docenti svolgono una funzione educativa e di integrazione troppo spesso ignorata.

La pluralità del corteo del 20 maggio si è manifestata per me anche in episodi minori, ma significativi. Come quando ci siamo ritrovati, io e Luigi Manconi, accompagnati dalla consigliera comunale islamica Sumaya Abdel Qader e dal presidente dell’Ucoii, l’imam Izzedine Elzir, a sfilare e cantare assieme al Checcoro, associazione musicale formata da baldi giovani Lgbt. Non mi pare che i nostri amici musulmani ne fossero in alcun modo turbati.

Ricordiamocelo. La composizione sociale delle nostre città sta cambiando molto più rapidamente di quanto il dibattito pubblico non voglia ammettere. È una constatazione forse banale, ma rassicurante.

Insieme senza muri

Centomila in piazza il 20 maggio 2017 a Milano in nome dell’accoglienza, per vincere la logica della paura e dell’esclusione, per rigettare la retorica del “prima gli italiani” e per chiedere chiare riforme politiche: superare la Bossi-Fini, abolire il reato di clandestinità, approvare una nuova legge sulla cittadinanza. L’iniziativa è stata promossa dall’assessore alle politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, che, all’indomani della manifestazione pro accoglienza di Barcellona, ha lanciato la sfida a Milano. Il sindaco Beppe Sala ha creduto in questa iniziativa e l’ha sostenuta, nonostante la freddezza del suo partito, il Pd.