Caso Tskj
Circa 182 milioni di dollari in tangenti ai funzionari nigeriani. Condannata per corruzione internazionale, Saipem, controllata del gruppo Eni, deve pagare 600 mila euro di multa, mentre saranno confiscati 24,5 milioni di euro già versati alla procura nel 2011.

Dopo oltre due anni di processo, lo scorso 11 luglio, i giudici di Milano hanno condannato per corruzione internazionale Saipem, società controllata del gruppo Eni, ad una multa di 600 mila euro, disponendo la confisca di 24,5 milioni di euro, già versati dalla società alla procura nel febbraio 2011.

La vicenda risale ad oltre dieci anni fa: un colossale giro di tangenti che ha coinvolto il consorzio petrolifero internazionale Tskj, joint venture di quattro holding internazionali. Il gruppo è stato accusato dalla Nigeria e dalle autorità statunitensi di aver versato, tra il 1994 e il 2004, 182 milioni di dollari in tangenti a funzionari e politici del governo nigeriano, per l’acquisizione di appalti per la lavorazione e lo stoccaggio di gas naturale, a Bonny Island, nel sud della Nigeria.

Erano gli anni del regime corrotto del dittatore Sani Abacha e della transizione democratica del presidente Olusegun Obasanjo. Il consorzio Tskj, composto dalla francese Technip, dall’americana Kbr Inc. (Kellog, Brown and Root, sussidiaria del colosso Halliburton), dall’italiana Snamprogetti Netherlands (oggi Saipem) e dalla giapponese Jgc, ha incassato dall’affare oltre 6 miliardi di dollari.
Le prime accuse sono arrivate dal dipartimento di giustizia statunitense, che è riuscito a patteggiare con le società del gruppo megasanzioni del valore complessivo di circa 1,5 miliardi di dollari.

Il processo nei confronti di Saipem in Italia è iniziato nel 2011, per fatti che si riferiscono al periodo compreso tra il 2001, anno di entrata in vigore del decreto di attuazione della Convenzione Ocse sulla lotta alla corruzione (dlgs 231/2001), e il 2004. 

Lo stesso caso ha portato a processo a Milano cinque manager della società: Luigi Patron, presidente di Snamprogetti dal 25 maggio 1996, Angelo Caridi, amministratore delegato Snamprogetti dal 29 luglio 2002, e tre dirigenti del gruppo all’epoca dei fatti (dal 1995 al 2004), Ferruccio Sigon, Alfredo Feliciani e Mauro Lazzari. L’accusa, contestata dai pubblici ministeri titolari dell’inchiesta, Sergio Spadaro e Fabio De Paquale, era di corruzione internazionale. Per quanto riguarda le persone fisiche, i fatti contestati, tuttavia, sono caduti in prescrizione nel 2012.

Gli avvocati difensori di Saipem, Angelo Giarda e Massimo Pellicciotta, hanno già annunciato il ricorso in appello. Nessuna conseguenza sul piano finanziario. Eni, infatti, si era già impegnata nel 2006, anno della cessione di Snamprogetti, ad indennizzare Saipem, per le perdite subite a causa della vicenda «Tskj».

Tutta ancora aperta la vicenda che vede la società al centro di un’indagine per 197 milioni di euro di presunte tangenti pagate in Algeria. Sotto accusa sono finiti, oltre all’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, Nerio Capanna, Tullio Orsi, Antonio Vella, Pietro Tali, Alessandro Bernini e Pietro Varone.