Il Festival di cinema africano di Verona festeggia quest’anno il quarantesimo anniversario, un traguardo importante tanto più in un periodo di pandemia e di continui tagli alla cultura. L’anno scorso il 39½ Festival di Mezzo del Cinema Africano di Verona si è presentato al pubblico in versione online ma quest’anno è tutto pronto per ripartire con un’edizione speciale che si terrà dal 5 al 14 novembre.

Quarant’anni di cinema quindi. Una vera e propria enciclopedia visiva che ha presentato negli anni 1.000 film a 230mila spettatori. Uno sguardo all’archivio del Festival è un viaggio nel tempo e nell’immaginario. Ma cosa vuol dire organizzare un Festival di cinema così longevo e resistente?

Ne abbiamo parlato con Stefano Gaiga e Giusy Boemi della direzione artistica in una lunga e appassionata conversazione. Partiamo dall’essenziale. È ancora importante e necessario dare uno schermo all’Africa, uno spazio a registi, attori ma anche a musicisti, fotografi che raccontano realtà e problematiche ancora poco conosciute e occultate da triti stereotipi veicolati dai mass media. Il cinema africano rimane un atto di resistenza culturale e anche nelle sue forme più contemporanee mantiene un forte legame con il cinema delle origini.

Certo il cinema africano è cambiato negli anni. E il Festival di Verona con lui. Tutto nasce con la 1ª Settimana del cinema africano che nel 1981 presenta il meglio degli anni d’oro del cinema del continente. Borrom Sarret di Sembene Ousmane apre simbolicamente una rassegna con opere di Moustapha Alassane del Niger, Henry Duparc della Costa d’Avorio, Youssef Chahine dell’Egitto. L’esperienza continua in forma di rassegna, poi nel 2007 diventa un Festival con tre sezioni – lungometraggi, cortometraggi e Viaggiatori&Migranti – e giurie di professionisti del settore.

Negli anni si è creato un pubblico affezionato, eterogeneo e trasversale. Spettatori appassionati, studenti, universitari ma anche pensionati. La sezione Viaggiatori&migranti attira un pubblico più giovane, molto partecipe ai dibattiti, vera linfa vitale di tutti i festival. Negli anni è aumentato il coinvolgimento delle comunità che contribuiscono con momenti di socialità e condivisione di cibi e bevande tipiche.

Fondamentale il confronto attivo con le scuole (dalle elementari all’università) con una rete di associazioni che si occupano di promozione sociale e culturale e con gli enti locali. Durante l’anno il Festival propone tour in altre città, con una distribuzione di copie già sottotitolate in italiano.

Di seguito il trailer del film di apertura del Festival, venerdì 5 novembre: Toorbos, della regista sudafricana René Van Rooyen.

Osservatorio culturale

Osservatorio privilegiato sul continente africano, il Festival offre uno spazio di visibilità a registi e film che non passano in Festival internazionali più interessati al glamour e al botteghino che alla radicalità dello sguardo artistico. Negli ultimi anni il Maghreb, Marocco in testa, e il Sudafrica si confermano i paesi cinematograficamente più forti. Dall’ Africa orientale, Kenya e Tanzania, arrivano film d’autore ma anche popolari mentre emergono paesi cinematograficamente giovani come il Lesotho e il Sudan.

I registi, ci ricorda Gaiga, riprendendo una celebre frase di Sembène Ousmane, sono i moderni griot e danno voce ai nuovi movimenti culturali e sociali, portando avanti una riflessione sull’identità. Nel contesto del vecchio colonialismo il cinema ha affiancato la lotta per il riconoscimento di identità autoctone e nazionali per liberarsi dal giogo della dominazione culturale europea. È in questo contesto che nell’Africa post indipendenza, per esempio, si sviluppa il genere del film del villaggio che ricostruisce uno spazio identitario ben preciso, legato alla cultura tradizionale.

Con il neo colonialismo il discorso sull’identità si fa più sfaccettato e complesso aprendosi alle rivendicazioni delle donne, degli omosessuali, ma anche all’impatto dei social sulle nuove generazioni.

Lo sguardo dei registi africani è sempre sul reale. Si pensi ai film dei registi maghrebini che denunciano il clima di terrore politico che dilaga in alcuni paesi del continente. O ai documentari sui diritti umani e sull’ambiente. A registi come Jean Marie Teno che dal Camerun porta avanti un cinema di resistenza. Gaiga ricorda Mahamat-Saleh Haroun che nel suo ultimo film omaggia la resilienza delle donne, rivendicando allo stesso tempo il diritto  ad una  ricerca sull’immagine. Il cinema resta un’azione politica, suggerisce soluzioni, ha un compito educativo.

Ma ci sono anche le commedie, Nollywood, i generi si contaminano. Il digitale offre infinite possibilità. È un panorama liquido in continua evoluzione.

Di seguito il trailer del film This is not a burial, it’s a resurrection del regista del Lesotho Lemohang Jeremiah Mosese.

Opere prime

Il comitato di selezione scandaglia Festival quali Fespaco, Tarifa, Ziff, i numerosi festival del Marocco. Si confronta con collaboratori storici come il critico tunisino Tahar Chikhaoui. La ricerca è più facile con le facilitazioni offerte dal web. Per la quarantesima edizione sono arrivati più di 200 film. Il programma ogni anno ambisce a rappresentare più paesi possibile, dare spazio ai giovani autori, alle opere prime e ai registi delle diaspore.

Sorge spontanea una domanda impossibile. C’è qualche regista che ha segnato in particolare la memoria del Festival? Ovviamente no. Ogni regista ha lasciato un segno particolare ed unico. Da Sembene Ousmane a Souleymane Cissé, da Nouri Bouzid a Rachid Benhadj. 

Daratt di Mahamat-Saleh Haroun è un film che rimane importante, ma anche le voci femminili, i film di Raja Amari, Maryam Touzani. Giusy Boemi cita Cyrus Kabiru visionario artista kenyano che nella 39ª edizione ha esposto la famosa serie C-Stunners, occhiali da indossare. Sculture realizzate con oggetti di scarto selezionati e ricontestualizzati con immaginazione.

Gli occhiali di Kabiru ci sembrano gli oggetti ideali che chiudere questa conversazione sul cinema. Aspettiamo il 40° Festival ricordando la Campagna di raccolta fondi ancora attiva. 

(Articolo pubblicato sul numero di ottobre di Nigrizia)

 

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