Contraddizioni del Belpaese
Prima che l’Ue votasse di estendere a tutte le aziende della filiera (dalla miniera al consumatore finale) l’obbligo della certificazione di responsabilità per chi commercia stagno, tantalio, tungsteno e oro, un documento della diplomazia romana premeva per la volontarietà del regolamento “per non mettere in crisi le imprese orafe italiane”.

Il 20 maggio l’Europa, per una volta, ha deciso di non sacrificare i suoi valori base sull’altare degli affari. Infatti, l’assemblea di Strasburgo ha votato, contrariamente al testo presentato in aula e sostenuto dalla Commissione, di estendere a tutte le aziende della filiera (dalla miniera al consumatore finale) l’obbligo della certificazione di responsabilità per chi commercia 4 minerali “insanguinati”: stagno, tantalio, tungsteno (i 3T) e oro. Questo significa che le oltre 800mila imprese europee che li utilizzano per i loro prodotti dovranno applicare quello che l’Ocse chiama il “dovere di diligenza”, informando i consumatori sulle misure assunte per identificare, attenuare e denunciare i rischi incontrati nei loro percorsi commerciali. Lo scopo della normativa, oltre a creare un mercato europeo “pulito” e responsabile, è recidere il legame tra l’estrazione di quei minerali e il finanziamento dei conflitti armati.

Il numero di Nigrizia di giugno dedica un ampio servizio a questo tema

Il tranello in cui non bisogna cadere è ritenere che la scelta politica assunta da Strasburgo sia definitiva. In realtà, non è così: il parlamento europeo ha infatti sospeso l’approvazione finale del regolamento per permettere ai suoi rappresentanti di rinegoziare con il Consiglio dell’Ue (i governi dei 28 paesi) un nuovo compromesso.

E quale è la posizione dei vari governi? Articolata. Ad esempio, l’Italia, stando ai documenti ufficiali presentati pochi giorni prima del voto, sembra optare per la volontarietà del regolamento, ritenendo troppo elevati i costi aziendali per sostenere la tracciabilità obbligatoria in ogni fase della filiera.

Infatti, a rendere alquanto curiosa la situazione “tricolore” è il contrasto tra i giudizi entusiastici sulla scelta dell’assemblea, espressi dagli appartenenti italiani al gruppo dei Socialisti e democratici («È stata una delle battaglie più belle della mia vita parlamentare. Un voto che mi ha emozionato perché è anche etico, rivoluzionario», la dichiarazione a caldo di Gianni Pittella, capogruppo di S&D e vicepresidente vicario dell’Europarlamento), e il contenuto del documento fatto recapitare all’assemblea dalla Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione europea (di fatto, la diplomazia governativa a Bruxelles) l’11 maggio. Due paginette in cui nell’ultima riga si smonta ogni battaglia del partito di Renzi sul tema: «L’Italia sostiene fortemente la volontarietà del regolamento». Fortemente. Per le solite ragioni: «Non è necessario per contrastare il legame tra la lotta armata e l’estrazione di minerali», mentre con l’approccio volontario, «si eviterebbero dannosi effetti collaterali, quali l’embargo, la perdita di sbocco di mercato, l’incentivazione alla produzione fuori dal territorio dell’Unione».

Tra gli aspetti critici espressi dai diplomatici italiani c’è, curiosamente, il timore che l’obbligatorietà possa mettere in crisi soprattutto «il comparto orafo italiano, in larga parte composto da micro-imprese con una dimensione pari a circa 4,5 dipendenti per unità produttiva». Comparto orafo molto forte a Firenze.

Un paio di giorno dopo (il 13 maggio), forse in seguito alle lamentele emerse da più parti, la Rappresentanza produce un altro documento, che edulcora la netta posizione assunta precedentemente: «Da parte italiana si tratta di rispondere all’esigenza di contemperare il perseguimento delle finalità generali, già richiamate prima, con l’esigenza di tutela del sistema produttivo». Non si fa esplicito riferimento alla volontarietà del regolamento.

In Italia, nel frattempo, è già stata avviata la discussione sul merito della vicenda. Il 24 febbraio 2015 la Commissione industria, commercio, turismo e quella delle Politiche dell’Unione europea del Senato avevano approvato una risoluzione nella quale si afferma che è «opportuno rafforzare l’adesione delle imprese europee al regime di auto-certificazione della due diligence nella catena di approvvigionamento dei minerali, prevedendone l’obbligatorietà o in subordine prevedendo specifici meccanismi d’incentivazione all’adesione volontaria». Ma la risoluzione è stata approvata sulla base del testo della Commissione europea superato da quello in Parlamento. Quindi sarà necessario attendere la scelta del governo.

Sperando che non coincida con quella che lo stesso ha presentato a Strasburgo l’11 maggio, attraverso i suoi uffici diplomatici. 

La foto è di Marco Gualazzini e raffigura le miniere di coltan di Masisi nel nord Kivu (Rd Congo)