Sarebbero circa 2mila le bambine e i bambini arrivati via mare in Italia nel 2025 insieme alle loro famiglie. Parla di loro il rapporto di Save the Children, “Nascosti in piena vista”, che nasce per raccontare come vivono i minori che approdano nel nostro paese, quale accoglienza trovano, quali possibilità hanno di vivere una vita il più possibile vicina, rispetto ai diritti che dovrebbero spettar loro, a quella dei coetanei.
Il report mette subito in evidenza la difficoltà di raccogliere dati rispetto al sistema di accoglienza rivolto a questi nuclei. Lo scorso anno, i minori erano il 26,6% dei beneficiari totali del SAI, Sistema accoglienza integrazione (14.829), e tra questi il 69,7% era un minore inserito in questo percorso insieme alla propria famiglia (10.334).
La ricerca che dà vita al rapporto è stata condotta tra il mese di giugno del 2025 e aprile del ’26, nei territori di frontiera e transito come Oulx, Ventimiglia, Trieste, Agrigento, Milano, Roma e Torino. Mette insieme 48 interviste di questi nuclei, più 20 interviste a operatori.
Dallo spaccato delle risposte emerge un quadro articolato e soprattutto distante rispetto a quelli che sono i diritti e quella che è invece la loro attuazione. Sulla carta, dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia in giù, spetterebbero il diritto alla salute, all’istruzione e la protezione dell’unità familiare. La prassi quotidiana però è lontana.
Intanto perché il nostro sistema di accoglienza non è di fatto progettato per nuclei familiari, così spesso le famiglie finiscono per avere soluzioni emergenziali dove le bambine e i bambini difficilmente riescono a godere dei loro diritti, poi, le volte che invece la risposta è il CAS, Centro di accoglienza straordinario, questa struttura non risponde ai bisogni dei più piccoli perché non è pensata per loro.
E così spesso questi raccontano di vivere in spazi sovraffollati, di cui hanno paura, in cui hanno difficoltà ad accedere a servizi di base, dove, se frequentano la scuola, non possono invitare i loro compagni per fare i compiti, e così via in una lunga lista che non corrisponde esattamente a una giornata tipo di un bambino o bambina con diritti.
I CAS non pensati per famiglie, vedono l’unico luogo di rifugio sicuro per i più piccoli la stanza che condividono con la famiglia, il resto degli spazi comuni vengono vissuti come ostili, come luoghi insicuri da frequentare da soli, proprio per la promiscuità con tante persone adulte e sconosciute. L’unico luogo che potrebbe essere di normalità è la scuola, ma spesso non vi è continuità, per gli spostamenti che le famiglie vivono.
Tutte queste storie mettono in risalto la necessità di superare il ricorso ai CAS come risposta sempre emergenziale a un fenomeno che è strutturale, e soprattutto come ci sia bisogno di un’accoglienza adeguata che implementi quelli che da tempo si sono rivelati modelli di successo che di fatto orientano le famiglie verso l’autonomia, i modelli della micro accoglienza diffusa che, soprattutto in presenza di bambine e bambini, permettono un inserimento nei contesti sociali e scolastici più facile e umano.