Eritrea / Supplemento d’inchiesta
Dopo aver verificato che nel paese del Corno d’Africa ci sono «sistematiche, diffuse e gravi violazioni dei diritti umani», la commissione Onu ha deciso di continuare le indagini per un altro anno. Il governo di Afwerki nega tutto. Spaccate in due le comunità eritree all’estero.

Continuerà l’inchiesta sulle gravi e ripetute violazioni dei diritti umani in Eritrea. Ieri il Consiglio dell’Onu di Ginevra ha deciso all’unanimità di rinnovare per un anno il mandato della commissione nominata nel 2014, che ha prodotto un rapporto di 500 pagine reso pubblico all’inizio di giugno. La risoluzione, presentata dai rappresentanti di Gibuti e Somalia, incarica la commissione di «investigare su violazioni dei diritti umani in Eritrea sistematiche, diffuse e gravi, con l’obiettivo di accettarne pienamente le responsabilità, anche dove queste violazioni possano configurarsi come crimini contro l’umanità».
Il rapporto già elenca istituzioni (esercito, polizia, ministero della giustizia, …) e persone, compreso lo stesso presidente Isaias Afwerki, responsabili delle violazioni che sono sistematiche e avvengono in un «clima di impunità generalizzata».
In una conferenza stampa all’inizio dell’attuale sessione di lavoro del Consiglio per i diritti umani di Ginevra, la 29ª per la precisione, il portavoce della commissione d’inchiesta, Mike Smith, aveva dichiarato che «non avevano avuto tempo, risorse e possibilità» di provare i crimini denunciati nel rapporto e avevano solo potuto raccomandare che si trovasse il modo di fare ulteriori indagini. La raccomandazione è stata pienamente accettata.

Diaspora pro
La pubblicazione del rapporto e la sua discussione in questi giorni hanno suscitato un acceso dibattito anche tra le comunità eritree all’estero, che si sono mobilitate, sui due diversi versanti, per far sentire la loro voce.
Il 22 di giugno hanno sfilato a Ginevra i sostenitori del regime, ancora numerosi tra le comunità della diaspora. I dati sulla partecipazione sono molto diversi, ma sicuramente alcune migliaia di persone. Tutte le spese di viaggio, a sentire fonti ben informate anche vicine al governo stesso, sono state sostenute direttamente dalle ambasciate. Anche dall’Italia sono partite diverse centinaia di persone. Alcuni di questi manifestanti hanno addirittura organizzato picchetti minacciosi contro i tre componenti della commissione d’inchiesta. Il fatto è stato pubblicamente denunciato all’inizio del dibattito del consiglio sul rapporto stesso; la denuncia può essere ascoltata sulla rete televisiva digitale dell’Onu, Un Web Tv (webtv.un.org). Stesso atteggiamento a sostegno delle posizioni ufficiali, che negano totalmente quanto affermato nel rapporto, si è registrato durante una trasmissione di Al Jazeera, una tra le reti televisive meglio informate sull’area e più seguite dalla popolazione eritrea.

Diaspora contro
L’opposizione, invece, ha organizzato manifestazioni in diversi continenti, a partire dal 19 di giugno, a Washington DC. Il 26 di giugno, in concomitanza con un affollato corteo a Ginevra, si sono svolte dimostrazioni molto partecipate anche ad Addis Abeba e a Tel Aviv, dove le comunità dei rifugiati sono molto numerose. Stime ufficiali dicono che una media di 200 eritrei al giorno passano il confine con l’Etiopia, dove se ne troverebbero ormai più di 100.000 complessivamente. A Tel Aviv la condizione dei giovani eritrei è molto dura. Spesso si tratta di persone liberate dalle mani dei trafficanti e che, periodicamente, in occasione di giri di vite del governo israeliano, rischiano di essere rispediti a casa. Tuttavia non hanno avuto timore a esporsi per sostenere la necessità di continuare le indagini sulle violazioni dei diritti umani che li hanno motivati a fuggire pur sapendo di correre molti pericoli.
A Ginevra sono confluite alcune migliaia gli oppositori in Europa, le cui spese di viaggio, secondo le testimonianze di alcuni partecipanti, sono state coperte personalmente o con il contributo di membri delle comunità che hanno preferito non esporsi in prima persona.

Paura
E questo è un altro indice dell’aria che si respira nel paese e tra le comunità all’estero, e conferma il clima di intimidazione in cui si sono svolte anche le indagini della commissione, a cui non è mai stato permesso di visitare il paese e che ha faticato a raccogliere le testimonianze anche all’estero, per paura di ritorsioni sui familiari rimasti a in patria.
Questo ben noto e provato fatto (ogni eritreo che si fidi dell’intervistatore ha numerosi episodi da raccontare in proposito) è negato dalle fonti ufficiali, le quali sostengono anche che tutta l’informazione è unidirezionale e punta ad infangare un governo che sta solo cercando di difendere la propria indipendenza e la propria posizione nel consesso internazionale, cosa che non sarebbe permessa ad un piccolo paese «non allineato» ai voleri dei potenti della terra.
Se quello che il governo eritreo dice fosse vero, dovrebbe fare una seria riflessione sulle proprie politiche informative oltre che sulle misure interne di coesione. Tali modalità si sono rivelate talmente controproducenti da aver ottenuto risultati opposti a quelli desiderati: coloro che se ne sono andati, non di rado le forze migliori, sono diventati testimoni del fallimento del progetto di un regime, che è in gravi difficoltà e isolato.

Nella foto in alto il presidente eritreo Isaias Afwerki durante la cerimonia di benvenuto in una visita nella capitale sudanese Khartoum l’11 giugno 2015 (Fonte: AFP Photo / Ashraf Shazly)

Sopra nella gallery la folla durante la manifestazione pro-regime eritreo a Ginevra del 22 giugno scorso e un dimostrante che sorregge un cartello in una manifestazione contro il regime di Afwerki.