Le riviste missionarie sul reality di Rai Uno
Presa di posizione della Federazione stampa missionaria italiana. Il programma del 4 e 12 dicembre ha evitato con cura di soffermarsi sulle cause politiche ed economiche che provocano le guerre e quindi milioni di profughi. Per costruire la pace serve un’informazione puntuale e critica.

Il programma Mission, andato in onda in prima serata su Rai Uno il 4 e il 12 dicembre, ambientato nei campi profughi in Medio Oriente, Africa e America Latina, ha aiutato a far conoscere meglio al grande pubblico la realtà drammatica dei rifugiati. Le testimonianze, le storie di dolore, di violenze subite e raccontate ai noti personaggi televisivi hanno toccato certamente la sensibilità dei telespettatori, i quali hanno potuto verificare le terribili condizioni di vita di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini costretti a fuggire dal loro paese d’origine.

Sincera è apparsa la testimonianza dei promotori umanitari dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) e di Intersos, che si prodigano giornalmente, in condizioni spesso difficili, per alleviare le sofferenze dei profughi e provvedere una accoglienza almeno decente.

Ma era necessario anche mettere in evidenza nel programma televisivo quali sono gli interessi e i fattori economici, politici e geostrategici che scatenano conflitti e causano l’esodo in massa di milioni di profughi.

L’assenza di un’analisi di questo tipo non ha affatto aiutato i telespettatori a capire come le guerre nei vari paesi toccati dal reality show facciano guadagnare i commercianti di armi, chi le produce, le banche che si prestano nelle transazioni della compravendita di armi e i paesi interessati a tener vivo questo business.

Senza questa essenziale informazione, il programma Mission ha sollecitato il pubblico a gesti di carità, ma ha ridotto l’impegno a un buonismo sterile che serve solo a superare il nostro senso di colpa. Non è stato capace, invece, di invitare i telespettatori a un impegno di pace, a individuare le cause e le complicità che protraggono questi conflitti. (Nella foto campo profughi vicino a Goma, Nord Kivu-Rd Congo)

Un servizio pubblico, com’è quello della Rai, non può quindi limitarsi a una sensibilizzazione generica della drammatica realtà dei profughi. Deve, innanzitutto, offrire un’informazione critica che porti a un impegno politico e a prese di posizione concrete, in grado di contribuire a risolvere alla radice le cause della guerra.

 

Federazione stampa missionaria italiana

Nigrizia

 

A questo riguardo va segnalata anche la reazione del Cipsi, coordinamento di 37 ong e associazioni di cooperazione internazionale; e il blog di Danilo Giannese.