Il giorno x è arrivato. Domani 4 dicembre, alle ore 21 su Rai uno, andrà in onda Mission, il programma che vede i vip impegnati nei campi di rifugiati e sfollati in Rd Congo, Mali, Sud Sudan, Giordania e Ecuador. E nell’immediata vigilia, le polemiche, che già erano divampate durante l’estate, si sono riaccese prepotentemente, condite da accuse, repliche e smentite.

C’è chi ha parlato di strumentalizzazione del dolore e della povertà, chi di pornografia umanitaria. Il blog African Voices è andato anche oltre e ha pubblicato in anteprima degli spezzoni del programma girato nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo con Paola Barale e il principe Emanuele Filiberto di Savoia, due volti noti della tv da un po’ di tempo rimasti un po’ nell’ombra.

Le accuse del blog sono pesantissime: le immagini non sono state girate nei campi ma in veri e propri set cinematografici allestiti per l’occasione, le organizzazzioni che, con la Rai, hanno realizzato il programma, Intersos e Unhcr, hanno violato le leggi locali e i fondi non saranno destinati alle popolazioni sfollate ma utilizzati per rimpinguare le proprie casse.

Accuse twittate e ritwittate a cui, ovviamente, non si è fatta attendere la replica di Unhcr e Intersos che, in sostanza, hanno definito sconcertanti le affermazioni di African Voices difendendo a spada tratta il proprio operato nonché l’intenzione del programma, quella di dar voce a rifugiati e sfollati e di far arrivare nelle case degli italiani le loro istanze.

Per la verità, devo dire che se le immagini non fossero state girate in un campo di sfollati nel Congo orientale beh, questo non mi sorprenderebbe dato che la gran parte degli sfollati in Congo non vive nei campi ma in villaggi, nelle cosiddette “familles d’accueil”, di fatto nelle case di famiglie che li ospitano per un tempo più o meno lungo. 

Né mi sorprenderebbe se Barale e Filiberto di Savoia non fossero stati accompagnati effettivamente in un campo per sfollati in Nord Kivu, dato che accade sovente che proprio i mezzi delle grandi organizzazioni Onu rinuncino ad andarci al primo sentore di pericolo o per l’impraticabilità delle strade.

Non dimenticherò mai che nel 2012, quando in Nord Kivu si formò il gruppo ribelle M23, l’Unhcr chiuse immediatamente le sue basi in alcune località remote della provincia, tra cui, per esempio, quella di Masisi. Quella base, che per gli sfollati e le altre organizzazioni umanitarie era un punto di riferimento importante, rimase chiusa per mesi e mesi e oggi non saprei dire se abbia ripreso a funzionare. (foto: donna in un campo di sfollati nel Masisi)

Sta di fatto che il personale di altre organizzazioni continuava a vivere e a lavorare sul posto, mentre la base di Unhcr era stata abbandonata e capitava sovente che dovessero essere i cooperanti di altre organizzazioni a dover fornire all’Unhcr le informazioni dal campo nelle riunioni per la sicurezza o per la protezione. E non accadeva di rado sentire gli sfollati lamentarsi perché le grandi organizzazioni «nous ont abandonné» (ci hanno abbandonato).

Insomma, la vera sorpresa sarebbe se, in nome del programma, Barale e Filberto di Savoia fossero stati accompagnati nei campi per sfollati tra le montagne del Masisi.

Per il resto domani scopriremo se la modalità di un programma con dei vip possa davvero funzionare per far arrivare ai non interessati la voce e le condizioni di vita di profughi e sfollati. E sensiblizzarli sul tema, come nelle intenzioni degli organizzatori.

Scopriremo se, dunque, Mission possa essere condiderato uno strumento di comunicazione il cui fine, scusate il gioco di parole, giustifica i mezzi. Oppure se avranno avuto ragione i critici della prima ora che hanno gridato al pericolo della strumentalizzazione della sofferenza.

Nei mesi scorsi il presidente della Camera, Laura Boldrini, ex portavoce dell’Unhcr in Italia, prese le distanze da Mission dicendo che lei, che aveva preso parte alle prime riunioni con la Rai, avrebbe voluto un programma completamente diverso e non un reality con dei vip.

Certo è che fa un po’ di tristezza pensare che per sensibilizzare la nostra Italia su quel che accade in Congo abbiamo bisogno di Paola Barale e Filiberto di Savoia e non, invece, di reportage e documentari che indaghino sui perché quelle popolazioni siano costrette a vivere come sfollati, in quelle condizioni di miseria e sofferenza tali che non ci si crede neanche a vederle. Figurarsi in tivù.