Il virus non è democratico. Come il riscaldamento globale e l’abisso economico verso cui siamo catapultati. Non colpisce tutti allo stesso modo. I più poveri pagano il prezzo più alto e cresce il divario tra chi ha e chi no.

In Louisiana, uno degli stati americani più in difficoltà per l’emergenza coronavirus, il 70% dei contagiati sono afroamericani che sono solo il 32% della popolazione. Nelle baraccopoli di Lusaka, Nairobi, Harare e Johannesburg si alza il grido di chi ha fame. Perché le misure restrittive dei vari governi bloccano anche l’economia informale che sostiene intere famiglie.

In Libia dai lager in cui sono rinchiusi oltre 20.000 persone su 700.000 migranti presenti sul territorio, per vivere si deve provare a scappare, perché più ancora del virus sono le torture e la guerra civile a determinare la vita o la morte.

E si tenta la rotta del Mediterraneo con i crimini di mancato soccorso di Pasqua e pasquetta. Complici l’Europa e l’Italia! Sul territorio italiano, a soffrire di più sono gli oltre 600.000 immigrati senza diritti e protezione, moltiplicati dai “decreti insicurezza”.

Il vero vaccino per il virus più potente, quello delle diseguaglianze globali, lo indica papa Francesco, unico leader capace di parlare al cuore del mondo. Durante l’omelia nella seconda domenica di Pasqua afferma: «Mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua il vero pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente… quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!».

Qui si apre la strada imprescindibile per la missione della Chiesa oltre il Covid-19. Innanzitutto provare a rispondere alla domanda cruciale «Dio, dove sei?», come tentiamo nel Dossier, e poi scavare a fondo per far emergere i meccanismi che producono la sofferenza mondiale. Poi va dato un orizzonte di speranza agli uomini e donne dentro il caos a partire da relazioni di prossimità vera con i volti, le ferite e i sogni degli scartati al tempo del distanziamento sociale.

Per questa missione servono, come dice dom Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di São Félix do Araguaia in Brasile, lacrime negli occhi e tenerezza nelle mani. Ma anche tanta passione nelle gambe. Perché si tratta di una maratona. E davanti c’è la tappa del Sinodo 2022 proprio sulla capacità di remare insieme sulla barca di Pietro. Se Francesco ci arriva, sarà lì la rivoluzione.


Sinodo 2022

Papa Francesco ha indetto per il 2022 la prossima assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi sul tema “Per una chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Questo appuntamento mette la chiesa davanti alla sfida enorme del “camminare insieme” come indica la parola “sinodo”.

In gioco modalità di dialogo e partecipazione, ruoli e servizi, processi decisionali. Sfida che si presenta su diversi livelli: il primo è quello nelle chiese particolari, il secondo quello tra Province, Regioni ecclesiastiche, Concili particolari e Conferenze Episcopali, il terzo quello della chiesa universale.