Parole del Sud – Gennaio

Vogliamo esordire, raccontandovi la storia di Piquiá di Baixo, un villaggio che ci costringe a una missione nuova. Con l’anno nuovo, vorremmo tornare con voi, lettori, a visitare questa gente: è una sfida, nella speranza che la loro storia finalmente trovi una svolta…

Piquiá sta diventando simbolo internazionale della resistenza dei poveri. La Federazione internazionale dei diritti umani ha dedicato lo studio di un anno intero a questo villaggio; giornalisti di varie parti del mondo sono venuti visitarlo, per raccontare storie di gente comune che non china più la testa. Il nome di Piquiá è giunto addirittura negli uffici dell’Onu, bussando a varie porte in cerca di giustizia.

Più di mille persone vivono praticamente “nel cortile” di cinque grandi industrie siderurgiche, con quattordici altiforni che sputano fumo e gas tossici tutto il santo giorno, tutti i giorni dell’anno, senza nemmeno un filtro né alcun controllo ambientale da parte dello stato.

La gente si è installata a Piquiá molto prima della costruzione delle fabbriche, ma ora si trova circondata dai forni industriali e dalla ferrovia che li alimenta: un’attività data in concessione alla maggior impresa mineraria del ferro al mondo, la brasiliana Vale.

Piquiá è una delle molte “zone di sacrificio” di questo nostro mondo, ritagli di territorio che il nostro modello di sviluppo si riserva per la sua stessa sopravvivenza. Il retrobottega del progresso, la cantina sozza sotto il parquet della sala da ballo del consumismo.

«Dicono che i poveri non soffrono di depressione, ma io qui sono arrivata a pesare 37 chili perché non sapevo più da che parte sbattere la testa… Ma da quando ci siamo messi insieme ho ritrovato una ragione per vivere!», commenta donna Angelita, tra i leader della comunità.

Questa gente ci ha cercati, vede in noi missionari un’opportunità, si fidano. Mentre non credono più alle promesse vuote ricevute dalle imprese e dal governo. Con loro abbiamo scoperto il volto di un Dio avvocato dei poveri, che sceglie alcuni leader balbuzienti per farne coraggiosi apripista di una liberazione possibile.

Tra tutti, il signor Edvard, anziano presidente dell’associazione locale. Con lui si è stretta un’amicizia che va al di là degli obiettivi comuni. Insieme a vari movimenti sociali della regione e con l’appoggio della Chiesa dello stato del Maranhão, la gente di Piquiá sta rivendicando da alcuni anni il diritto a essere trasferita in una terra pulita, lontano dall’inquinamento.

Può sembrare paradossale che a fuggire debba essere la gente e non i responsabili dei danni ambientali; tuttavia la sproporzione di forze e la quasi totale illegalità, protetta dallo stato lungo tutti questi anni, ci costringono al realismo del danno minore.

In quest’angolo del Maranhão, missione è – letteralmente – “sporcarsi le mani” nella fuliggine che quotidianamente cade sulla tavola delle persone, nei piatti, sui loro letti. Incontrarsi tutti i mesi per fare il punto della situazione, interpretare insieme, nel linguaggio apocalittico, come sconfiggere il drago che minaccia i loro piccoli, organizzarsi, alzare la voce. È battere incessantemente alla porta delle autorità, come la vedova insistente nel vangelo: la preghiera della vedova si declina con l’ostinazione, il coraggio, la certezza di avere diritti, anche se il giudice è vestito meglio e “parla difficile”!

La Chiesa si è esposta coraggiosamente e ha realizzato, due anni fa, una grande Romaria, processione e celebrazione popolare di molte comunità dello stato del Maranhão, culminando proprio a Piquiá, con una dichiarazione forte e precisa sulle responsabilità dei potenti di turno e sui diritti dei poveri.

Diecimila persone si sono associate alla voce fragile di quella piccola comunità, che è e sarà sempre più un simbolo di resistenza e, lo crediamo davvero, di liberazione!

 

Comboniani nel nordest del Brasile