Il futuro degli istituti missionari in Africa

Va messo nel cassetto l’eurocentrismo, va “ristrutturata” la spiritualità, vanno fatti i conti (anche economici) con il crescente numero di missionari africani, va ripensata la stessa vita comunitaria. Il più in fretta possibile.

Oggi in Africa stanno avvenendo profonde trasformazioni sociali e anche la Chiesa si trova di fronte sfide inedite. Nel chiedersi quale futuro avranno in Africa gli istituti missionari internazionali di fondazione occidentale, due sono gli approcci: ci si chiede se sopravvivranno, e lo si dà per scontato; oppure ci s’interroga su quale potrà essere la loro futura fisionomia.

Sono due modi diversi di percepire lo stesso problema. Nel primo caso si presuppone che gli istituti missionari internazionali continueranno in qualche modo a mantenere le strutture storiche e teologico-ideologiche del passato. Sulla base di tale percezione, è facile prevedere che la loro sopravvivenza è molto incerta per via della fossilizzazione del loro carisma.

La seconda percezione, invece, che presuppone un cambiamento del cuore, porta in sé una migliore promessa. Invece della fossilizzazione del carisma dell’istituto, è preventivata una necessaria trasformazione dal di dentro. In questo caso, gli istituti sono chiamati a una “metamorfosi”, così da poter continuare il loro compito di testimonianza del vangelo di Cristo in un’Africa che è cambiata e in continuo mutamento. La questione per tutti gli istituti missionari internazionali in Africa non è quella di “essere o non essere”. Ma come essere nei decenni a venire.

Delineare, sia pure in termini generali, gli obiettivi, lo spirito e le realizzazioni nel passato degli istituti è abbastanza semplice, data l’ampia documentazione storica a sostegno, mentre è compito assai più arduo immaginare come saranno in futuro. Chiaro che si debba procedere con estrema cautela e consapevoli di poter offrire una previsione solo provvisoria. Ecco, a grandi linee, alcuni possibili scenari.

 

Riformulare il carisma

Partiamo dal dato di fatto: sta crescendo il numero di membri africani, mediamente giovani, che fanno parte degli istituti missionari internazionali. Se l’attuale tendenza dovesse continuare – e non si vedono motivi per dubitarne – in un futuro ormai prossimo gli istituti in Africa saranno modellati dagli africani, che con ogni probabilità ne costituiranno la maggioranza. Questo comporta profonde implicazioni, dato che la connotazione culturale africana farà sentire la propria influenza nella formulazione del carisma del fondatore e richiederà innanzitutto che gli istituti imparino ad “articolare il linguaggio africano”. Dovranno fare lo sforzo di parlare dell’Africa dal di dentro, di guardare, interpretare e capire le realtà africane dal punto di vista in cui l’africano si colloca intellettualmente, emotivamente e culturalmente.

Ciò che è triste – e tragico – è che tanti religiosi negli istituti missionari si ostinano ancora oggi a guardare all’Africa come se abitassero fuori da essa e perseverano a parlarne con un linguaggio appiattito su standard stranieri o con gli stereotipi più comuni. Così continuano a “non capire l’Africa”. E questo non solo non aiuterà l’opera evangelizzatrice, ma causerà anche inutili conflitti all’interno degli istituti stessi, tra membri africani e non-africani. (…)

*Teologo tanzaniano

 

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