Onu / Bilancio della presidenza Ban Ki-moon
Nei suoi grigi dieci anni di gestione, l’istituzione ha sperimentato soprattutto sconfitte, delusioni, e qualche gaffe. Molti di questi fiaschi hanno riguardato l’Africa. Tanto che le distanze tra i governi africani e il Palazzo di vetro sembra si siano allargate invece di restringersi. Per l’Ua resta una madre-matrigna, che non ha tradotto in politica le analisi prodotte. Il suo successore sarà donna e dell’Europa dell’est.

Ban Ki-moon ha virtualmente terminato il suo secondo mandato (scadrà alla fine del 2016) a capo dell’Onu. Sui giornali da qualche mese si parla vivacemente della sua successione. I bene informati assicurano che il prossimo segretario generale verrà dall’Europa dell’est e sarà probabilmente una donna. In effetti, se si deve guardare ai criteri di distribuzione e rotazione su base geografica delle posizioni (a tutti i livelli) all’interno dell’Onu, questa è la conclusione più probabile. E anche la logica delle pari opportunità sembra decisamente indicare che il tempo di un segretario-generale donna è più che maturo. Tanto è vero che per un certo tempo (e con la “benedizione” anche del New York Times) era circolata la voce della candidatura della stessa Angela Merkel.

L’interesse sul prossimo Segretario generale è stato sollecitato anche dal fatto che l’Onu ha avviato una procedura inedita, che tenta di sottrarre al Consiglio di sicurezza il controllo totale sulla nomina del nuovo capo dell’amministrazione, avendo invitato tutti gli stati a sollecitare candidature e organizzando, poi, un’audizione in cui una decina di aspiranti Segretari generali hanno esposto pubblicamente le loro idee e programmi all’Assemblea generale. L’audizione si è svolta lo scorso aprile e ha anticipato, quindi, i negoziati tra gli stati membri del Consiglio di sicurezza, iniziati quest’estate. Al Consiglio di sicurezza, in effetti, spetta solo proporre il candidato, che è eletto dall’Assemblea. Ma il voto di quest’ultima è praticamente scontato.

Basso profilo

La vivacità delle discussioni sul successore conferma, però, quanto tutti avevano notato fin dall’inizio del secondo mandato dell’attuale Segretario generale (e, a dire il vero, fin dalla sua prima elezione, nel 2007). Cioè che Ban Ki-moon spicca per il suo grigiore, giganteggia per suo basso profilo, si fa notare come una tappezzeria trompe-l’oeil. Gli osservatori sono molto più interessati a descrivere i passi del suo successore (ancora sconosciuto!) che a svolgere un bilancio degli anni di Ban al Palazzo di vetro. E in effetti il suo bilancio – a pochi mesi dalla scadenza del decimo anno nella posizione di capo dell’Onu – è piuttosto deludente, come sottolinea anche un recente pungente articolo dell’Economist.

Premessa: nei confronti del Segretario generale di un’organizzazione come le Nazioni Unite è obbligatorio nutrire aspettative alte. Essere cinici verso l’Onu sarebbe tradire lo spirito della Carta di San Francisco e smentire uno dei pochi miti di speranza che il ’900 ci ha lasciato in eredità. Il secolo scorso ha demolito qualunque utopia, salvo forse quella che l’Onu impersona: la pace da conseguire attraverso una politica internazionale che ponga la giustizia sociale e i diritti umani come sue fondamenta e obiettivi. Quindi, dall’Onu bisogna pretendere il massimo. Questo implica che la delusione sia inevitabile. Il trucco consiste nel trasformare la delusione in stimolo a fare meglio. Dunque, qualunque Segretario generale è destinato a deludere. Ma Ban ha fatto peggio o meglio dei suoi predecessori?

Incapacità politica

Si è di solito concordi nel ritenere che i migliori risultati degli ultimi anni all’Onu sono stati, nel 2015, l’adozione degli obiettivi dello sviluppo sostenibile (un pacchetto di 17 obiettivi che arricchiscono, in senso più “verde” gli obiettivi del Millennio del 2000), e il buon successo della conferenza sul clima di Parigi (dopo il flop di Copenaghen nel 2009). Su questi fronti, come è noto, il ruolo dell’Africa è stato purtroppo – e per motivi comprensibili, ma non giustificabili – molto, troppo debole. Il Segretario generale non è riuscito a trasformare l’Africa e i paesi africani da destinatari (e sperabilmente beneficiari) delle politiche e dei fondi destinati allo sviluppo sostenibile, all’ambiente, alle nuove tecnologie, in protagonisti dell’auspicata nuova fase dello sviluppo economico.

Si deve, però, riconoscere che in questi anni, il ceto politico e in generale le élites africane hanno fatto ben poco per guidare con l’esempio i cambiamenti che il paradigma dello sviluppo sostenibile impone. L’Africa continua a proporsi come un continente – terre e popoli – da sfruttare. La bolla retorica cresciuta negli anni scorsi che celebrava le meraviglie dell’economia informale e l’impetuosa creatività dell’imprenditoria africana si è sgonfiata rapidamente. Qualche anno di petrolio a basso prezzo hanno ridimensionato i giganti Nigeria e Sudafrica e precipitato nell’abisso paesi come il Sud Sudan. L’Onu ha responsabilità in tutto questo? Certo, non è stato in grado di tradurre in politica le tante diagnosi allarmate che le sue agenzie e lo stesso UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) hanno prodotto.

Sul versante pace e sicurezza, gli ultimi anni sono stati davvero tormentati per l’Onu. Irrilevante sulle maggiori minacce (nucleare iraniano; guerre in Siria, Libia, Yemen; conflitto in Ucraina e annessione di fatto della Crimea…). In Africa ha dovuto agire di supporto a un meccanismo – quello dell’Unione africana – tanto impeccabile sulla carta quanto inefficiente all’atto pratico. Ban si è speso molto per avviare operazioni di pace in Repubblica Centrafricana, sostenere il peacekeeping rinforzato in Rd Congo, dispiegare un numero cospicuo di peacekeeper – compresi soldati cinesi: una novità quasi epocale! – in Sudan e Sud Sudan. Ma i risultati politici sono stati scarsi. Sia sul terreno, sia sul piano politico generale. Basti vedere chi sono oggi i membri del Consiglio di pace e sicurezza dell’Unione africana. Ne fanno parte – senza tener conto di Nigeria e Sudafrica, ormai suoi “membri permanenti” – stati come Algeria, Uganda, Rwanda, Burundi…, che quanto a coniugare pace, sicurezza, diritti umani e stato di diritto, sembrano ben lontani da quanto affermano gli articoli della Carta dell’Unione e il Protocollo del 2002.
Questo è lo scenario regionale – simbolicamente espresso dal rifiuto, un anno fa, del presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, di far arrestare il suo pari grado sudanese, Omar El-Bashir, accusato di crimini internazionali dalla Corte penale internazionale mentre si trovava in visita ufficiale in territorio sudafricano.

In questo quadro, ci si chiede che margine di manovra possa avere un Segretario generale dell’Onu che dipende in tutto e per tutto, nelle sue iniziative di peacekeeping, dall’accordo politico tra i cinque grandi, dai soldi dell’Ue, dalla suscettibilità dei vertici militari dei paesi africani (in competizione tra loro per il prestigio di guidare una missione), o dalla disponibilità a fornire truppe di paesi come Bangladesh o Pakistan. Il moltiplicarsi scandaloso e inaccettabile di casi di stupro e di sfruttamento sessuale di minori di cui si sono resi responsabili militari in missione di pace è una delle conseguenze del degrado del contesto politico e operativo che ha caratterizzato alcune missioni.

Acuite le crisi umanitarie

Gli scacchi nel settore della sicurezza e del peacekeeping si traducono nell’acuirsi delle crisi umanitarie. Alle quali non si può dire che siano estranei fenomeni quali quelli della cosiddetta crisi migratoria, che investe (nel suo tratto terminale) il Mediterraneo e l’Europa. Ci aspettiamo molto dal lavoro della commissione d’inchiesta (già al suo secondo anno) e dal relatore speciale sull’Eritrea, entrambi istituiti dal Consiglio dei diritti umani. L’Eritrea è all’origine di un flusso di persone vittime di tratta e di sfruttamento che alimenta e “droga” l’economia di troppe comunità in Africa nordorientale. Contro il traffico di persone e le nuove forme di schiavitù bisogna agire non solo per motivi umanitari, ma anche per impedire la destabilizzazione definitiva degli stati della regione. Ma se l’Europa si lamenta del flusso di richiedenti asilo dall’Africa, questo è anche perché il sistema di gestione dei profughi dei tanti conflitti africani è al collasso e sempre più insostenibile, sia economicamente, sia politicamente, sia moralmente.

Ha avuto un peso l’Onu nel promuovere misure di adeguamento delle istituzioni e delle politiche interne degli stati (in particolare africani) agli standard di rispetto dei diritti umani e delle minoranze, di lotta alla corruzione, di trasparenza e governo democratico? Ban Ki-moon è stato efficace nel parlare contro le forme di discriminazione e di violenza praticate contro donne, gay, bambini, malati di aids (o di ebola), albini… Tuttavia, sui fronti dello stato di diritto, della corruzione, delle libere elezioni, gli ultimi anni sono stati un calvario. C’è anzi la sensazione che in materie come la lotta al terrorismo con leggi liberticide, il travisamento delle norme costituzionali per favorire le cricche al potere, la istituzione di regimi speciali per attrarre investimenti speculativi di potentati industriali o, meglio ancora, finanziari (fondi sovrani compresi), si siano talmente alzati i livelli di tolleranza da rendere ogni pretesa di ritorno alla legalità un’aspettativa irrealistica. Dunque, una bocciatura su tutta la linea?

Figuracce con effetti positivi

Paradossalmente, ci sono stati di recente alcuni episodi in cui l’azione o le dichiarazioni di Ban sono uscite dal solco ordinario della prevedibilità e dei discorsi protocollari, facendo intravvedere un po’ quale sarebbe potuto essere l’impatto di un Segretario generale meno allineato. Si tratta di episodi qualificati in genere come scivoloni diplomatici. Ma che forse, quasi freudianamente, aprono uno squarcio sulla vera natura di Ban.

Una prima e piuttosto nota vicenda risale al 2013, quando Ban aveva per mesi operato dietro le quinte per fa ammettere l’Iran al tavolo diplomatico promosso per far cessare il conflitto siriano. Muovendosi con estrema sagacia, il Segretario generale era quasi riuscito a riammettere nel gioco diplomatico il regime degli ayatollah, il cui ruolo, come oggi tutti riconoscono, è ineludibile se si vuole affrontare con qualche possibilità di successo il nodo siriano. Fu il segretario di stato americano Kerry a fiutare l’operazione e a bloccarla, sconfessando in modo secco il lavorio di Ban. Il Segretario generale dovette inghiottire amaro. Due anni dopo, Obama stesso avrebbe festeggiato il raggiunto accordo di massima sul nucleare iraniano e l’Iran rotto trent’anni di isolamento imponendosi come attore-chiave nello scacchiere mediorientale.

Un’altra presunta gaffe di Ban Ki-moon risale al marzo 2016. In visita a un campo profughi nel Sahara Occidentale, il rappresentante del Palazzo di Vetro si lascia sfuggire la parola “occupazione” per descrivere la presenza marocchina in quell’area. Forte del sostegno francese, il governo marocchino reagisce con veemenza, cacciando il personale dell’Onu presente da decenni per realizzare il fantomatico referendum sull’indipendenza saharawi e costringendo il portavoce di Ban a una imbarazzante smentita. Una svista del prudentissimo Ban? O un tentativo astuto per riaprire una pratica insabbiata da troppo tempo? Fatto sta che il mandato della missione di osservatori Onu è stato rinnovato dal Consiglio di sicurezza (anche se ci si chiede come sarà attuato, vista l’ostilità del Marocco), e la causa dell’indipendenza del Sahara Occidentale sembra tornata di una qualche attualità.

Infine, la gaffe con i sauditi. Inopinatamente, qualche settimana fa scompare dalla lista delle organizzazioni militari che reclutano e sfruttano i bambini una formazione armata operante nello Yemen sostenuta e foraggiata dal regno saudita. Passa qualche tempo e Ban in persona spiega come sono andate le cose. Il governo di Ryadh aveva minacciato di sospendere i milioni di dollari di aiuti umanitari per i bambini in Palestina, Iraq e Sud Sudan, se il gruppo armato suo alleato non fosse stato rimosso dalla lista nera degli sfruttatori dei bambini-soldato. Ban ha dichiarato che, di fronte a un simile ricatto, aveva dovuto cedere, perché non è nel suo potere rinunciare a fondi necessari per tenere in piedi l’azione umanitaria in aree tanto provate. In modo apparentemente ingenuo, il Segretario generale ha scoperchiato una pentola in ebollizione.

La famosa condizionalità degli aiuti, su cui l’Europa si macera da tanto tempo (è giusto condizionare ai propri interessi politici, strategici o economici gli aiuti umanitari o quelli dati garantire i diritti umani?), è la regola – purtroppo! – alle Nazioni Unite. E il Segretario generale non può farci nulla. I governi e le opinioni pubbliche hanno i mezzi per invertire la rotta e uscire dall’ipocrisia. Il Segretario generale, invece, non può che dare priorità al male minore. E, ogni tanto, magari a fine mandato, può denunciare eloquentemente (come avrebbe forse fatto il suo predecessore Kofi Annan), o farsi sfuggire candidamente – come sembra aver fatto Ban Ki-moon – che sì, il re è nudo, e che non è un bel vedere.

I successi

Ban non lascerà molti rimpianti. Ma con lui, su alcuni fronti, le Nazioni Unite hanno comunque fatto dei progressi. Oltre a quanto già si è detto sullo sviluppo sostenibile e il clima, Ban ha anche piazzato un discreto numero di dirigenti donna, e collocato all’alto commissariato ai diritti umani (Zeid Ra’ad Al Hussein) e ai rifugiati (Filippo Grandi), persone di ottimo livello. Inoltre, c’è stato un primo approfondito audit sulla corruzione all’interno dell’organizzazione – e su questa strada, così come sulla questione di una maggiore assunzione di responsabilità per le malefatte dei peacekeeper, il cambio di orientamento pare irreversibile. Ancora, l’Onu ha spinto molto sull’informatizzazione e sulla presenza in rete, e intende giocare la partita dei big data. È essenziale che il territorio della rete sia presidiato attivamente, visto che sarà su di esso che si svolgeranno prevalentemente le “guerre” del futuro: quelle per la conoscenza.

Nei dieci anni di Ban Ki-moon, l’Onu ha sperimentato soprattutto sconfitte, delusioni, e qualche gaffe. Molti di questi fiaschi hanno riguardato l’Africa. Tanto che le distanze tra l’Africa – o meglio i governi africani – e l’Onu sembra si siano allargate invece di restringersi. L’Unione africana, in particolare, pare coltivare un certo risentimento verso l’Onu, madre-matrigna: la vicenda della corte penale internazionale è abbastanza indicativa di questa latente ostilità. Ma l’Onu di Ban Ki-moon ha avuto il coraggio di battersi – e di uscirne con le ossa dolenti – su quasi tutti i fronti. Non ha ceduto all’isolazionismo, anche a costo di mettere in mostra la propria impotenza. E da queste sconfitte l’Onu del futuro potrà imparare molto.