R.d.Congo / Politica
A Kinshasa le proposte di modifica alla costituzione per permettere al presidente Joseph Kabila di ricandidarsi nel 2016 si fanno sempre più insistenti. La Chiesa congolese ha già espresso la sua contrarietà a tale progetto. Non sono mancate reazioni in proposito. La tensione sale.

La Costituzione della Repubblica Democratica del Congo è tornata d’attualità. Promulgata nel febbraio 2006, essa afferma nell’articolo 220, fra l’altro, che il Presidente può restare in carica “per 2 mandati, di 5 anni ciascuno… Il numero e la durata dei mandati non possono essere oggetto di nessuna revisione costituzionale”.

Dal momento che l’attuale presidente, Joseph Kabila, iniziò il secondo mandato nel dicembre 2011, un po’ alla volta, man mano che ci si avvicina al 2016, emergono ipotesi e proposte per rendergli possibile un terzo mandato, previa naturalmente una modifica del testo costituzionale. Inutile domandarsi da dove provengano queste idee e come mai l’apparato istituzionale le sostenga con tanto calore.

L’opposizione ha già definito questa proposta come «scorretta», «anticostituzionale», che fa presagire il «rischio di ritorno alla dittatura del presidente Mobutu, durata quasi trent’anni…(fino al 1996 n.d.r.)».
L’evoluzione della situazione politica è resa ancor più complessa da un’altra sfida: quella del grande censimento in atto (costo previsto: 140 milioni di dollari), che dovrebbe permettere, a quasi 30 anni dal precedente, di conoscere esattamente il numero degli abitanti e gli aventi diritto al voto, elementi fondamentali per poter garantire uno svolgimento corretto delle elezioni.

Da Roma, dov’erano in visita “ad limina”, il 14 settembre scorso i vescovi congolesi (rappresentanti le 47 diocesi del paese) avevano già preso una posizione ricordando ai cattolici che la modifica dell’articolo 220 della costituzione sarebbe «un passo indietro sulla strada della costruzione della nostra democrazia» e si erano mostrati ottimisti sulla rinuncia a un eventuale modifica costituzionale: «Dopo tutte le guerre e le tribolazioni che la R.D.Congo ha conosciuto, siamo persuasi che i cittadini e gli uomini politici che, come noi, amano veramente questo paese, eviteranno d’avviare la Nazione su una strada senza uscita». 

Non è mancata qualche reazione critica a queste affermazioni, come quella di alcuni giovani che a Lodja (diocesi di Tsumbe, Kasai Orientale) la domenica 12 ottobre sono entrati in chiesa e hanno insultato preti e fedeli. Ma neppure si è fatta attendere la replica della Conferenza Episcopale Congolese (Cenco). «La Cenco condanna questi atti d’aggressione e di barbarie… Si ricordi che la Costituzione della Repubblica garantisce la libertà d’espressione come un diritto inviolabile riconosciuto ad ogni cittadino e che la diversità d’opinione costruisce e fonda la democrazia…” ha puntualizzato l’Abbé Léonard Santedi, Segretario Generale della Cenco, in un comunicato ufficiale del 14 ottobre scorso. La tensione su questo tema sembra destinata ad aumentare col passare del tempo e l’avvicinamento al 2016. Certo è che la Chiesa congolese ha di sicuro preso la posizione giusta, ora basta mantenerla con fermezza.