Mohamed Yousfi, ultima vittima della repressione in Tunisia
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Il caporedattore della testata giornalistica investigativa Alqatiba è stato arrestato il 4 settembre e accusato di arricchimento illecito e riciclaggio di denaro
Mohamed Yousfi, ultima vittima della repressione in Tunisia
Il giornalista stava per partecipare a una trasmissione radiofonica per parlare di un’inchiesta del suo giornale sulla crisi idrica. Per il Sindacato dei giornalisti tunisini il suo arresto è direttamente collegato al suo lavoro giornalistico indipendente e alle sue posizioni critiche nei confronti del regime
07 Settembre 2026
Articolo di Nadia Addezio, da Tunisi
Tempo di lettura 5 minuti
Mohamed Yousfi (Credit: Alqatiba)

Pronto a intervenire in una trasmissione in diretta per parlare di un dossier investigativo sulla crisi idrica in Tunisia, il giornalista Mohamed Yousfi è stato arrestato la sera del 4 settembre davanti alla sede di Radio Express FM. A poche ore dal fermo, ha subito un intervento chirurgico di urgenza all’appendice. Lo riferisce il Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (SNJT).

Mohamed Yousfi è caporedattore di Alqatiba, una piattaforma tunisina indipendente specializzata in giornalismo d’inchiesta e approfondimenti. Già nel dicembre 2024, la testata era stata bersaglio di una campagna diffamatoria per le sue inchieste, definite dal SNJT “audaci e influenti”.

Secondo il sindacato, la campagna aveva preso di mira soprattutto Walid Mejri, direttore del giornale, e lo stesso Yousfi, attraverso la diffusione di fotografie private che li ritraevano insieme alle rispettive famiglie.

Il 4 settembre, nell’ambito di un’indagine aperta dalla procura presso il polo giudiziario economico e finanziario del Tribunale di primo grado di Tunisi, è stato disposto il fermo di Yousfi. Il giornalista è sospettato di arricchimento illecito e riciclaggio di denaro. Lo riporta l’agenzia Tunis Afrique Presse (TAP).

Secondo gli elementi emersi finora nell’inchiesta, Yousfi sarebbe inoltre sospettato di aver tratto profitto da flussi finanziari illeciti attraverso un’associazione.

«L’arresto di Mohamed Yousfi è direttamente collegato al suo lavoro giornalistico indipendente e alle sue posizioni critiche. Quando un giornalista può essere arrestato mentre si reca in uno studio radiofonico, ciò invia un messaggio di intimidazione all’intera categoria», ha dichiarato Zied Dabbar, presidente del SNJT e vicepresidente della Federazione internazionale dei giornalisti (FIJ).

Le inchieste di Alqatiba sulla crisi idrica

In effetti, Yousfi era stato invitato a intervenire sulla crisi idrica che sta affrontando il paese nordafricano. Nello specifico, avrebbe dovuto parlare di “La Tunisia assetata: le nostre acque tra saccheggio, sfruttamento e politiche tampone”: un dossier che raccoglie diverse inchieste realizzate sul campo da Alqatiba.

Il lavoro tratta la questione idrica come “una questione di sovranità, giustizia sociale e sicurezza alimentare”, oltre che come una delle sfide più urgenti per il futuro della Tunisia.

Tra i temi affrontati figura la proliferazione dei pozzi illegali: secondo i dati riportati da Alqatiba, a fine 2021 se ne contavano oltre 26mila. Il loro sfruttamento contribuisce all’abbassamento delle falde profonde, all’aumento della salinità dell’acqua e al progressivo impoverimento dei terreni agricoli.

Il dossier analizza poi la crisi strutturale della Società Nazionale di Sfruttamento e Distribuzione delle Acque (SONEDE), alle prese con crediti non riscossi per oltre 1 miliardo di dinari tunisini (quasi 296 milioni di euro), accumulati sia da utenti privati sia da enti pubblici, e con una rete infrastrutturale in forte deterioramento.

Le perdite lungo il sistema di distribuzione raggiungerebbero circa il 30% dell’acqua immessa nella rete, a cui si aggiunge il grave deterioramento della qualità microbiologica e chimica della risorsa distribuita nelle case. Motivo che spingerebbe la popolazione tunisina a fare largo uso di acqua in bottiglia.

Proprio la forte domanda di acqua imbottigliata, unita all’ondata di calore e allo shock energetico, aveva causato la penuria del prodotto ad agosto. Parallelamente, Alqatiba evidenzia che le aziende private di imbottigliamento registrano forti profitti attraverso lo sfruttamento delle sorgenti montane e delle falde profonde.

Inoltre, gli stabilimenti sono spesso dislocati nelle zone dove i cittadini tunisini soffrono maggiormente la sete e l’assenza di allacciamenti idrici di base.

Infine, il dossier affronta la dimensione transfrontaliera della crisi idrica. Secondo la testata, lo sfruttamento non coordinato di alcune risorse idriche condivise da parte algerina avrebbe aggravato la scarsità d’acqua nelle regioni tunisine di confine.

L’aumento dei prelievi e la pressione crescente sulle risorse sotterranee starebbero contribuendo al prosciugamento di alcuni pozzi tunisini e, più in generale, al peggioramento delle condizioni economiche e ambientali nelle aree rurali, favorendo anche fenomeni migratori verso le città costiere.

A complicare lo scenario, anche l’agricoltura intensiva guidata da monocolture a elevato fabbisogno idrico e orientate all’esportazione.

Proteste contro la repressione, libertà di stampa e condizioni carcerarie

Sebbene non vi siano ancora prove a sostegno della connessione tra l’arresto di Yousfi e la pubblicazione di Alqatiba, è facile immaginare una correlazione. Anche a fronte del clima sempre più repressivo attorno alla libertà di espressione che si respira nel paese.

Sul punto, il movimento cittadino Nafas si è riunito il 5 settembre davanti allo stadio olimpico di El Menzah, a Tunisi, per protestare contro la detenzione di giornalisti – Zied El Heni, Mourad Zeghidi, Borhen Bsaies, tra gli altri – e attivisti. Nonché per le condizioni che si sperimentano nelle prigioni tunisine.

Tra i partecipanti al movimento, lo zio di Aladdin Abdelkader, studente universitario di 24 anni morto in prigione il 28 agosto mentre si trovava da quattro mesi in detenzione preventiva. Era stato arrestato a seguito di una discussione accesa con un’altra persona.

Abdelkader soffriva di problemi respiratori, nonostante ciò era stato confinato in una cella sovraffollata. Il caldo eccezionale che ha investito la Tunisia e la carenza dell’acqua hanno fatto precipitare le condizioni di salute del giovane.

«Sono profondamente sconvolto e chiedo che venga fatta un’indagine. Cosa è avvenuto a Mornaguia? Nel 2026, i detenuti muoiono di sete e caldo», ha detto lo zio di Abdelkader.

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