Cinque talenti africani a cui il Mondiale può cambiare la vita
Algeria Costa d'Avorio Egitto Marocco Senegal Sport
Dal Senegal all’Egitto, dalla Costa d’Avorio al Marocco e all’Algeria, i giocatori più promettenti da tenere d’occhio
Cinque talenti africani a cui il Mondiale può cambiare la vita
Ruoli, stili, mentalità e traiettorie diverse ma una stessa caratteristica: sono tutti pronti a decollare
18 Giugno 2026
Articolo di Vincenzo Lacerenza
Tempo di lettura 5 minuti
Ibrahim Mbaye con la maglia del Senegal alla AFCON 2025

Il Mondiale, per un giovane, è una macchina in grado di funzionare come un acceleratore temporale. Ti prende quando sei ancora una promessa, ti chiede di sembrare già vero e magari alla fine ci riesce pure: dentro un mese, una partita, magari solo in un gol. Per questo abbiamo selezionato i cinque talenti africani più interessanti da seguire, più un bonus track: sei traiettorie diverse, tutte pronte a decollare.

Ibrahim Mbaye (2008, Senegal)

Ibrahim Mbaye è il tipo di ala che porta la partita in una zona più nervosa. Non ha bisogno di molto campo: gli basta un isolamento, un terzino piantato male, un pallone ricevuto largo. Il suo calcio vive nella variazione di frequenza, nel primo passo dopo la pausa, in quella frazione in cui il difensore deve decidere se aggredire o scappare.

Cresciuto nel PSG, ha scelto il Senegal come si sceglie una parte di sé. Pape Thiaw lo ha definito «un fenomeno», ma ha anche ricordato che deve lavorare e restare umile. È la frase giusta: Mbaye è già abbastanza forte da cambiare l’inerzia, ma ancora abbastanza giovane da dover imparare cosa farsene del proprio talento. Al Mondiale potrebbe bastargli mezz’ora per spostare la percezione.

Bara Sapoko Ndiaye (2007, Senegal)

Bara Sapoko Ndiaye sembra un centrocampista disegnato per il calcio delle transizioni: gambe lunghe, conduzione verticale, una naturale tendenza a portare il pallone fuori dalla pressione. La sua storia parte da campi imperfetti – «non erano buoni, ma ci divertivamo molto», ha raccontato – e arriva al Bayern Monaco, cioè nel posto in cui ogni talento viene pesato, corretto, razionalizzato.

Il dato dei 36 km/h dice molto, ma non tutto: la vera qualità è trasformare la corsa in metri guadagnati, non in estetica atletica. Christoph Freund, direttore sportivo dei bavaresi, ne ha lodato l’adattamento, Kompany la personalità. Nel Senegal può essere il giocatore che alza i giri, spezza una pressione, apre una transizione. Non ancora una certezza, ma di sicuro una promessa.

Hamza Abdel Karim (2008, Egitto)

Hamza Abdel Karim cresce dentro una pressione particolare: essere un giovane attaccante egiziano nell’epoca di Salah. Non perché debba assomigliargli, ma perché ogni talento offensivo dell’Egitto viene misurato all’ombra di quella sagoma enorme. Abdel Karim però è un altro tipo di giocatore: più centravanti, più area, più attacco della profondità. Deve imparare il mestiere più difficile, quello di dare valore a pochi palloni.

L’arrivo nell’orbita del Barcellona gli ha cambiato il rumore intorno; lui ha detto di sentirsi «pronto, emozionato» e di voler «dare tutto». Al Mondiale non dovrà per forza essere una storia totale. Potrebbe bastare una giocata da nove: un movimento sul primo palo, un duello vinto, un pallone sporco ripulito. A volte una carriera scintillante comincia così.

Yan Diomandé (2006, Costa d’Avorio)

Yan Diomandé gioca come se ogni ricezione fosse l’inizio di un tornado. È un’ala da strappo: largo, fronte alla porta, primo passo violento, difensore costretto a correre all’indietro. La sua traiettoria – Abidjan, Stati Uniti, Spagna, Lipsia – sembra già un atlante del calcio globale. Lui ha raccontato con lucidità la pressione del suo trasferimento: investire tanto su un talento “che nessuno conosceva” era un rischio.

Ma Diomandé sembra abitare quel rischio senza paura: «A volte la pressione fa bene», ha detto, parlando della necessità di migliorare ogni giorno, anche solo dell’uno per cento. In una Costa d’Avorio tornata a pensarsi grande, può essere il detonatore: non quello che controlla la partita, ma quello che ne cambia la temperatura, accendendola con i suoi sprint supersonici.

Eliesse Ben Seghir (2005, Marocco)

Eliesse Ben Seghir è il giocatore più educato del gruppo: non nel senso scolastico, ma per il modo in cui riceve. Corpo aperto, pallone vicino, testa già orientata alla giocata successiva. È un talento da mezzi spazi, uno che può partire largo, ma con abilità di decision making da rifinitore. Simon Rolfes, managing director del Bayer Leverkusen, lo ha definito un «giocatore di prima classe», creativo nel dribbling e preciso nei passaggi laser, quelli che squarciano il campo.

La scelta del Marocco lo inserisce dentro una storia più grande: dopo il 2022, gli Atlas Lions non sono più una suggestione, ma una piattaforma d’élite. Ben Seghir ha detto che scegliere il Marocco è stato motivo di orgoglio, legato alle sue origini.

Bonus track: Ibrahim Maza (2005, Algeria)

Ibrahim Maza è una traccia laterale, ma di quelle che rischiano di restare in testa. Nato a Berlino, passato dalla Germania giovanile all’Algeria, porta ai Fennecs una qualità rara: giocare tra le pressioni senza sembrare agitato. È mancino, associativo, capace di ricevere sul mezzo spazio e legare centrocampo e attacco. Non è un velocista puro né un dieci nostalgico: è un connettore moderno.

Rolfes lo ha descritto come uno dei giovani offensivi più interessanti, tecnico, assertivo, con visione. Alla domanda su chi vincerà il Mondiale, avrebbe risposto: «Algeria. Nulla è impossibile». È una frase da ragazzo, ma anche da nazionale algerina: emotiva, orgogliosa, verticale. Il Mondiale può trasformarlo da promessa a nome centrale.

Al calcio africano verso i Mondiali 2026 abbiamo dedicato la nostra Bussola di maggio.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it