In Africa ci sono presidenti che hanno visto più Mondiali dei loro centravanti. I commissari tecnici passano, i moduli cambiano, le maglie vengono ridisegnate, gli sponsor pure. I numeri 10 ingrassano, si ritirano, aprono accademie, diventano opinionisti, litigano con la federazione. Loro no: restano in tribuna. A volte nemmeno in tribuna: direttamente sopra la tribuna, come se il tempo fosse una poltrona riservata.
Il caso perfetto è il Camerun. Nel 1982 gioca il suo primo Mondiale: tre partite, tre pareggi, zero sconfitte, eliminato lo stesso. Un capolavoro di ingiustizia matematica. Pochi mesi dopo Paul Biya diventa presidente.
Da allora il Camerun ha avuto Roger Milla che ballava alla bandierina, Omam-Biyik che saltava sopra l’Argentina, Eto’o che trasformava ogni area in una proprietà privata, Rigobert Song, Aboubakar, portieri epici, difese discutibili, allenatori provvisori, rivoluzioni annunciate e archiviate. Biya, invece, è ancora lì. Il Camerun fu eliminato senza perdere; lui entrò in carica e non è più uscito.
Mobutu, nello Zaire, fece qualcosa di più teatrale. Mandò la nazionale al Mondiale 1974 come si manda un’ambasciata: per mostrare al mondo uno stato nuovo, un nome nuovo, un potere nuovo. Doveva essere una vetrina del regime. Finì con tre sconfitte, zero gol segnati, un 9-0 contro la Jugoslavia e Mwepu Ilunga che uscì dalla barriera per calciare via il pallone prima del fischio su una punizione del Brasile.
Per anni il gesto fu raccontato come una barzelletta sull’ingenuità africana. Era, più probabilmente, il gesto disperato di chi giocava con il fiato del potere sul collo. La propaganda voleva un monumento; ottenne una gif prima delle gif.
Hosni Mubarak, in Egitto, offre un’altra sproporzione. Trent’anni al potere, una sola partecipazione mondiale durante il suo regno: Italia 1990. Tre partite, due pareggi, una sconfitta. Praticamente meno minuti mondiali di quanti anni avesse il regime. L’Egitto vinceva Coppe d’Africa, produceva folle, miti, stadi pieni, ma al Mondiale restava un visitatore occasionale. Mubarak durava, la nazionale spariva.
Ben Ali, in Tunisia, fu quasi geometrico: 1998, 2002, 2006. Tre Mondiali, tre gironi, tre eliminazioni. La Tunisia cambiava avversari, continenti, alberghi, palloni ufficiali. Il finale restava identico: tornare a casa presto. Una specie di stabilità istituzionale applicata alla classifica.
Poi ci sono i grandi spettatori della storia. Omar Bongo governò il Gabon per quattro decenni senza vedere il Gabon giocare un Mondiale. Teodoro Obiang Nguema è al potere in Guinea Equatoriale dal 1979: ha visto passare Maradona, Platini, Milla, Baggio, Zidane, Ronaldo, Ronaldinho, Messi, Cristiano e Mbappé. La sua nazionale, invece, al Mondiale ancora no.
Alcuni leader hanno attraversato intere ere calcistiche come spettatori immobili di una festa a cui il paese non è mai stato invitato.
Il Mondiale misura il tempo in modo spietato. Ogni quattro anni cambia tutto: il pallone, le scarpe, le telecamere, le tattiche, i capelli dei fuoriclasse. Un ragazzino diventa capitano, un capitano diventa ex, un ex diventa leggenda. I presidenti longevi, invece, sembrano non obbedire al calendario FIFA.
Il calcio conosce supplementari, recupero e rigori. Il potere, a volte, conosce solo il possesso palla.