GIUFA' – APRILE 2017
Gad Lerner

Leggendo l’ultimo, ottimo saggio di Domenico De Masi – Lavorare gratis. lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati (Rizzoli) – mi sono imbattuto in una considerazione di quelle che tendiamo a sorvolare, da quanto appaiono ovvie. Che gli uomini nascano tutti uguali, e di conseguenza debbano godere del medesimo diritto alla felicità, è acquisizione culturale molto recente. Dentro di noi, per millenni, abbiamo introiettato l’idea opposta. Ad esempio, noi sostenitori del sistema democratico, che assegna la sovranità al popolo, guardiamo con ammirazione al modello della democrazia ateniese. Dimenticando che i 60mila liberi cittadini di Atene esercitavano la loro potestà democratica solo grazie ai 250mila schiavi loro sottomessi. Nella democrazia ateniese per ogni libero cittadino c’erano in media più di quattro schiavi. È ciò non suscitava remore morali perché neanche si poteva concepire un modello economicamente sostenibile che potesse fare a meno del lavoro coatto.

Lo schiavismo è sopravvissuto a numerosi cambi d’epoca. Ha trovato il modo di farsi giustificare nelle pieghe di religioni che predicano la fratellanza e l’uguaglianza universale. Scoperte scientifiche e geografiche, riorganizzazioni dei cicli produttivi, nuovi assetti urbani e statali, hanno tranquillamente convissuto con la consuetudine di assoggettare il destino di moltitudini di esseri umani riducendoli a proprietà di altri.

Oggi risulta più arduo giustificare la riduzione in schiavitù di intere popolazioni o singoli individui attraverso teorie di superiorità razziale o l’intento civilizzatore. Difficilmente troverete nel dibattito pubblico chi sia disposto a teorizzare nei rapporti lavorativi un ritorno alle antiche regole della schiavitù. Ma commetteremmo un’ingenuità se pensassimo che il fenomeno del ritorno a relazioni fondate sull’asservimento dei subalterni riguardasse solo i casi efferati di cui leggiamo ogni tanto: il caporalato dei braccianti, le false cooperative nella logistica, le ragazze costrette alla prostituzione.

Non è così. Non abbiamo a che fare solo con distorsioni criminali delle regole del mercato del lavoro. Sto conducendo per Rai3 un’inchiesta sulle condizioni del lavoro dipendente oggi in Italia, che si intitolerà semplicemente Operai e, anche nei luoghi dove meno me lo sarei aspettato, si incontra una differenziazione normativa e di figure giuridiche tendente verso il rapporto di natura servile.

In tutte le forme del lavoro di cura, pagato sempre meno anche se vieppiù necessario – dalle badanti agli infermieri, dalle imprese di pulizie al guardianaggio – la partita Iva maschera una precipitazione sociale verso il basso. Ma fenomeni analoghi si riconoscono nella giungla dei subappalti fin dentro alle grandi imprese manifatturiere e nel pubblico impiego. Sempre più frequente è trovare nello stesso reparto, fianco a fianco, lavoratori che svolgono la stessa mansione ma con differenze normative e retributive tali da poter qualificare l’uno libero e l’altro servo.

Il segnale della profondità di questo fenomeno, è che nella maggior parte dei casi i “servi” si dichiarano fortunati e trovano del tutto naturale la condizione di minorità a cui sono assoggettati. 

Atene

Nella democratica Atene raccontata da Erodoto, non solo gli schiavi erano andrapoda (bestie dai piedi umani), ma la donna era completamente assente dalla vita pubblica: non poteva votare, non poteva vendere o comprare autonomamente, né era libera di scegliere il marito.