A un certo punto della chiacchierata, imbocca una direzione inattesa. E racconta. «Il 4 agosto del 2020 con Renato (Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, ndr) siamo stati ospiti, a Roma, del ministro della difesa, Lorenzo Guerini. Si è vantato di essere un vero cattolico, cresciuto in parrocchia e nell’associazionismo. Poi ci ha detto di essere molto orgoglioso di aver fatto il militare con gli alpini. Gli ho risposto che quando ero parroco, la stragrande maggioranza dei miei giovani ha poi deciso di fare l’obiettore di coscienza».

Monsignor Giovanni Ricchiuti – 72 anni, arcivescovo pugliese di Altamura-Gravina- Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi – conosce la medicina della tenerezza. Ma le sue parole non sono mai timide. Soprattutto quando la sua Chiesa si mostra affascinata dalle divise.

«Non ho condiviso affatto aver trasformato papa Giovanni XXIII nel patrono dell’esercito. L’allora segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino, mi rispose di andarci piano a criminalizzare l’esercito. Ma che c’entra?, gli replicai. Non criminalizzo nessuno. Ma non capisco ancora oggi come si faccia a legare la figura del papa buono ai militari».

Cresciuto a pane e Tonino Bello, a mons. Ricchiuti, in effetti, la divisa provoca turbamenti. In particolare quando vede in tv o sui giornali quella ricca di medaglie di Francesco Paolo Figliuolo, il commissario straordinario per l’emergenza Covid-19. «Ogni giorno dobbiamo ammirare il suo cappello e la sua piuma. È una continua parata militare per compiti prettamente civili.

Se i militari sostituiscono la protezione civile, che si tolgano loro le armi». E quando lo si provoca dicendogli che nella sua Chiesa per sentire parole sferzanti contro il commercio bellico o si intervista lui oppure direttamente il papa, prima replica che la Chiesa non può tacere («Mi hanno insegnato che tu devi “profetizzare” sia che ti ascoltino sia che non ti ascoltino»); poi ti ricorda che qualcosa sta cambiando anche tra i vescovi: «Non sono poi così solo a dire queste cose».

Buongiorno monsignore. Partiamo da una notizia positiva. Da un sondaggio commissionato da Greenpeace sembra che la società civile di 4 paesi europei desideri mettere un freno alla vendita di armi, soprattutto ai paesi totalitari o in guerra. Sorprende che siano proprio gli italiani i più contrari all’export di armi. A suo avviso questo sondaggio rispecchia davvero il sentimento profondo della nostra società?

Io sono pugliese. Terra di roccia. Di terra aspra. Sento molto vero il proverbio che dice che  la goccia scava la pietra. Quella del sondaggio è davvero una bella notizia. Sono certo, e non da oggi, che c’è un popolo della pace. Che vuole la pace. Ricordo i miei anni giovanili, di fresco prete ammirato dalla figura di don Tonino Bello, cresciuto a pochi chilometri da casa mia. Già allora tra le persone era forte il sentimento che riteneva come la guerra fosse una follia.

Si ricorda l’Alienum est a ratione di Giovanni XXIII? “È pura follia pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. È roba da matti e la gran parte di noi rifiuta di essere pazzo. Per cui, sì. Ritengo che quel sondaggio corrisponda a verità. Lo sento quando vivo con la gente, nelle strade, nei bar, in chiesa. C’è grande fermento anche nei movimenti cattolici su questo tema, forse perché è un argomento su cui batte spesso il papa.

E poi la gente è stanca. Ha solo bisogno di informazione sincera. Veritiera. Un tempo si sarebbe detto di contro informazione. Mentre ciò che si legge o si ascolta oggi va spesso in una sola direzione. I grandi media sfiorano appena queste tematiche. Bisogna, invece, avere più coraggio. Come è possibile spendere 90 milioni di euro per un F-35, quando la sanità attorno a noi è macerie?

Notizia meno positiva. Perdoni l’impudenza: perché per sentire una voce molto critica nella Chiesa sul commercio bellico, spesso amorale, dobbiamo intervistare sempre lei o, se fosse possibile, il papa? Perché nella Chiesa, dai vescovi ai parroci, non si sente l’esigenza e l’urgenza di affrontare pubblicamente questo tema?

Anche qui le darò alcune buone notizie. Ma partiamo dalla premessa. È vero: molti vescovi e parroci, purtroppo, non sono molto informati. C’è qualcuno che mi avvicina per dirmi che i miei (e quelli del papa a questo punto) sono discorsi utopistici. Che non possono cambiare lo stato delle cose. Che c’è una logica, dietro il commercio, che non si spezzerà. Ma all’assemblea della Cei ho posto chiaramente al papa la domanda: santità che dobbiamo fare con le armi?

Con le aziende che producono armamenti? E la sua è stata una risposta netta: “Riconvertirle al civile”. Non ha arzigogolato. Ha detto che a parte quelle che producono armi come deterrente e per la pura difesa, le altre devono essere riconvertite. E per i cappellani militari, gli ho contro ribattuto? “Noi in Argentina abbiamo riconvertito pure quelli”, la sua risposta.

Questo sta a significare che la Chiesa italiana qualche passo in più lo deve fare. Ma la notizia positiva è che non sono affatto solo nell’episcopato a portare avanti questi temi. Il nuovo arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, è su questa linea. La conferenza episcopale piemontese, lo stesso. Trovo che ci sia maggiore sensibilità. Altri vescovi si stanno muovendo.

Certo, siamo in 200, circa. E il lavoro è tanto. Ma si tratta di passi avanti significativi. E potrebbero già vedersi dei frutti alla prossima Assemblea generale che si svolgerà all’hotel Ergife, a Roma, dal 24 al 27 maggio prossimi. In quella occasione chiederò esplicitamente che si facciano pressioni sul governo italiano affinché firmi e ratifichi il trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Dalla Relazione governativa appena pubblicata sull’import ed export di armi risulta che nel 2020 non solo abbiamo venduto navi da guerra all’Egitto per oltre 900 milioni di euro. Ma anche armamenti alla Libia per 6 milioni. Probabilmente serviti per risistemare le motovedette della guardia costiera. Da una di queste sono partiti gli spari contro i tre pescherecci italiani. Non le pare un cortocircuito? Un paradosso?

Siamo in presenza di una sordità e cecità scandalose. Non è più tollerabile continuare così. Possibile che siano fantasmi i campi di detenzione libici? Possibile che non si dia credito ai racconti disumanizzanti dei migranti che arrivano dalla Libia? Con una quindicina di vescovi appoggiamo l’iniziativa di Mediterranea e di don Matteo Ferrari, questo prete che sta dedicando la sua missione nelle navi della ong.

Ma dove nascondono la faccia i governi? Ho già scritto negli editoriali di Verba volant che delle atrocità che si stanno compiendo nel “Mare Monstrum” potrebbero un giorno risponderne, davanti a un tribunale internazionale, paesi come Malta, Italia, Francia, la stessa Europa. E poi, come dice lei, arriviamo al paradosso che vendiamo armi alla Libia probabilmente poi utilizzate contro i nostri pescherecci e i nostri pescatori.

Un tema di cui si parla pochissimo e presente nella Relazione è quello delle cosiddette Banche armate, ovvero degli istituti di credito che appoggiano le industrie belliche. Anche nel 2020 almeno 8 miliardi di euro sono transitati dai conti correnti di banche italiane, o con sedi in Italia, a sostegno di quel commercio. Mai come in questo caso la volontà del singolo cittadino potrebbe incidere sulle politiche del proprio istituto di credito. Perché a suo avviso fa fatica a passare questa idea, questa politica, questa campagna? Anche negli stessi consigli pastorali e negli economati delle diocesì è un tema tabù.

Tocca un argomento a cui tengo davvero tanto. Per me è intollerabile, ad esempio, che la Cei si appoggi a Unicredit, in cima alla lista delle cosiddette Banche armate. Le racconto un particolare: ogni anno noi vescovi versiamo 160 euro per un fondo pensione supplementare. E il bonifico lo dobbiamo fare a Unicredit. Ho già manifestato tutta la mia contrarietà.

Qualche segnale positivo sta arrivando. Il documento della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei in occasione della festa del primo maggio afferma che non si possano fare investimenti in contrasto con i valori etici della Chiesa.

Per quanto riguarda i fedeli e i consigli pastorali, trovo che quando le persone sono davvero informate poi compiano scelte valide. Bisogna avere pazienza. La parola comincia a scuotere. Se poi fossimo aiutati anche da servizi giornalistici di ampio ascolto, tipo Report di Rai 3, magari la sensibilizzazione sarebbe più facile.

Comunque è vero che di queste cose se ne parla poco pastoralmente. Serve un lavoro di formazione e di informazione. Anche nella certezza di essere scomodi. L’economato generale della Cei, comunque, l’ho trovato sensibile alla questione. Serve una gradualità nelle cose. Ma la strada è quella.

A chi dice che la politica estera di un paese non si fa con le buone intenzioni, lei che risponde?

Che la politica è servizio. Non c’entrano cattive e buone intenzioni. E chi tira in ballo il realismo, bisognerebbe ricordargli che se andiamo avanti con questo pragmatismo la nostra fine arriverà con largo anticipo. Anche la politica, invece, ha bisogno di visioni nuove.

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