C’è inquietudine in Mozambico attorno alla morte di Umberto Sartori Vidock, cittadino italiano naturalizzato mozambicano che risiedeva nel paese da decenni e che è stato ritrovato morto nella sua cella lo scorso 15 maggio in circostanze ancora da chiarire.
Sartori era il proprietario di un rinomato resort turistico situato a Maputo ed era molto noto in Mozambico, anche per via delle sue assodate connessioni con l’élite del FRELIMO, il partito che governa il paese da oltre 50 anni.
L’imprenditore era finito in carcere con le accuse di traffico internazionale di stupefacenti e riciclaggio di denaro nell’ambito di una più ampia inchiesta sulla criminalità organizzata.
Il suo decesso e le sue misteriose circostanze hanno prodotte numerose speculazioni sui suoi rapporti col potere e sulla natura dei suoi affari in Mozambico.
Un “rumore bianco” che rischia di sostituirsi alle versioni ufficiali ma anche alle richieste di fare chiarezza. Una, in modo particolare, è partita dalla comunità italiana nel paese africano, che ha lanciato un appello alle istituzioni italiane affinché si attivino per spingere Maputo a fare chiarezza sul caso.
Il timore è che la vicenda di Sartori si trasformi in una delle numerose morti mai chiarite che si sono verificate negli ultimi anni in Mozambico, tanto tra le file degli oppositori politici che di persone legate in qualche modo ai vertici del potere, oltre che tra attivisti e giornalisti.
La nota del sistema penitenziario
Innanzitutto, i fatti secondo il governo.
Stando a quanto riferito in una nota del servizio penitenziario nazionale, nella mattinata dello scorso 15 maggio Sartori è stato rinvenuto senza vita riverso sul pavimento della sua cella nel carcere di massima sicurezza di Machava Bo, famigerato penitenziario della capitale.
Nel comunicato si sottolinea inoltre, in neretto nel testo, che il cittadino di origini italiane “si rifiutava di ingerire alimenti fin dal suo ingresso nel carcere”, avvenuto all’inizio della seconda metà di aprile. Un fatto questo, che “era stato prontamente comunicato alla sua famiglia, al suo avvocato e al medico di famiglia”.
Per quanto questo elemento non venga messo in diretta connessione col decesso, il testo sembra dare grande enfasi allo sciopero della fame.
La presunta azione rivendicativa di Sartori era stata comunicata per la prima volta dal servizio penitenziario pochi giorni dopo l’arresto ed era stata rilanciata da alcuni mezzi di informazione locale.
Lo sciopero della fame
A fugare ogni dubbio sulle ipotesi del governo rispetto alla morte di Sartori, ci ha pensato ieri il ministro degli Interni, Paulo Chachine.
Il dirigente dell’esecutivo ha affermato a margine di un incontro a Maputo che “è risaputo e di dominio pubblico” che Sartoni “stava facendo lo sciopero della fame” e che “quando aveva deciso di mangiare, era già debilitato e affetto da problemi di salute”.
Chachine ha aggiunto: “Se una persona ha gravi problemi di salute, come sembrava essere il suo caso, dobbiamo aspettarci delle conseguenze. Ciò significa che la sua morte è legata a questi problemi”.
Le affermazioni del ministro non risultano però basate sull’analisi di esami specifici o di un’autopsia.
L’appello
Le zone d’ombra rispetto alla vicenda di Sartori sembrano diverse.
Da qui un appello della comunità italiana in Mozambico, una lettera inviata al ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale e all’ambasciata di Roma a Maputo. La missiva è stata inviata dopo aver raggiunto le 100 firme sul portale Change.
Nel testo si riporta che “Umberto Sartori cittadino italiano, figura ben conosciuta nell’ambito della comunità italiana locale, nonché soggetto che intratteneva relazioni riconosciute con gli apparati istituzionali e con il partito di governo FRELIMO, ha perso la vita all’interno di una struttura carceraria mozambicana in circostanze che rimangono a tutt’oggi oscure e prive di qualsiasi spiegazione ufficiale trasparente”.
Nella lettera si ricorda inoltre che “la situazione carceraria in Mozambico è nota per le sue criticità strutturali. Negli ultimi anni si sono registrati numerosi casi di decessi avvenuti in custodia cautelare o durante l’espiazione di pene detentive, alcuni dei quali sono stati successivamente accertati come omicidi. In rarissimi casi i responsabili sono stati identificati e perseguiti.
Di fronte a tale contesto – si afferma ancora -, la morte del connazionale in questione non può e non deve essere archiviata senza un’indagine rigorosa, indipendente e trasparente”.
Nello specifico, si chiede all’ambasciata italiana di “attivare con urgenza ogni canale diplomatico a propria disposizione per richiedere alle autorità mozambicane la piena divulgazione delle circostanze della morte, l’accesso agli atti e ai referti medici, nonché la garanzia che nessuna prova venga alterata o dispersi”.
Alla Farnesina si fa appello affinché “convochi il rappresentante diplomatico mozambicano in Italia al fine di trasmettere ufficialmente la richiesta di chiarimenti e di far conoscere la posizione del governo italiano”.
Nella nota si chiede ancora di “valutare la possibilità di richiedere il coinvolgimento di osservatori indipendenti o di organismi internazionali competenti, tra cui il Comitato ONU contro la tortura e il Relatore speciale ONU sulle esecuzioni extragiudiziali, qualora le autorità mozambicane non dovessero dare seguito, in tempi ragionevoli, alle richieste diplomatiche avanzate” e di garantire “una comunicazione chiara e tempestiva alla famiglia del defunto e alla comunità italiana, nel pieno rispetto della dignità della vittima e dei diritti dei suoi cari”.
Il caso
Stando a quanto riportato dalla stampa mozambicana, Sartori era sospettato di coinvolgimento in traffico di droga, riciclaggio di denaro e falsificazione di documenti, nell’ambito di un’indagine del Servizio nazionale di investigazione criminale (SERNIC) che ha portato all’arresto di altre tre persone.
Secondo quanto ricostruito dalla comunità italiana in Mozambico, al momento del decesso queste accuse non erano ancora state formalmente contestate a Sartori.
L’unico passaggio che appare certo è la convalida dell’arresto, che sarebbe avvenuta lo scorso 24 aprile, dopo diversi giorni di detenzione.
Il SERNIC ha riferito che l’operazione delle forze di sicurezza è stata lanciata sulla base di informazioni di intelligence che indicavano il presunto coinvolgimento degli arrestati in una rete di criminalità organizzata.
Secondo ulteriori ricostruzioni, Sartori sarebbe stato arrestato a seguito della segnalazione di Nurolamin Gulam, arrestato a sua volta per traffico di droga negli USA nel febbraio 2024.
Gulam era anche il volto più noto di un gruppo imprenditoriale di base a Nampula, capoluogo della provincia omonima nel nord del paese, ed era fuggito dal Mozambico inizialmente a causa di un debito da oltre 50 milioni di dollari verso nei confronti della banca nazionale.
Gulam avrebbe consegnato all’agenzia statunitense per il contrasto al traffico di droga, la DEA, i nomi di 29 persone. L’ente del governo USA avrebbe a sua volta chiesto a Maputo di intervenire nei confronti dei soggetti in questione, prima di attivarsi direttamente.
Una figura complessa
Le ipotesi che circolano sul coinvolgimento di Sartori nei fatti descritti sono diverse.
Già giorni prima della morte, l’agenzia di notizie Zitamar, ritenuta generalmente affidabile, scriveva della delicata condizione in cui finiva a trovarsi il FRELIMO con l’arresto di Sartori e di altre figure legate a Gulam.
L’eventualità che l’imprenditore italiano venisse estradato negli USA veniva descritta dall’agenzia come un possibile rischio per l’élite al governo, visto la possibilità che gli imputati potessero fare luce sui legami tra esponenti del partito e trafficanti di droga, ipotizzati da molti negli anni ma mai accertati ufficialmente.
Per capire il peso della figura di Sartori bisogna poi approfondire l’importanza della struttura che gestiva a Maputo, il complesso di Kaya-Kwanga, in una lussuosa zona della capitale a due passi dal mare.
Negli anni la struttura era diventata un luogo di ritiro vacanziero per esponenti di spicco del partito e delle forze armate, ma soprattutto uno spazio privilegiato per gli affari che serviva a mettere in contatto imprenditori di vario tipo e i vertici del FRELIMO.
Una centralità nella vita politica e finanziaria del paese che aveva fatto assurgere Sartori allo status di “intoccabile”, come lo definisce il settimanale d’inchiesta Savana, ma che potrebbe averlo fatto diventare anche molto scomodo per le figure alla guida del paese.
La violenza contro le opposizioni
Per adesso, si è ancora nel campo delle speculazioni. Quel che è certo è che il clima politico in Mozambico è teso e che il partito di governo è accusato con sempre maggior forza di risolvere i suoi problemi con la violenza.
In meno di una settimana due esponenti del partito di opposizione ANAMOLA sono stati uccisi in due diversi episodi, uno nella provincia centrale di Manica, Anselmo Vicente, e uno nella provincia meridionale di Gaza, Pedro Chauke.
Secondo l’organizzazione della società civile locale Plataforma Decide, in meno di un anno nel paese sono state registrati almeno 23 attacchi contro esponenti dell’opposizione.
Per Venancio Mondlane, fondatore di ANAMOLA e principale volto dell’opposizione al governo, gli esponenti del partito a essere stati uccisi sarebbero almeno 56.
Un contesto che ha spinto Adriano Nuvunga, direttore del Centro per lo sviluppo e la democrazia (CDD) e tra le figure più in vista della società civile mozambicana, a parlare apertamente di uno “stato criminalizzato”, che viene “utilizzato da chi è al potere per eliminare gli oppositori politici”.