I morti degli altri - Nigrizia
Libri
Marco Aime e Federico Faloppa
I morti degli altri
Einaudi, 2025, pp. 176, € 13,00
27 Marzo 2026
Articolo di Giuseppe Cavallini
Tempo di lettura 3 minuti

Viviamo un periodo storico in cui la violenza imperversa e pare determinare sempre più il destino della società e dei popoli. Se mai ce ne fosse bisogno, a ricordarci questa complessa realtà ci pensano con maestria gli autori di I morti degli altri, un volumetto il cui significato viene esplicitato in modo esemplare in copertina, con un interrogativo lapidario e tagliente: «Perché non proviamo la stessa empatia per i morti che in qualche modo “non ci appartengono?”». 

Siamo assuefatti alla violenza che i media ci propinano su base quotidiana: una catena di morte causata da conflitti, catastrofi provocate dall’uomo e naturali, la violenza della criminalità o l’abuso di sostanze. Per tacere della stigmatizzazione cagionata dall’uso deleterio che molti fanno dei social media. Lo scenario è talmente saturo di vittime della violenza che ci si è giocoforza abituati: non si rimane più coinvolti sul piano emotivo, diventa tutto cibo di cui ci si nutre. 

“Dacci oggi la nostra razione di violenza e morte quotidiana”, verrebbe da dire. E soltanto laddove la violenza e la morte entrano nel quadro delle nostre più strette relazioni ci sentiamo scuotere da qualche sussulto di consapevolezza.

Tra gli obiettivi che si propone, pertanto, il libro di Marco Aime e Federico Faloppa, il primo noto antropologo e prezioso collaboratore di lunga data di Nigrizia e il secondo docente di Language and discrimination presso l’Università di Reading (Regno Unito), va sottolineato senza dubbio l’intento di spiegare perché la morte di milioni di persone ci trovi più o meno indifferenti in base alla lontananza fisica di chi ne cade vittima, al tipo di sensibilità che li assimila a noi o al contesto geografico, culturale, sociale o religioso di cui facciamo parte.

Gli “altri” evocati dal titolo riflettono l’atteggiamento di distacco emotivo ed esistenziale che si prova di fronte a vittime per lo più anonime, e di cui non si sa nulla. Possono includere migranti, civili colpiti da guerre lontane, vittime di violenze strutturali che non trovano spazio nei rituali del lutto occidentale.

Morti che non costituiscono tragiche perdite bensì semplici statistiche; alle quali non si riesce ad accostare nomi, volti e storie, ma solo numeri e grafici. Attraverso la narrazione di concreti casi di violenza recenti, gli autori dimostrano come esista una evidente gerarchia nella catena dei morti, che li rende di categorie più o meno “nobili” e identificabili per l’appunto in base al nostro contesto e alle condizioni esistenziali che ci circondano.

Si tratta davvero di un libro per certi versi scomodo e inquietante, che sfida chi lo legge a riflettere e riconoscere che il modo in cui piangiamo – o non piangiamo affatto – i morti dice molto del nostro modo di abitare il mondo. Interrogare “i morti degli altri”, suggeriscono in definitiva gli autori, significa interrogare noi stessi e i confini, sempre instabili, della nostra umanità.   

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Africae 2026