Da Nigrizia di novembre 2011: intervista a Luca Alinovi, responsabile Fao per la Somalia
Per l’economista toscano l’Occidente diventa improvvisamente tirchio, quando si tratta di inviare aiuti nella peggior crisi che ha colpito la Somalia e il Corno d’Africa, «mentre spendiamo centinaia di miliardi per la crisi finanziaria dei sistemi bancari». Non nega che possa esserci il business della fame, che alimenta l’industria umanitaria. Ma per lui, ora, è solo il momento di intervenire, non dei distinguo. «La carestia è un problema medievale».

La domanda che pone resta appiccicata nell’inspiegabile. «Com’è possibile che nel 2011 così tante persone muoiano ancora di fame?». «È inaccettabile. La carestia è un problema medievale».

 

Luca Alinovi, 47enne economista fiorentino, non sa darsi pace. Respira da mesi il dramma che abita in permanenza lo sguardo di 4 milioni di somali che versano in condizioni alimentari precarie, per non dire tragiche.

 

Per questo, nel suo personale abbecedario umanitario “2011” e “morte per fame” sono un ossimoro. «È una cosa che va al di là del bene e del male. Trovo scioccante continuare a pensare che persone ancora oggi – in un mondo che vive di abbondanza e di surplus – crepino di fame. È la morte più disumana al mondo». Come se il nostro torpore da ricchi in crisi ci avesse rattrappiti in un analfabetismo morale, impedendoci di dare forma a quella parola: “fame”. «Siamo forse arrivati ad accettare come verità indiscussa che persone musulmane, africane, o non so che altro, abbiano meno valore di noi, esseri umani occidentali? Davvero, non riesco più a capire».

 

Alinovi ha un’esperienza ultraventennale in Africa. Da poco più di un anno dirige l’ufficio della Fao (l’agenzia delle Nazioni unite che si occupa di cibo e agricoltura) per la Somalia, con sede a Nairobi. Intervistarlo è anche l’occasione per ragionare sull’altra faccia della medaglia dell’intervento umanitario. Quella legata alle disfunzioni. A una responsabilità che deve andare oltre il dramma del momento. Ad aiuti che non hanno mantenuto le promesse. A un’industria, quella dell’intervento umanitario, per la quale la carestia, talvolta, rischia di diventare un buon carburante e un ottimo affare. Paradossi verbali acrobatici, conosciuti dall’economista italiano, ma sui quali non vuole salire. «Quando milioni di persone sono a rischio di morir di fame, sono inutili i barocchismi dei distinguo».

 

Ma facciamo un passo indietro. Da economista, quale risposta razionale ha trovato al fatto che nel 2011 si muore ancora per fame? Colpa di cambiamenti climatici irrefrenabili? Dell’egoismo del mondo ricco? Dell’assenza di governo? Amartya Sen, già premio Nobel per l’economia, è convinto che «nessuna carestia si è mai verificata in una democrazia funzionante».

Sono tante le ragioni. A me piace la frase di chi ricorda che la politica è un privilegio che può essere esercitato solo quando si ha la pancia piena. E trovo paradossale che stiamo chiedendo ai somali di fare buona politica, tenendoli affamati. Nel 2003, con la Dichiarazione di Maputo sull’agricoltura e la sicurezza alimentare, i governi africani si erano impegnati a destinare all’agricoltura almeno il 10% dei bilanci nazionali annuali. In Somalia non siamo neppure all’1%. Un paese – con due fiumi abbondanti d’acqua, un sistema irriguo, sviluppato nei secoli, estremamente ricco – che continua a soffrire di carestie inimmaginabili.

 

Dipende solo dai mancati investimenti?

Se si guardano le carte geografiche dell’Etiopia e del Kenya e le si sovrappone a quelle degli investimenti in agricoltura effettuati dai due paesi, ci si rende conto che la carestia ha colpito quelle fette di territorio dove non si è investito. Se questo stesso tipo di siccità avesse colpito negli anni ’80 o ’90 l’Etiopia, avremmo avuto milioni di morti nel paese. Non ci sono oggi, perché il governo di Meles, che può essere criticato per tante ragioni, ha investito in agricoltura una grande quantità di soldi, soprattutto nelle regioni degli altopiani. E in quelle aree c’è gran poca crisi. A differenza del sud. Stesso discorso per il Kenya. Questa carestia, comunque, ha finalmente fatto scoppiare il bubbone.

 

Quale?

In cima alla lista dei desideri delle organizzazioni internazionali c’è sempre e solo la questione del buon governo. Solo dopo aver risolto questo diktat, arrivano i problemi quotidiani delle persone. Ma la good governance è l’ultima delle preoccupazioni per persone che devono pensare ogni giorno a come sopravvivere. Per fortuna, ci sono paesi donatori, come l’Inghilterra, che stanno cambiando strategia. Si comincia a dubitare che l’utilizzo sempre e comunque dell’aspirina sia utile a fronteggiare ogni tipo di mal di testa, senza sapere cos’abbia provocato quel dolore. Se fosse solo un malessere passeggero, quel medicinale andrebbe benissimo. Ma se il mal di testa fosse dovuto a un tumore latente che va crescendo, l’aspirina maschererebbe solo il sintomo, ritardando la possibilità di intervenire con mezzi adeguati. Spesso noi, in questi paesi, forniamo l’aspirina, senza mai andare a fare la diagnosi del motivo vero per cui è sorto quel mal di testa, né tantomeno ci occupiamo delle cause di lungo periodo, perché costano troppo. Se questa crisi somala ha un merito, uno solo, è l’aver riportato il popolo somalo, piuttosto che il governo, al centro dell’attenzione.

 

Una saggistica che va di moda oggi punta il dito contro il business della fame. Si dice che la Somalia è il paese che ha ricevuto in assoluto la maggior quantità di aiuti in questi anni, i quali, tuttavia, non sono riusciti a risolvere la situazione. Anzi, l’avrebbero aggravata, creando una certa assuefazione e dipendenza dagli aiuti stessi. Che ne pensa?

Trovo onestamente che questi ragionamenti non tornano. Lavorando anch’io sui numeri, so che si possono rigirare a proprio piacimento. Però, onestamente, non si può dire che la Somalia è il paese più aiutato, a meno che non si aggreghino 20 anni di interventi in valore assoluto. Se si guarda, invece, al valore annuale o a quello pro capite, gli aiuti sono molto esigui, se paragonati ai bisogni della gente. Un esempio banale: le rimesse dei somali sono tra le 2 e le 10 volte (a seconda delle stime) i valori dell’aiuto di cooperazione. Se si fosse investito in agricoltura il 10% del bilancio teorico nazionale somalo, saremmo di fronte a cifre superiori di una decina di volte a ciò che arriva come aiuto totale. Quindi, i numeri non tornano. Sono teorici. La Somalia, in realtà, pone un quesito di sostanza che è difficile da affrontare.

 

A cosa si riferisce?

Alla tesi dell’economista Paul Collier: in paesi come la Somalia la comunità internazionale deve avere il coraggio di assumere un ruolo dominante e di sostituirsi allo stato, fino a quando non si creano le condizioni affinché questo riemerga. Solo così è pensabile un’assistenza minima a quelli che ne hanno più bisogno. Ai poveracci.

 

Ma da parte vostra, come agenzie umanitarie, nessun mea culpa sulla gestione degli aiuti?

Sappiamo che l’aiuto, talvolta, non funziona bene. Quando un paese non riesce a decidere di andare in una determinata direzione, è difficile riuscire a garantire che l’aiuto cambi perfino le politiche nazionali. Ma la Somalia è un paese che ha sofferto così tanto le continue crisi che si sono succedute negli anni, senza mai uscirne, che sarebbe davvero troppo interrogarsi se sia più o meno giusto intervenire con gli aiuti. E, comunque, se si prendono gli ultimi 10-12 anni di appelli umanitari e si verifica quanto di quello che era stato chiesto è stato effettivamente poi dato, ci si accorgerà che la somma arrivata è assai inferiore a quella richiesta. La verità è che non siamo mai stati in grado di rispondere fino in fondo ai bisogni di questo popolo. Abbiamo fornito solo risposte parziali, per cui i somali si sono trovati sempre più deboli.

 

Ci perdoni l’insistenza e la sfrontatezza: ma la fortissima attenzione mediatica che si è scatenata sulla crisi del Corno d’Africa non rischia di risultare, alla fine, funzionale anche al grande carrozzone delle organizzazioni non governative, tutte allineate e compatte dietro la fame?

Il problema è che siamo in un paese in cui non c’è alcuna forma di sostegno da parte dello stato alla gente. Non solo. Sempre di più i somali all’estero stanno diventando di seconda, se non di terza, generazione. Nonostante le rimesse oggi siano molto consistenti, andranno calando nei prossimi anni in modo deciso. L’assenza totale di un sistema paese comporta costi elevati per garantire il minimo per la sopravvivenza. O, addirittura, costi altissimi se, a forza di non intervenire, si arriva a una situazione di crisi elevata come quella attuale. Oggi rimettere le cose in condizioni di normalità, rispetto a se fossimo intervenuti sei mesi fa, costa molto di più. Quando hai centinaia di migliaia di persone che si muovono dalla loro terra, riportarle a casa non ha lo stesso costo di quando la gente è partita. È vero, tuttavia, che una serie di interventi paralleli sullo stesso tema – se non organizzati e strutturati – rischia di produrre inefficienze e sperperi. Il coordinamento, in queste situazioni, diventa fondamentale. Ma è difficile da realizzare, perché tutti quelli che arrivano con i soldi in tasca, forniti da un donatore individuale o collettivo, non si sentono in obbligo di coordinarsi con nessuno. Sono solo ansiosi di dimostrare che sono arrivati nelle zone di crisi, che hanno aiutato, eccetera. Noi, come Fao, abbiamo spinto moltissimo per non fare entrare in Somalia nuove agenzie. Ma non per questioni di territorialità o di posizionamento, come la gente potrebbe pensare. Questo resta un paese difficile. C’è una battaglia in corso. C’è una grande sensibilità politico-religiosa. Aggiungere confusione in un contesto del genere rischia di aumentare l’inefficienza del sistema e di peggiorare la crisi, invece di aiutare le agenzie che già operano sul territorio. Purtroppo, bisogna poi anche ammettere che un’operazione in parte gestita da Nairobi, in parte da fuori, in parte a livello internazionale, alla fine viene a costare molto di più di un’operazione gestita da un’unica centrale.

 

Sappiamo che gli aiuti, storicamente, sono finiti anche a ingrassare realtà terroristiche o criminali in certe aree conflittuali dell’Africa. Vede questo pericolo anche in Somalia?

Francamente, le cose stanno diversamente da come le dipinge. Ciò che dice appartiene a una retorica sulla Somalia che dà fastidio. Per l’Afghanistan, dove sembra che sia giusto fare delle operazioni scriteriate e dove il rischio di cattivo utilizzo dei soldi è altissimo, nessuno dice nulla. Altri interventi, altrettanto criticabili, sono stati fatti per il Sudan e altri paesi africani. Per la Somalia, invece, o il rischio è zero o è peccato mortale aiutare. Noi tutti stiamo facendo salti mortali moltiplicati per tre per garantire il massimo della trasparenza su ogni dollaro che arriva in Somalia. Ma stiamo parlando di un paese in crisi e dove si spara quasi quotidianamente. Un paese distante anni luce da un sistema democratico funzionante con principi saldi di contabilità pubblica e finanziaria. Quindi, la possibilità che qualcosa vada male c’è e deve far parte del ragionamento che si fa.

 

Ma ci sono modi per tentare almeno di evitare il peggio?

Applicando alcune strategie di buon senso. Spezzettare, ad esempio, tutti i possibili contratti che prevedono soldi, in modo tale che la quantità di denaro che può essere mal utilizzata diventi molto piccola. Oppure, ci si può tutelare lavorando con partner profondamente affidabili e che abbiano poco interesse a fare cose discutibili. Oppure, ancora, si può lavorare a stretto contatto con la comunità locale, in modo che sia proprio quest’ultima a difendere i propri interessi, controllando che le operazioni e i soldi arrivino ai poveri e non agli approfittatori. Si possono adottare meccanismi di trasparenza contabile e amministrativa con controlli incrociati…

 

Tuttavia, par di capire che non sia questo, a suo avviso, il cuore del problema.

Spero di risultare chiaro: dobbiamo far di tutto per impedire che qualcuno ci freghi e che i soldi vengano utilizzati per altre ragioni. Non perché temiamo che il denaro finisca a quel politico o ai terroristi. Ma perché, altrimenti, non arriva ai poveri, a quelli che ne hanno davvero bisogno. Dobbiamo rimettere al centro del dibattito il popolo somalo, fatto di persone impegnate quotidianamente a far miracoli per restare vive. Invece, tutto questo scompare nel dibattito su una contabilità che deve essere trasparente e migliore perfino di quella degli Usa.

 

La situazione in Somalia è ancora critica?

Molto. E temiamo che continui a peggiorare.

 

Nonostante l’arrivo della stagione delle piogge?

Quella prevista è la stagione delle piccole piogge, che consentirà di produrre, al massimo, il 30% del fabbisogno annuale. Con i danni subiti, è solo una piccola goccia nell’oceano. Se tutto andrà bene e se anche la stagione delle lunghe piogge sarà positiva e non ci saranno altri motivi di crisi, forse ad agosto-settembre dell’anno prossimo la situazione potrebbe tornare controllabile. Non bisogna, poi, dimenticare alcuni aspetti di questa crisi.

 

Quali?

Colpisce tutti noi la malnutrizione gravissima dei bambini. Che nasce da un motivo molto banale. Avendo saltato due stagioni agricole, le vacche e le capre non si sono riprodotte, quindi non è stato prodotto latte, nutrimento fondamentale per i bimbi. Questa situazione durerà per un anno e mezzo-due. Ricostruire le capacità produttive del paese richiede un periodo medio-lungo. Bisogna accettare il principio, quindi, che è necessario lavorare sulla Somalia per alcuni anni. Non la si può abbandonare, anche se dovesse scoppiare un’altra crisi in giro per il mondo.

 

Perché l’allarme è scoppiato in ritardo?

Non è vero. Gli uffici della Fao già nel novembre dell’anno scorso hanno lanciato il primo allarme: attenzione, se non si cambia marcia e velocità di intervento, ci troveremo in una situazione molto seria e complicata. Abbiamo ripetuto l’appello varie volte anche in seguito: a febbraio, a maggio. Ma fino a quando non abbiamo usato direttamente e ufficialmente la parola “fame”, la reazione internazionale è stata molto debole. Per noi questa reazione è fondamentale, perché le agenzie dell’Onu intervengono solo se i donatori forniscono loro i mezzi. Dopo l’uso della parola “fame”, i donatori sono intervenuti con una velocità pazzesca. Prima no.

 

Bisogna, insomma, morire di fame perché si muova qualcosa?

Il mio urlo nasce proprio da questo. Non ci preoccupiamo di spendere centinaia o forse migliaia di miliardi di euro in cose evanescenti in questa crisi finanziaria dei sistemi bancari mondiali, mentre, se parliamo di musulmani che muoiono di stenti, diventiamo immediatamente taccagni. Non troviamo 1 miliardo e 600 milioni di dollari a livello internazionale. È drammatico che in paesi cattolici, come l’Italia, si sia perso il senso dell’orrore della morte per fame.

 

 

Box: Nairobi, hub degli aiuti

«Entro 90 giorni tutte le agenzie dell’Onu dovranno trasferirsi dal Kenya a Mogadiscio». A lanciare la provocazione, lo scorso aprile, è stato l’ex primo ministro somalo Mohammed Abdullahi Mohammed, pochi mesi prima di essere sfiduciato. Mohammed sembrava aver centrato una delle questioni principali legate agli aiuti in Somalia: dove materialmente far giungere i fondi. «Oggi la nostra sede è in Kenya», dice Bruno Geddo, responsabile dell’Agenzia Onu per i rifugiati in Somalia (Unhcr). «L’anno prossimo, però, mi trasferirò a Mogadiscio e vorrei essere uno dei primi a dare questo segnale importante». Una decisione, questa, che potrebbe influenzare, anche in maniera significativa, i budget destinati al paese, oggi fortemente condizionati dai meccanismi di coordinamento basati a Nairobi. «I donatori sono, infatti, in Kenya e non ci sono ambasciate attive a Mogadiscio», dice Geddo. Secondo il rappresentante dell’Unhcr, il budget finora destinato dall’Agenzia per l’emergenza in Somalia ammonta a 22 milioni di dollari, già stanziati in via ordinaria. A questi si aggiungono 8 milioni di dollari richiesti a giugno e 5 milioni a settembre, come budget straordinario, prelevato, a prestito, dal bilancio centrale dell’organizzazione, sotto la voce “riserva operazionale”. Il denaro dovrà, poi, essere restituito una volta ottenuti i fondi. «Abbiamo già denunciato la crisi nel 2010», dice Geddo. «Però i donatori, ne prendiamo atto, rispondono dietro pressione dell’opinione pubblica, spinta dall’eco mediatica. Ecco il perché del ritardo accumulato». Inoltre, rimangono diffidenti gli Stati Uniti, guidati da criteri di politica estera improntati alla sicurezza. Washington stenta, infatti, ad affidarsi a quelle agenzie umanitarie locali che operano nelle regioni somale colpite dalla carestia, per lo più rimaste sotto il controllo delle milizie islamiste di al-Shabaab. La soluzione: dirottare gran parte degli aiuti verso i centri di accoglienza dei profughi in Kenya.

L’Unhcr a Nairobi ha stanziato, per quest’anno, un budget di circa 200 milioni di dollari per la gestione dei campi di accoglienza dislocati a Dadaab, capaci di ricevere ben 540.000 rifugiati a partire dal 4° trimestre del 2011. Cifre impressionanti che rischiano di scontentare la popolazione locale e il governo kenyano, alle prese, il prossimo anno, con una difficile campagna elettorale. Per questo l’Onu ha deciso, con un programma interagenzie, di finanziare con 16 milioni di dollari un progetto in favore della popolazione locale: riforestare le aree nei pressi della città di Dadaab. (Ismail Ali Farah)

 

Box: 13 milioni a rischio umanitario

Si calcola che siano 13 milioni le persone del Corno d’Africa che necessitano di assistenza nella più grave crisi umanitaria degli ultimi 60 anni: 4 milioni in Somalia; 4,6 milioni in Etiopia; 3,75 milioni in Kenya e 147.000 a Gibuti. Ma la Fao ha lanciato un allarme anche per le popolazioni del Sudan. L’organizzazione umanitaria dell’Onu ha avanzato la richiesta di circa 3,5 milioni di dollari per aiutare le popolazioni al confine tra Sudan e Sud Sudan, con circa 235mila persone a rischio carestia.

La zona più colpita, tuttavia, resta la Somalia. In luglio erano 3 le aree di questo paese dichiarate colpite da carestia, ovvero il più alto dei 5 livelli dell’emergenza alimentare: quello che indica un aumento del 30% della malnutrizione acuta per i bambini sotto i 5 anni, con meno di 1.500 kilocalorie al giorno di consumo alimentare. Oggi la carestia si è estesa a 6 delle 8 regioni della Somalia meridionale. I 4 milioni di somali che versano in gravi difficoltà alimentari rappresentano il 53% della popolazione. Di questi, 750mila rischiano di morire di fame nei prossimi mesi, in assenza di una risposta adeguata.

 

 

Box: Emergenza Corno d’Africa e Fondazione Nigrizia Onlus
Abbiamo iniziato a dare l’allarme nel novembre 2010. Ma fino a quando nei nostri appelli non abbiamo usato la parola fame, la reazione internazionale è stata molto debole. Fondazione Nigrizia Onlus, grazie alla generosità dei lettori di Nigrizia, di www.nigrizia.it e di amici dei comboniani (€ 1.019.563 a fine settembre), ha potuto varare una serie di progetti di breve e medio termine per far fronte ai bisogni di gruppi umani del nord del Kenya e del sud dell’Etiopia. Con un primo invio di € 410.000, si è affidato ai comboniani presenti nel distretto del Turkana (Kenya) la trivellazione di 6 pozzi con sistemi meccanici di pompaggio e la distribuzione di cibo per almeno 8 mesi ad alcune centinaia di famiglie e a circa 2.000 bambini. Nel sud dell’Etiopia è prevista la costruzione di 11 chilometri di strada sterrata per permettere l’accesso a un’ampia zona abitata da famiglie di pastori Borana (oggi non raggiungibile con mezzi di trasporto), varie installazioni idriche, la fornitura di medicinali e materiale sanitario, e l’avvio di un programma di “cibo in cambio di lavoro” con cui saranno distribuiti generi alimentari (cereali, legumi, olio, ecc.) in cambio di prestazioni lavorative mirate alla realizzazione di servizi di carattere pubblico.

Ci preme sottolineare che l’impiego dei fondi disponibili non segue la frenesia dei progetti di emergenza. Padre Santiago Jiménez, economo della provincia comboniana del Kenya, ci consiglia: «Bisogna evitare ogni tipo di dispersione con donazioni a pioggia non verificabili. Intendiamo garantire massima oculatezza sui costi relativi ai progetti da noi sostenuti. I vescovi cui abbiamo offerto aiuto ci invitano ad avere una visione a medio-lungo termine».

La somma finora raccolta ed eventuali offerte successive saranno impiegate nell’ottica di una precisa progettualità, verificabile e rendicontata. Ancora p. Santiago: «Presto si spegneranno i riflettori dei grandi network televisivi sui milioni di affamati che oggi ricevono aiuti dai progetti “mordi e fuggi” delle agenzie umanitarie. Noi saremo sempre qui a difendere, con la forza della solidarietà, la dignità delle persone soffocata dalla miseria».

 


 



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