Un saluto e una eredità. È un po’ questo il riassunto di quel che è avvenuto la mattina del 19 maggio, dentro la moschea di Verona. Un saluto a un giovane ragazzo, Moussa Diarra, che torna a casa in una bara, dopo essere stato ucciso fuori dalla stazione Porta Nuova di Verona, da un agente della polizia ferroviaria. Una eredità che investe chi rimane e che, appellandosi alla decisione della giudice per le indagini preliminari Livia Magri, che ha respinto la richiesta di archiviazione, chiede verità.
Tra le bianche mura, il pavimento di tappeti e il legno chiaro della cassa, la commozione riempie in maniera palpabile ogni spazio. Abita la comunità maliana così come quella musulmana, mescolando le appartenenze che spesso coincidono; è tra le parole del Comitato Verità e giustizia per Moussa Diarra, cui si deve la continua rivendicazione di far luce su questa storia, la storia di un ragazzo che il ministro Salvini, all’indomani dell’uccisione, aveva detto che non sarebbe mancato a nessuno. Sbagliando.
La palpabile commozione si trova negli abbracci che si scambiano coloro che rappresentano le realtà associative cittadine presenti e chi è venuto a titolo personale, perché questa storia per tante persone in città ha segnato uno spartiacque non solo di eventi, ma anche di relazioni che si riconoscono, si rafforzano, si fanno carico di una eredità che rimane e che si impegna nel continuare a chiedere chiarezza, ora che Moussa è partito da Bologna, fa tappa ad Algeri per raggiungere il suo Mali e la sua città Kita, nella regione di Kayes, parte occidentale del paese africano.
Diciannove mesi dopo quella mattina del 20 di ottobre 2024, il corpo di Moussa finalmente parte per tornare a casa, dove lo aspettano da troppo tempo la madre, le sorelle, la famiglia, gli amici.
Ad accompagnarlo sarà il rappresentante della comunità maliana veronese, Ibrahim Oussane Diallo, e il fratello, Djemagan Diarra, che poco dopo l’uccisione di Moussa si è trasferito a Verona, dove ha trovato casa e lavoro, proprio grazie alla rete di sostegno che si è venuta a creare. Dove ha potuto stare accanto a questa tragedia personale e umana diventata causa giudiziaria presa in carico dalle avvocate Paola Malavolta, Francesca Campostrini e Silvia Galeoni, cui si è aggiunto Fabio Anselmo.
Diciannove mesi di cella frigorifera, di attesa che le indagini si chiudessero, per poi arrivare a una richiesta di archiviazione, presentata dalla pm Maria Diletta Schiaffino, che è stata rigettata dalla gip Magri, per ripartire dunque dal via di un iter giudiziario che dovrà far chiarezza su quel che è accaduto quella mattina di ottobre, in cui l’assistente capo della polizia ferroviaria, indagato per eccesso colposo di legittima difesa, ha sparato tre colpi di pistola. L’ultimo, mortale, per Diarra.
Tra le voci che si susseguono dopo il momento di preghiera, la storia processuale è presente e accompagnata a una richiesta di chiarezza, di giustizia ma anche di eredità, intesa come presa in carico comunitaria affinché la pienezza di relazioni e di rivendicazioni di diritti, che si è venuta a creare con il venir meno di Moussa Diarra, non si disperda, ma continui per chi rimane.
Tante le parole rivolte alla famiglia d’origine, alla madre che attende in Mali quel corpo per così tanto tempo agognato. Pensieri che richiamano al momento di saluto pubblico, avvenuto la mattina del 16 maggio, proprio fuori dalla stazione in cui Moussa è stato ucciso.
Pensieri che si abbracciano in questo momento più intimo di preghiera e ricordo, soprattutto da parte di chi, tra il Ghibellin fuggiasco, la casa occupata dove viveva Moussa, e il Paratodos, il centro sociale diventato la famiglia di adozione di questo giovane maliano di 26 anni, ha accompagnato e sorretto il sogno di Moussa: essere regolare e poter lavorare per aiutar casa.
Le parole e le preghiere passano dall’arabo all’italiano, perché, in questa famiglia allargata che si è venuta a creare, non tutte le persone parlano uguale lingua, ma tutte sono legate da un idem sentire che non necessita di termini per essere detto: che la terra della giustizia ti sia più lieve della terra della vita, restituendo all’ultimo capitolo della tua storia il diritto alla verità.