Dopo gli Stati Uniti la Nigeria. Fatti i debiti distinguo, le proteste che dall’8 ottobre infiammano il paese più popoloso dell’Africa hanno in comune con quelle che hanno scosso nei mesi scorsi gli Usa la rabbia contro gli abusi della polizia e in particolare delle famigerate forze speciali Sars (Special anti-robbery squad), accusate di anni di uccisioni arbitrarie, furti, torture e di vessazioni di ogni tipo.

I protagonisti sono i giovani, i più colpiti dagli abusi. «Era sufficiente portare i dreadloks, o vestire con jeans, avere uno smartphone o un’auto nuova per essere picchiati e derubati. E spesso uccisi» ci racconta padre Osbert Egbe, missionario dello Sma (Società missioni estere) a Lagos.

E proprio a Lagos, cuore economico del paese e 20 milioni di abitanti, le proteste si sono moltiplicate nei giorni scorsi, concentrandosi a Lekki, il quartiere “bene”, quello in cui risiede la borghesia e dove il livello di consapevolezza dei giovani è più alto.

Fino all’imposizione del coprifuoco in tutto lo stato – e in altri 7 dei 36 che compongono il paese – e fino alla svolta, segnata dall’entrata in scena di gruppi di giovani armati di spranghe che hanno saccheggiato, razziato, incendiato, distrutto proprietà pubbliche e private.

Gruppi organizzati, come dimostrano alcuni video che documentano il loro coordinamento da parte di “colletti bianchi” su auto di lusso. Gruppi ai quali anche il presidente Muhammadu Buhari si è riferito ieri come a coloro che hanno “dirottato e indirizzato male” le proteste pacifiche.

 

Ieri, per la seconda volta dall’inizio delle proteste, il presidente si è rivolto alla nazione chiedendo la fine delle manifestazioni. La volta precedente lo aveva fatto annunciando lo scioglimento delle Sars e la creazione di una nuova squadra, la Swat (Special weapons and tactics team), composta però dagli stessi agenti incriminati. E le proteste erano continuate.

Oggi il movimento, spontaneo, nato e cresciuto attraverso i social network, si ferma a riflettere sulle prossime mosse da compiere e conta i suoi morti. 56 dall’inizio delle manifestazioni secondo Amnesty international che solo lo scorso giugno aveva denunciato, con un rapporto, gli abusi della brigata Sars sulla popolazione. Morti causati nella stragrande maggioranza da un uso sproporzionato della forza di polizia nel reprimere proteste pacifiche. Vittime dimenticate nel discorso presidenziale di ieri alla nazione.

A chiedere di restare tutti a casa è stata anche la Feminist Coalition, gruppo che è stato fondamentale nell’organizzazione e nella gestione delle proteste che su Twitter, con l’hashtag EndSars scrive: “In seguito al discorso del presidente, incoraggiamo tutti i giovani nigeriani a stare al sicuro, a restare a casa e ad obbedire al coprifuoco obbligatorio nel vostro stato”. Tra i manifestanti aleggia la paura dopo le minacce ricevute da alcuni dei loro membri, fa sapere l’emittente britannica Bbc.

Il gruppo sostiene anche di aver fermato la raccolta fondi e che utilizzerà i 400mila dollari delle donazioni per il pagamento dei ricoveri negli ospedali, l’assistenza legale e il soccorso alle vittime della brutalità della polizia.

Non si fermano invece le manifestazioni di sostegno delle diaspore che negli Stati Uniti e in Europa hanno affiancato la ribellione che, grazie a loro e alla partecipazione di personalità internazionali del mondo della musica, dello sport e del cinema, ha varcato i confini nazionali. Oggi sono scesi in strada a Manchester e in Germania, mentre a Verona la comunità nigeriana, che Nigrizia ha incontrato ieri, ha invece chiesto di non manifestare pubblicamente.

Per la prima volta nella storia recente del paese, la ribellione pacifica dei giovani ha scosso nelle fondamenta il sistema, mettendo a nudo la difficoltà dell’amministrazione Buhari – al potere dal 2015 e che è anche a capo delle forze armate – nella gestione degli apparati militari e di polizia, i cui abusi sono conosciuti e denunciati da tempo, nutriti dal lassismo complice delle istituzioni.

E nel rimediare alla profonda crisi economica in cui è impantanata la Nigeria. Una crisi che ha fatto da innesco all’esplosione della ribellione giovanile ma che è anche alla base, probabilmente, delle vessazioni dei membri della Sars, e della polizia in generale, nei confronti di una gioventù percepita come più benestante e fortunata di loro.

Una crisi dovuta al crollo del prezzo del greggio, di cui il paese è tra i primi produttori del continente, e aggravata da politiche commerciali protezionistiche e dalla pandemia di Covid-19. Una crisi destinata a perdurare, almeno secondo le recenti stime del Fondo monetario internazionale che indica la Nigeria, insieme all’Angola, come uno dei paesi che saranno maggiormente penalizzati nei prossimi tre anni dalla crisi globale. Anche perché poco, o nulla, è stato fatto per cercare di contrastare la caduta di quella che era, fino a pochi anni fa, tra le economie trainanti in Africa.  

Resta da vedere ora come le rivendicazioni saranno accolte dall’establishment. Anche perché restano ancora senza risposta richieste chiave, come quella di un risarcimento per le vittime degli abusi e per le loro famiglie. Giustizia che si chiede ora anche per i morti dei giorni scorsi, colpiti dai proiettili della polizia durante le proteste. 

La rabbia non è sopita, anzi. Sicuramente da qui alle elezioni presidenziali del 2023 i giovani nigeriani, ora consapevoli del loro potere sociale e politico, torneranno a far sentire la loro voce.