Mozambico: la curiosa storia del "secondo paese più povero al mondo"
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La valutazione è contenuta in un recente report di Banca Mondiale a cui il governo non ha reagito in modo positivo
Mozambico: la curiosa storia del “secondo paese più povero del mondo”
La relazione di Maputo con la comunità internazionale, soprattutto in campo economico, merita di essere raccontata
07 Aprile 2026
Articolo di Luca Bussotti
Tempo di lettura 9 minuti
Una donna alla pompa dell'acqua in un villaggio della provincia di Gaza, nel sud del Mozambico (Credits: credit: ILRI/Stevie Mann)

“La maggior disgrazia di una nazione povera è che, anziché produrre ricchezza, produce ricchi”.

Questa frase, diventata ormai famosa, è stata scritta da Mia Couto, uno degli scrittori mozambicani più affermati, all’interno di una raccolta di saggi intitolata São Demasiado Pobres os Nossos Ricos” (“Sono troppo poveri i nostri ricchi”).

Era il 2005, quando Mia Couto scrisse queste parole emblematiche e il Mozambico si trovava all’apice della sua credibilità internazionale.

Parole che fanno riflettere, oggi che il Mozambico viene definito il “secondo paese più povero” al mondo in un duro report della Banca Mondiale.

Un documento in cui si segnala come la povertà sia cresciuta ovunque e su come il paese rischi una crisi dalle pesanti ripercussioni sociali e politiche.

Un’instabilità che rischia di divorare i ricavi degli investimenti esteri in mega-progetti che valgono circa 50 miliardi di dollari, soprattutto quelli legati all’estrazione di gas naturale nel nord del paese.

Il report della Banca Mondiale non è stato accolto in modo positivo dal governo mozambicano. Maputo ha affermato che i parametri utilizzati dal governo per le sue misurazioni differiscono da quelli impiegati dall’istituto internazionale e ha annunciato una sua valutazione autonoma dei dati della Banca Mondiale. 

Il report rappresenta comunque un’occasione per analizzare la parabola economica del paese negli ultimi 25 anni e soprattutto la percezione che se n’è avuta a livello internazionale. 

Discussioni attorno a un “miracolo”

Pochi anni prima delle parole di Mia Couto che aprono questa analisi, nel 2000, l’allora presidente statunitense Bill Clinton aveva definito quello mozambicano un “miracolo” sia dal punto di vista della transizione dalla guerra alla pace che da quello economico.

L’immagine di un Mozambico finalmente felice e in piena corsa verso lo “sviluppo” dopo decenni di guerra di liberazione e poi di guerra civile venne condivisa da più parti, anche dal lato accademico.

Così, è nata anche una disputa fra chi intese evidenziare il ruolo della società civile locale quale snodo centrale per la realizzazione di questo “miracolo” e chi decise di dare la parola ai cittadini semplici, per comprendere le radici di questo evento dai contorni impensabili fino a pochi anni prima.

Chi, al contrario, scriveva di una situazione già al tempo estremamente precaria e diseguale venne per lo più ignorato dalla comunità internazionale e addirittura osteggiato dalle autorità mozambicane:  in primis il noto studioso britannico esperto di Mozambico Joseph Hanlon.

Anatomia di un finto successo 

Il realtà, il “miracolo” mozambicano era frutto di un insieme di interessi geopolitici che hanno contribuito a costruire un circolo vizioso da cui il paese, oggi, non sa più come uscire.

Gli Stati Uniti – nell’illusoria e breve epoca della “fine della storia” – conquistarono lo scalpo del paese africano che aveva espresso la forma più dura di marxismo-leninismo immediatamente dopo la sua indipendenza. 

La cooperazione internazionale, multilaterale e bilaterale, trovò qui il nuovo Eden verso cui indirizzare lauti finanziamenti con focus su diritti umani, diffusione della democrazia e della libertà di stampa, lotta alla malaria e poi all’AIDS, sostegno alla società civile.

Nel solo 2013 il volume dell’aiuto allo sviluppo toccò la cifra di 2,3 miliardi di dollari all’anno, contro gli 1,1 del 1995…

Il paradigma sanitario 

È difficile dire dove siano andate a finire tutte queste risorse: oggi, il Mozambico ha uno dei peggiori sistemi sanitari al mondo, tanto che nessuno dei suoi alti dirigenti osa curarsi negli ospedali pubblici locali.

Soltanto per citare le ultime morti illustri, Sérgio Vieira, ex-governatore del Banco centrale ed ex-ministro della Sicurezza e dell’Agricoltura, è andato a morire in Sudafrica nel 2021. L’ex-prima ministra Luísa Diogo, scomparsa di recente, ha preferito lasciare il mondo terreno da Lisbona.

Scenario simile a quello della salute si presenta per altro per l’educazione, il sistema dei trasporti, e tutte le politiche pubbliche e sociali, praticamente inesistenti.

Il dramma delle disuguaglianze 

Il dato appena pubblicato dalla Banca Mondiale non dovrebbe, quindi, stupire più di tanto: certo, sono molte le perplessità in merito alle classifiche sulla povertà stilate da questo organismo.

Che il Mozambico si trovi davanti al solo Sud Sudan, la cui tragedia è ormai nota a gran parte dell’opinione pubblica, lascia più di un dubbio, tuttavia il dato che forse deve preoccupare maggiormente è la distanza, che pare incolmabile, fra ricchi e poveri.

Da anni (e il recente report della Banca Mondiale lo ha confermato) il Mozambico è fra i paesi più diseguali al mondo, avvicinandosi al vertice africano di questa non invidiabile classifica, ossia al Sudafrica.

Il 10% più ricco della popolazione mozambicana controlla circa il 52% della ricchezza del paese, e il 50% più povero appena il 10%. Il tutto è aggravato da un’estrema disparità territoriale (ed etnica), con la capitale Maputo che rappresenta una delle città più attrattive dell’intero continente, e il centro-nord del paese in condizioni disastrose.

Non a caso, è qui che si è concentrata l’insurrezione di matrice jihadista iniziata nel 2017, e che non accenna a diminuire di intensità dopo aver provocato lo sfollamento di oltre 1 milione di persone.

Gli amici se ne vanno 

Dinanzi a questo scenario, la comunità internazionale ha iniziato a perdere fiducia nel partito-stato FRELIMO, da sempre la forza politica eletta a garante di una stabilità politico-economica che ha significato campo libero per grandi business e diffuse prebende, poco importa se a costo di elezioni costantemente manipolate e di feroci repressioni da parte della polizia locale, come accaduto nel 2024.

Il voto di quell’anno ha prolungato il periodo al potere del FRELIMO, che prosegue dall’indipendenza del 1975, con l’elezione del presidente Daniel Chapo, accolta da mesi di proteste.

Negli scontri tra dimostranti e forze di sicurezza che si sono verificati tra ottobre 2024 e marzo 2025 sono rimaste uccise oltre 400 persone secondo l’organizzazione locale Plataforma Decide. 

Il debito occulto e il rapporto col Rwanda

Il primo atto che i partners internazionali non hanno perdonato al FRELIMO è stato lo scandalo conosciuto come del “debito pubblico occulto”.

Con questa dicitura si fa riferimento a uno schema corruttivo che è finito per sottrarre più di 2 miliardi di dollari all’erario pubblico e che ha coinvolto banche internazionali e il meglio dell’intelligence locale, oltre all’ex-ministro delle Finanze Manuel Chang, condannato a sette anni di carcere negli Stati Uniti, e a uno dei figli dell’allora presidente Armando Guebuza, Ndambi Guebuza.

Lo scandalo, mantenuto segreto per circa due anni, è poi esploso nel 2016, provocando l’interruzione del sostegno economico al Mozambico da parte di buona parte delle istituzioni finanziarie internazionali e della comunità internazionale occidentale.

L’ex ministro Chang è stato infine estradato nei giorni scorsi in Mozambico dopo aver scontato i suoi sette anni di carcere negli USA. 

La seconda circostanza che sta giocando un ruolo nel deteriorare lo storico rapporto coi partners internazionali è la gestione del terrorismo a Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico.

Da luglio 2021, nella regione sono schierati i militari del Rwanda. I soldati di Kigali sono stati inviati nel paese per sostenere le forze armate di Maputo nel contrasto alle milizie ma nell’ambito di un accordo i cui termini restano segreti.

Mentre le forze armate rwandesi aiutano quelle mozambicane a Cabo Delgado però, il Rwanda del presidente Paul Kagame è accusato di combattere con la milizia M23 nell’est della Repubblica democratica del Congo, contribuendo a una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta e a uno dei contesti di instabilità più longevi al mondo.

Una contraddizione in realtà a lungo ignorata dai partner europei, a partire dalla Francia, che secondo diverse indiscrezioni avrebbe in qualche modo benedetto l’accordo di cooperazione tra Maputo e Kigali, e l’Unione Europea, che ha sostenuto il dispiegamento rwandese nel nord del Mozambico con decine di milioni di euro.

Adesso però, mentre anche gli Stati Uniti aumentano la pressione su Kigali nel tentativo di cooperare più efficacemente con Kinshasa sui minerali, inizia a farsi strada una netta perplessità, al punto che l’UE non sembra intenzionata a rinnovare il sostegno alle truppe rwandesi.

Infine, anche i partner più generosi da sempre col Mozambico, i paesi del Nord Europa, hanno tagliato pesantemente (o addirittura completamente, come nel caso della Svezia) i loro aiuto allo sviluppo, verosimilmente rassegnati a vedere il paese precipitare in pratiche autoritarie.

Una deriva che prosegue nonostante tutto il lavoro fatto  dai donor internazionali per stimolare un processo effettivo di democratizzazione e apertura al pluralismo, peraltro previsto dall’attuale Costituzione mozambicana. 

Quello strano rapporto con l’FMI

Il resto è storia recente: il Fondo monetario internazionale (FMI), poche settimane fa, ha chiuso (negativamente) il ciclo di incontri col governo del Mozambico per il 2026.

L’istituto di base a Washington ha sottolineato che non vi sono, a oggi, le condizioni per l’apertura di ulteriori crediti, a meno di riforme consistenti e dolorose, quali la svalutazione della moneta locale (il metical), la riduzione del personale della pubblica amministrazione e una riforma fiscale profonda che l’attuale presidente Chapo non sembra in grado di garantire. 

Tornando alla Banca Mondiale, la patente di secondo paese più povero al mondo si basa sì su parametri economici, ma sembra ci sia anche molto di politico: sarebbe stato inimmaginabile, sino a pochi anni fa, uno scenario del genere, per di più senza che l’esecutivo ne fosse preventivamente informato.

Di fronte a questo accerchiamento, il governo mozambicano ha reagito in modo assai curioso e di non facile lettura: nonostante un indebitameno ormai fuori controllo e una povertà diffusa, il presidente Chapo ha pensato di restituire tutto il debito che il paese ha contratto con l’FMI, circa 700 milioni di dollari, dimostrando un apparente capacità finanziaria.

Se, da un lato, ciò potrebbe significare la volontà di riprendere le trattative per nuovi finanziamenti coi donatori internazionali, dall’altra il sospetto è che questo debito venga liquidato definitivamente, andando a cercare altrove (magari in Cina o in Russia) i fondi per garantire la sopravvivenza di un paese sull’orlo del collasso, e sfiduciato da gran parte dei vecchi amici occidentali.

Italia a parte però, come dimostra il ruolo attivo del paese nel Piano Mattei e la consolidata partnership sul gas naturale tramite l’ENI.  

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