Mozambico: dopo quattro anni una cornice legale per le operazioni delle truppe rwandesi
Conflitti e Terrorismo Mozambico Politica e Società Rwanda
Il presidente Chapo in visita da Kagame, firmata un'intesa per regolare alcuni aspetti della presenza militare di Kigali
Mozambico: una cornice legale per le operazioni delle truppe rwandesi… dopo 4 anni
L'accordo che ha permesso il dispiegamento delle truppe è segreto. L'attivista Nuvunga: «Finalmente un po' di chiarezza»
29 Agosto 2025
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 9 minuti
Il presidente Chapo (a sinistra) e l'omologo Kagame

Quattro anni dopo il primo invio di soldati rwandesi sul territorio mozambicano per contrastare le milizie di ispirazione jihadista che operano nel nord del paese, Kigali e Maputo hanno firmato un accordo che stabilisce la cornice legale entro cui possono agire i militari del Rwanda che operano in Mozambico.

L’occasione è stata la due giorni di visite in Rwanda del presidente Daniel Chapo e di una folta delegazione ministeriale, che si è svolta in settimana.

Meglio tardi che mai, si potrebbe opinare. Soprattutto perché il contenuto dell’intesa che per prima ha permesso al Rwanda di dispiegare il suo contingente militare in Mozambico, nel 2021, non è mai stato reso pubblico.

Il conflitto 

Le truppe rwandesi, inizialmente composte da circa 1.000 unità ma adesso costituite da oltre 4.000 secondo fonti concordanti, agiscono al fianco dell’esercito mozambicano nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, epicentro di un conflitto fra stato e gruppi armati dal 2017, nota per essere ricca di gas naturale e rubini.

In otto anni il conflitto ha provocato lo sfollamento di oltre 1,2 milioni di persone, per quanto circa 600mila abbiano fatto ritorno alle loro case, in condizioni però spesso molto complesse. Oltre 2.500 le vittime civili dei combattimenti secondo quanto riportato dal portale di monitoraggio dei conflitti ACLED. 

Ostilità si verificano in modo regolare tutte le settimane. Fra fine luglio e fine agosto i miliziani hanno sferrato degli attacchi nella parte meridionale di Cabo Delgado, causando la fuga di circa 50.000 persone e la morte di almeno 11.

L’intesa fra Chapo e Kagame 

L’accordo firmato a Kigali rappresenta un passo avanti sul piano della trasparenza, anche se si tratta di un miglioramento ancora molto timido. Innanzitutto perché anche i dettagli di questa ultima intesa non sono stati comunicati.

L’accordo si chiama Status of Forces Agreement (SOFA) e la sua firma è in realtà un passaggio standard quando un paese straniero fa stazionare sue truppe sul territorio di un altro stato.

Il documento serve a regolare diversi aspetti giuridici della presenza dei militari, fra i quali diritti e responsabilità del personale straniero e la giurisdizione entro cui questo agisce. Tutti aspetti molto importanti quando si cerca di chiarire le responsabilità legali di un esercito che ha commesso un abuso o una violazione. 

Il nodo della trasparenza a Cabo Delgado resta ancora molto delicato anche per altre ragioni però. Come le difficoltà e spesso le violenze con cui sono costretti a confrontarsi gli attivisti e i giornalisti locali, diversi dei quali sono scomparsi negli ultimi anni.

Andando per ordine. Chapo si è recato a Kigali martedì 26 agosto. In Rwanda il capo di stato, eletto alle controverse e contestate elezioni dello scorso ottobre, ha incontrato il suo omologo Paul Kagame. Praticamente in contemporanea, vertici delle forze armate dei due paesi si sono incontrati invece a Macimboa da Praia, a Cabo Delgado. 

«A seguito dei colloqui e del dialogo tra le due delegazioni, abbiamo appena assistito alla firma del memorandum d’intesa sul SOFA, uno strumento molto importante per lo status delle forze di difesa rwandesi in Mozambico», ha commentato il presidente Chapo dopo la firma, eseguita materialmente dal ministro della difesa Cristovao Chume e dal suo omologo ruandese Juvenal Marizamunda.

Il capo di stato ha poi ringraziato Kagame, le forze armate di Kigali e «il popolo rwandese per questa grande amicizia e cooperazione nei settori della difesa e della sicurezza». 

L’omologo rwandese, dal canto suo, ha affermato in relazione al conflitto in Mozambico che «come africani, dobbiamo assumerci la responsabilità e affrontare questo problema come un unico continente. Questo è uno dei migliori investimenti che possiamo fare su noi stessi. Delegare questa responsabilità ad attori esterni non contribuirà a costruire una pace o uno sviluppo duraturo». 

Una frase questa, in linea con il principio delle “soluzioni africane per problemi africani” sempre impugnato da Kagame. Ma che adesso può suonare ironica, visto che il Rwanda ha da poco firmato un controverso accordo di pace con la Repubblica democratica del Congo mediato proprio da un attore esterno, gli Stati Uniti.

L’intervento di Washington è sopravvenuto dopo il fallimento di diversi canali di mediazione regionali, chiaramente ostacolati dalla postura di Kinshasa e anche, se non soprattutto, di Kigali. 

Oltre al SOFA, le agenzie statali per lo sviluppo economico di Mozambico e Rwanda hanno firmato un Memorandum d’intesa per la promozione di commercio e investimenti fra i due paesi. 

Il direttore del CDD: «Ora si dia seguito agli impegni»

Al centro della missione di Chapo però, resta la questione sicurezza. «Finalmente un po’ di trasparenza», commenta a Nigrizia Adriano Nuvunga, direttore della ONG locale Centro Para Democracia e Direitos Humanos (CDD), «è una correzione di rotta e un segnale che Chapo vuole migliorare rispetto a una precedente epoca segnata da opacità e governance debole». 

La buona fede del presidente si dimostrerà effettivamente tale però, specifica Nuvunga, «solo se i prossimi passi saranno concreti». Fra quelli più urgenti, «pubblicare il testo integrale del SOFA, codificare le regole sull’uso della forza e sulla protezione dei civili, con meccanismi di reclamo accessibili; garantire indagini indipendenti e l’assunzione di responsabilità per gli eventuali incidenti; consentire il controllo parlamentare e audit periodici».

Una serie di passaggi quindi, a cui va aggiunta anche una politica che guarda più lontano e che «collega la sicurezza alla coesione sociale e alle opportunità economiche per i giovani». Questo è un punto centrale. 

Il conflitto in corso a Cabo Delgado vede coinvolte milizie di ispirazione jihadista che si auto dichiarano affiliate allo stato islamico. La guerra ha tratto però la sua linfa vitale dalla povertà e le disuguaglianze croniche che segnano la provincia, la più povera del Mozambico, a cui si sono sommati il senso di esclusione che vivono alcune comunità e gli effetti del boom del settore estrattivo, che ha seguito una traiettoria disfunzionale già vista altrove in Africa. 

Lo scoprimento di giacimenti di rubini e poi di gas naturale offshore a partire dal 2009 non si è tradotto infatti in sviluppo e per la popolazione ma in un’ulteriore occasione di arricchimento per le èlite del partito che guida il paese da 50 anni, il FRELIMO.

Oggi nella provincia si trovano alcuni dei più grandi progetti di estrazione di gas naturale al mondo eppure le condizioni dei sui abitanti non sono migliorate. Anzi, trasferimenti forzati e impatto ambientale le hanno peggiorate.

Il senso di Kagame per l’estrattivismo 

I destini del settore estrattivo e delle forze armate rwandesi appaiono a molti collegati, a Cabo Delgado. L’esercito di Kigali ha avuto un ruolo chiave in una controffensiva che nel giro di poche settimane, nel 2021, ha permesso all’esercito mozambicano di riprendere il controllo di una serie di località che erano state conquistate dai miliziani. A partire dalla già citata Macimboa da Praia, hub portuale e prima città a cadere nella mani degli insorgenti nel 2020.

Allo stesso tempo, le truppe rwandesi, la cui presenza a Cabo Delgado è sostenuto con decine di milioni di euro dall’Unione europea, si sono posizionate in modo particolare in prossimità degli impianti di un maxi progetto di sfruttamento di gas naturale guidato nella provincia dalla multinazionale francese Total.

Una circostanza questa, che si è unita alla carenza di informazioni relative ai termini della presenza dell’esercito di Kigali e che ha spinto attivisti e cittadini a credere che il vero focus della questione fosse la sicurezza di questi impianti e non certo quella della popolazione locale. 

Non a caso forse, i soldati di Kigali sono stati inviati in Mozambico pochi mesi dopo che Total sospendesse i suoi lavori a Cabo Delgado a seguito di un attacco con centinaia di vittime alla città di Palma, dove vivevano molti dei lavoratori subappaltati dalla società transalpina per costruire gli impianti.

Negli ultimi due anni la multinazionale francese ha più volte annunciato un’imminente ripresa dei lavori che non si è ancora concretizzata. La firma del SOFA potrebbe anche essere letta come un’ulteriore garanzia di sicurezza per Total per poter fare l’atteso passo. 

Se non bastasse, dal 2023 a oggi società rwandesi collegate al partito di Kagame si sono assicurate dei contratti collegati al progetto di Total. Un indizio ulteriore della complessità della presenza rwandese nella provincia e della possibilità che la vera posta in palio vada oltre lo spegnimento del conflitto jihadista. 

Documentare è rischioso 

Il SOFA firmato a Kigali promette di migliorare le possibilità di fare luce su quanto sta avvenendo, ma a oggi chi documenta sul campo cosa succede va incontro a numerose difficoltà. Ne sono una prova le vicende dei giornalisti Ibraimo Abù Mbaruco e Arlindo Chissale scomparsi a Cabo Delgado rispettivamente nel 2020 e nel 2025.

Alla vigilia della giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate, che si celebra ogni anno il 30 agosto,  il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) e la sezione mozambicana del Communication Institute of Southern Africa (MISA Mozambique) hanno lanciato un appello alle autorità di Maputo affinchè si impegnino a fare chiarezza su cosa è successo ai due cronisti.

Mbaruco lavorava per la radio comunitaria di Palma ed è anche un’attivista in difesa dei diritti umani. Il giorno della sua sparizione sarebbe stato arrestato dalle forze armate e portato in una città distante quasi 200 chilometri da Palma per essere interrogato. 

Chissale è il direttore del portale di notizie Pinnacle News e con il suo lavoro seguiva il conflitto a Cabo Delgado ma anche le questioni politiche nazionali. Il giornalista è anche un dichiarato sostenitore del politico dell’opposizione e candidato alla presidenza Venancio Mondlane, ispiratore dell’ondata di proteste che ha travolto il paese dopo le elezioni dell’ottobre 2024. 

Il giornalista aveva ricevuto più volte delle minacce e poco prima di far perdere le sue tracce sarebbe stato informato di far parte di una “lista nera” stilata dalle autorità.

Gli abusi ai danni dei giornalisti proseguono anche in questi giorni. In settimana il CDD ha denunciato  un intervento dell’esercito contro la Radio comunitaria di Macimboa da Praia, al cui personale è stato intimato di rimuovere tutte le sue apparecchiature entro dieci giorni.

L’emittente era stata distrutta in attacchi dei miliziani nel 2017 e avrebbe riaperto i battenti seguendo tutte le procedure previste lo scorso febbraio, stando a quanto riporta l’ong mozambicana.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Africae 2026