Forse è stata una grande illusione. La ferita democratica culminata in Mozambico con le elezioni di ottobre del 2024, né giuste né trasparenti, non si è ancora rimarginata. Le luci di riconciliazione si sono dimostrate abbagli.
L’ultima decisione della giustizia mozambicana di accusare il leader dell’opposizione Mondlane di incitamento al terrorismo, fra le altre cose, rischia di far deragliare quei timidi tentativi di dialogo che si erano visti finora.
La cronistoria
Meglio partire dall’inizio. Le elezioni dell’anno scorso hanno portato l’ennesimo candidato del partito-stato Frelimo al potere: Daniel Chapo è oggi il presidente della repubblica, con una legittimità assai dubbia, e con un popolo a spalleggiare ancora il candidato dell’opposizione Venancio Mondlane.
La ferita elettorale, che nel giro di poche settimane ha fatto circa 400 morti fra chi aveva deciso di manifestare in nome del cambiamento, anche con la distruzione di infrastrutture di base e atti di vandalismo, è stata una vera e propria guerra civile, che non si è svolta solo nella capitale, ma in tutti i centri urbani del paese, grandi e piccoli. Quanto scritto da Amnesty International a questo proposito lascia pochi dubbi.
Gli sforzi di pacificazione condotti da un team guidato dal filosofo Severino Ngoenha, di cui facevano parte figure che ancora oggi rappresentano quel ridotto residuo di patrimonio morale della nazione, come Óscar Monteiro, Carlos Martins, Teodato Hunguana, avevano portato Chapo e Mondlane a incontrarsi e decidere di fermare le manifestazioni popolari e le persecuzioni dei sostenitori di Mondlane da parte di polizia e autorità.
E per un po’ questo è avvenuto, anche se in modo non del tutto lineare. La tentazione, da parte del Frelimo, di schiacciare il suo principale avversario politico riaffiorava di tanto in tanto, con audizioni di Mondlane e dei suoi collaboratori davanti alla Procura generale della Repubblica, misure di limitazione della libertà e così via.
Il fatto che le manifestazioni fossero cessate è stato probabilmente interpretato dalle ali più radicali del Frelimo come un ritorno al passato. Ovvero a quella presunta passività del popolo mozambicano che fino a quel momento aveva rappresentato la maggiore garanzia di “stabilità”, ossia di dominio incontrastato dello scenario politico. Il tutto con la compiacenza di una Renamo ormai in piena crisi.
La debolissima leadership di un Ossufo Momade che non ne vuole sapere di dimettersi, dopo il disastroso risultato elettorale delle ultime consultazioni, sta portando alla fine di questo storico partito mozambicano.
Il viaggio di Mondlane
Nei giorni scorsi, Mondlane ha fatto un vero e proprio periplo all’estero. In Portogallo ha incontrato praticamente tutte le principali formazioni politiche, mentre in Germania ha avuto un incontro con il partito di sinistra Die Linke, in uno scenario per lui piuttosto desueto, viste le sue simpatie per lo spettro politico di centro-destra.
Forse sono servite alcune critiche che Mondlane ha ricevuto nel tempo, soprattutto dopo i suoi incontri con la formazione portoghese Chega (estrema destra), e le dichiarazioni di simpatia all’indirizzo dell’ex-presidente brasiliano Jair Bolsonaro.
Fatto sta che, in questo lungo viaggio, Mondlane si è proposto come leader che intende portare avanti i principi democratici, il rispetto per il risultato elettorale uscito dalle urne, al di là di categorie politiche in cui ha dichiarato di non riconoscersi, e che nel contesto africano sembrano difficilmente collocabili.
Una mossa astuta, che gli ha permesso di incassare l’endorsement da parte di tutte le parti politiche, e da paesi europei di maggior peso oltre al Portogallo, come appunto la Germania. Il risultato è che l’immagine di Mondlane, che durante le calde fasi elettorali faticava ad attirare fiducia all’estero, è uscita rafforzata da questa tournée europea.
Con queste carte, Mondlane si è presentato a Maputo (il 21 luglio scorso), con dichiarazioni che, in altri momenti, non avrebbe fatto, come quella secondo cui un suo arresto non avrebbe fatto altro che aumentare il prestigio suo e della sua “rivoluzione”.
La risposta di Chapo e del Frelimo non si è fatta attendere. Pochi giorni fa, Chapo ha dichiarato, in un’intervista presso la più importante TV pubblica portoghese, la RTP, che non c’era stata alcuna intesa con Mondlane, salvo quella per la cessazione delle violenze.
È stato subito chiaro che il Frelimo aveva deciso di rompere quello che possiamo definire come un armistizio, o comunque la via del dialogo con Mondlane così difficilmente costruita. La strada era aperta per una nuova guerra, questa volta per via giudiziaria, senza firmare una vera pace.
Tutto ciò è stato confermato dalla notizia secondo cui Mondlane è stato accusato dalla Procura della Repubblica di cinque reati in relazione alle manifestazioni post-elettorali, fra cui istigazione al terrorismo e incitamento alla disobbedienza collettiva, per i quali rischia fino a trent’anni di reclusione.
Le accuse sono state comunicate a Mondlane ieri 22 luglio, negli uffici della Procura di Maputo, per l’occasione sigillati dalle forze di sicurezza.
Mondlane ha risposto alla decisione della magistratura affermando di aver «reso un grande servizio a questa nazione. Questa – ha proseguito – è la prima volta in 30 anni di democrazia che siamo riusciti a portare la questione dello smascheramento e della rimozione del velo di frode all’estremo. Abbiamo tolto la maschera della frode e abbiamo opposto un’estrema resistenza a un regime dittatoriale che si regge sulle armi, gli omicidi e r rapimenti».
La persecuzione di Mondlane, ormai in corso, rischia di riportare il paese al punto di partenza, ovvero al caos che ha caratterizzato i mesi post-elettorali, e che ha avuto un impatto devastante sulla già fragile economia mozambicana.
Il bivio
E soprattutto sta riproponendo l’eterno dilemma, all’interno del partito-stato Frelimo, riguardo al bivio di fronte a cui si trova. Da una parte accelerare il processo di svolta autoritaria incarcerando Mondlane e facendolo assurgere a eroe di un popolo oppresso e alla ricerca di una seconda liberazione, dopo quella dal colonialismo portoghese.
Dall’altra evitare di precipitare in un abisso da cui il paese difficilmente potrebbe riemergere, ammettendo che quelle post-elettorali non sono state semplici manifestazioni, ma una vera e propria guerra civile, da cui uscire con un profondo e sincero processo di pacificazione, con un’amnistia generalizzata per coloro che hanno commesso crimini legati a rivendicazioni politiche, a partire da Mondlane, e magari con la formazione di un governo di unità nazionale.
Ciò significherebbe accettare una sfida nuova, aperta: quella con un’opposizione capace di vincere le elezioni e, probabilmente, di governare in modo più efficace un paese oggi allo stremo, nonostante le sue enormi potenzialità economiche, soprattutto in ambito energetico e minerario. Che il Frelimo possa accettare questa sfida è per lo meno dubbio, se non quasi impossibile, vista la sua incapacità di riformarsi, innovarsi e riavvicinarsi a quello che una volta era il “suo” popolo, e che oggi sembra avergli voltato definitivamente le spalle.