Il sentimento che serpeggia nei salotti della finanza e della politica del Mozambico, in questi giorni, è di sconcerto.
Mentre il paese attraversa una crisi socioeconomica di cui non si vede la fine, con più del 74% dei suoi abitanti che vivono sotto la soglia di povertà di 2,15 dollari al giorno, le condizioni per ricevere finanziamenti dal Fondo monetario internazionale (FMI) si fanno sempre più duri.
Riforme e tagli, quelli suggeriti dall’istituzione con sede a Washington, che colpiscono la gestione delle finanze pubbliche del FRELIMO e che ne potrebbero intaccare il consenso, in caduta libera dalle contestate elezioni del 2024.
La storia del “debito occulto “
Il rapporto tra l’FMI e Maputo è storicamente complesso. Se da una parte si annoverano diversi successi diplomatici da parte del Mozambico, non sono mancati fasi a dir poco turbolente.
Nel 2016 il Fondo, e tutte le più importanti istituzioni finanziare del mondo, sospesero i finanziamenti al governo dell’allora presidente Filipe Nyusi dopo l’emersione del cosiddetto scandalo del debito occulto. Ovvero un buco da 2,2 miliardi di dollari nel bilancio statale causato da un enorme giro di tangenti nel settore della difesa nazionale.
Si erano poi registrati dei miglioramenti, e nel 2022 l’FMI aveva ripreso le erogazioni di prestiti a Maputo a fronte dei segnali di discontinuità mostrati con il recente, increscioso passato di corruzione e malversazioni.
Segnali come mandare a processo politici di primo piano, uomini dei servizi segreti a “boiardi” di stato. Si è anche giunti a condanne eccellenti, quali quella dell’ex-capo dell’intelligence, Gregório Leão, e di uno dei figli dell’ex-presidente Armando Guebuza, Ndambi Guebuza.
La revisione dell’FMI
Ma è stato un sole di poca dura… Il sistema FRELIMO, maturato in 51 anni alla guida del paese, presente ormai delle costanti difficilmente modificabili. Molte sono state rilevate dall’FMI nella sua ultima revisione annuale.
Al netto della constatazione di alcuni, piccoli passi in avanti e della formale ripresa del più grande progetto di sfruttamento di gas naturale del paese, l’analisi fatta dall’FMI è piuttosto impietosa, e la la possibilità di elargire nuovi prestiti viene di fatto rimandata a ulteriori negoziati e al 2027.
Tra gli elementi più critici evidenziati dal Fondo, una spesa salariale eccessiva nel settore pubblico. Un dato questo, che richiederebbe razionalizzazioni dolorose che andrebbero a colpire quel poco di consenso che è rimasto per il partito al potere, solito ingrassare i ranghi della pubblica amministrazione per ragioni più politiche che di governance.
C’è anche la necessità di una riforma del sistema pensionistico, che sta iniziando a incidere pesantemente sul rapporto debito/PIL, pari al 90% circa. L’Fmi chiede maggiore flessibilità nel cambio della moneta (il metical) e la mitigazione dei rischi derivanti dalla gestione delle aziende pubbliche, tutte in pesante deficit e altamente corrotte.
Infine, si sottolinea la necessità di allargare la base tributaria, un’incombenza che potrebbe portare il governo a toccare gli interessi di quell’élite imprenditoriale da sempre foraggiata dal Frelimo e dai contratti pubblici che poco contribuiscono, storicamente, alle casse dello stato.
Il tutto con una crescita, nel 2025, stimata intorno allo 0,5%. Un dato che per un paese in difficoltà come il Mozambico significa praticamente girare in negativo.
Come previsto dalle procedure del FMI, quanto emerge dalla revisione annuale non andrebbe in teoria considerato come una stroncatura tout court, ma di uno stand-by: se l’esecutivo mozambicano aderisce ai “consigli” del Fondo, nel 2027 la partita per i finanziamenti potrebbe riaprirsi.
Le condizioni affinché questo avvenga appaiono però piuttosto al di fuori delle capacità (e delle effettive volontà) del governo del presidente Daniel Chapo, come viene sottolineato anche da società specializzate in questioni finanziarie internazionali.
Sfiduciati
Se la situazione economico-finanziaria del paese è preoccupante, soprattutto senza l’apporto delle risorse provenienti dal FMI, ciò che dovrebbe destare ancora maggiore allarme è la mancanza di fiducia verso un governo che si sta mostrando incapace di garantire azioni efficaci per superare la crisi strutturale della sua economia e, quindi, di far fronte agli eventuali prestiti che un organismo come il FMI è solito erogare in modo condizionato.
Del resto l’esecutivo alla guida del paese è figlio del voto del 2024, accompagnato come è stato da denunce di brogli da attori locali e internazionali, mesi di proteste e uccisioni dei manifestanti dal parte della locale polizia.
Le conseguenze principali dell’attuale andamento della trattativa tra il governo mozambicano e l’FMI potrebbero essere almeno di due tipi: da un lato, minacce macro-economiche, che possono portare a instabilità e nuovi disordini nel paese.
Le condizioni di accesso al finanziamento del debito pubblico sono sempre più difficili, e le stesse banche commerciali presenti in Mozambico – le maggiori acquirenti di questo debito – stanno rallentando l’acquisto di titoli di stato.
Nel 2025, per esempio, per la prima volta questi titoli non sono stati comprati per intero, fermandosi al 93%, sia perché la loro remunerazione è caduta, attestandosi intorno al 12% all’anno, sia perché gli istituti di credito sono perplessi rispetto alla capacità dello stato di pagarli, il che mette a rischio la loro stessa stabilità.
Nonostante ciò, per il 2026 sono previste 18 emissioni di titoli del tesoro. Di fatto si ignora l’analisi fatta dal FMI, secondo cui le banche commerciali mozambicane sono ormai arrivate al livello massimo di saturazione per quel che riguarda la loro esposizione rispetto al debito pubblico del paese.
Dall’altro lato, un governo in così evidente difficoltà è sottoposto a continui ricatti di alcuni fra i principali soggetti imprenditoriali operanti in Mozambico, che esigono condizioni sempre più favorevoli, sia sul piano fiscale che su quello del trattamento dei lavoratori e dei vincoli ambientali.
L’esempio più eclatante, da questo punto di vista, riguarda la Mozal, fabbrica di produzione di alluminio situata presso il comune di Matola (parte della Grande Maputo) e gestita da l’omonima joint venture tra la multinazionale australiana BHP Billiton, la giapponese Mitsubishi, la società pubblica sudafricana IDC e lo stato mozambicano (che detiene poco più del 3%).
Il caso Mozal
L’azienda impiega 1000 lavoratori diretti e dà lavoro a 4000 in modo indiretto, producendo una ricchezza pari al 4% del Pil mozambicano e garantendo lavoro a una galassia di piccole e medie produzioni satelliti.
Realtà che si troveranno in grossa difficoltà a partire dal 15 marzo, con l’annunciata sospensione delle attività in Mozambico del gigante metallurgico a fronte della difficoltà a stipulare un nuovo contratto per la fornitura elettrica.
Ma la Mozal non è l’unico esempio: la brasiliana Vale, nel 2022, ha ceduto tutti i suoi stabilimenti di estrazione e lavorazione di carbone all’indiana Vulcan (sussidiaria di Jindal), con un impatto negativo sull’occupazione locale che si fa sentire ancora oggi.
Intanto più di un centinaio di piccoli e medi imprenditori di origine asiatica hanno lasciato definitivamente il paese negli ultimi mesi, a causa dell’”industria dei rapimenti” che ha colpito particolarmente la comunità musulmana e indiana presente nella capitale.
Mentre a Cabo Delgado il terrorismo continua ad avanzare, risulta sempre più difficile, per il governo Chapo, tenere insieme una situazione che sta sfuggendo definitivamente di mano, e verso la quale non si intravedono soluzioni concrete nel breve e medio periodo.