Dopo anni di annunci a vuoto e voci di corridoio, la multinazionale francese Total Energies e i suoi partner sono pronti a riavviare un grande progetto per l’esportazione di gas naturale nel nord del Mozambico che era stato sospeso per ragioni di sicurezza nel 2021.
La società francese e i soci lo hanno comunicato a Maputo con una lettera. Il progetto si sviluppa sulle coste della provincia di Cabo Delgado, epicentro da almeno otto anni di un conflitto fra esercito e milizie di ispirazione jihadista che sarebbero affiliate allo Stato islamico.
Un conflitto le cui origini sono collegate anche al boom dell’industria estrattiva che è esploso nella regione circa 15 anni fa e al suo impatto sulle comunità locali, escluse dai grandi guadagni eppure le prime a pagare gli effetti socio-ambientali di questi grandi investimenti.
Proprio nel contesto di questa complessa guerra, nell’aprile 2021, un attacco dei miliziani contro una città situata nei pressi dei suoi impianti, Palma, aveva spinto Total Energies a bloccare i lavori dichiarando lo stato di “forza maggiore”. Condizione questa, che è stata adesso rimossa per aprire la strada alla ripresa dei lavori. Nell’incursione a Palma hanno perso la vita almeno 1200 persone, fra cui decine di lavoratori edili impiegati in subappalto dalla società francese.
La ripresa del progetto di Total Energies non avverrà prima di concordare con il governo di Maputo nuovi costi e tempi. Secondo l’impresa francese, quattro anni di stop hanno infatti fatto lievitare le spese del progetto di più del 20% rispetto all’investimento iniziale stimato. Oltre a richiedere una proroga di dieci anni sul termine della licenza originariamente ottenuta da Total.
Dal 2021 a oggi il numero e l’intensità degli attacchi delle milizie è sicuramente diminuito a Cabo Delgado. La situazione relativa alla sicurezza è lontana dall’essere pacificata però, è la ripresa del progetto lascia non poche incertezze. Anche perché la stessa sicurezza degli impianti di Total Energies ha contribuito a violazioni dei diritti umani e aggressioni ai danni della popolazione, esacerbando un clima già molto difficile.
Storia di un maxi progetto
Andando per ordine. Giacimenti di gas naturale fra i più grandi al mondo sono stati scoperti a largo delle coste del Mozambico a partire dal 2010. La decisione finale d’investimento rispetto al progetto che è adesso guidato da Total Energies è arrivata nel 2019, quando a capeggiare la cordata di società pronte a sfruttare i giacimenti mozambicani era la statunitense Anadarko.
La multinazionale transalpina ha rilevato le sue quote poco dopo. Al momento Total Energies dispone del 26,5% delle azioni del consorzio Mozambique LNG, questo il nome del progetto. Fra le altre società che posseggono quote c’è la giapponese Mitsui (20%) e la compagnia statale mozambicana per gli idrocarburi, ENH (15%).
Mozambique LNG conta di sfruttare il gas di due giacimenti offshore situati a largo delle coste mozambicane grazie a un impianto di liquefazione onshore nella penisola di Afungi. L’impianto dovrebbe essere in grado di produrre 13 milioni di tonnellate di gas all’anno, con prospettive di espansione fino a 43 milioni di tonnellate.
Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, il progetto, appunto fermo al 2021, è completato al 40%. Il 90% della sua produzione avrebbe già trovato acquirenti invece. In questi anni di “forza maggiore”, Total Energies è riuscita comunque a incassare un fondamentale prestito da 4,7 miliardi di dollari dalla Export-Import Bank of the United States (EXIM), la banca del governo USA che sostiene le esportazioni.
EXIM ha deciso di finanziare lo sforzo di Total Energies nonostante le pressioni di diverse organizzazioni della società civile, impegnate da anni a chiedere alle banche di sfilarsi da iniziative controverse sul piano del rispetto di ambiente e diritti umani.
Nell’iniziativa è anche coinvolta la società italiana Saipem, importante impresa di servizi per il settore dell’energia. I prestiti per Saipem sono coperti da una garanzia dell’assicuratore pubblico SACE da 900 milioni di euro.
C’è dunque anche un po’ d’Italia in questo progetto, come si suol dire. Come del resto c’è un bel po’ di Italia anche a Cabo Delgado, dove dal 2022 la società a partecipazione statale ENI è l’unica a spedire carichi di gas naturale in tutto il mondo da una piattaforma per la liquefazione semigalleggiante, Coral South, nonostante la grande instabilità che segna tutta la regione.
L’accordo per la ripresa
La notizia della rimozione dello stato di “forza maggiore” era molto attesa nel paese africano, grande oltre due volte l’Italia e abitato da circa 35 milioni di persone. La decisione della multinazionale di Parigi è motivata dal miglioramento delle situazioni di sicurezza. Un miglioramento di cui l’amministratore delegato di Total Energies, Patrick Pouyanné, parlava da anni ma che non aveva portato a nulla di concreto fino a venerdì scorso, giorno dell’annuncio della multinazionale francese.
Adesso, stando a quanto riportato per prima dall’agenzia mozambicana Zitamar, Total Energies ha raggiunto un accordo col governo del presidente Daniel Chapo. L’intesa serve da base per la ridefinizione dei costi e delle tempistiche del progetto.
Secondo Total, in quattro anni di fermo i costi sono aumentati di 4,5 miliardi di dollari rispetto ai 20 miliardi di dollari inizialmente previsti. A detta di Total, solo lo stoccaggio dei materiali necessari alla costruzione dell’impianto è costato tre milioni di dollari al giorno.
Total Energies ha inoltre comunicato che l’impianto potrà entrare in funzione a partire dal 2029, e non dal 2024 come previsto all’inizio. La società francese ha quindi «chiesto rispettosamente» al governo di Maputo una proroga di dieci anni nella concessione della licenza operativa sul territorio mozambicano.
Il consiglio dei ministri mozambicano dovrà adesso approvare queste modifiche. Bisognerà anche capire come verrà ripartito l’aumento dei costi previsto.
In realtà, le autorità del paese africano hanno iniziato a vagliare le richieste di Total Energies già lo scorso agosto. La società francese aveva comunicato a Maputo la necessità di aumentare i costi del progetto già a luglio infatti, sempre secondo quanto riferito da Zitamar. Un’intesa su questo sembrava essere una delle conditio sine qua non per la rimozione della forza maggiore. È lecito supporre quindi, che il consiglio dei ministri non presenterà particolari opposizioni.
Del resto, già mesi prima dell’annuncio diverse migliaia di lavoratori in subappalto avevano iniziato a raggiungere la penisola di Afungi in vista della riapertura del progetto. Erano già ripresi anche diversi dei lavori necessari alla costruzione degli impianti, condotti da società appaltate da Total.
La chimera della sicurezza
Sembra che l’ok sia definitivo stavolta. Restano le incertezze relative alla sicurezza. Gli attacchi a Cabo Delgado non sono mai cessati. Sono nell’ultimo mese, stando al report mensile di Cabo Ligado, piattaforma dell’osservatorio sui conflitti ACLED che monitora la situazione a Cabo Delgado, scontri tra miliziani ed esercito mozambicano e incursioni di vario genere si sono verificati in diverse distretti e città, comprese la stessa Palma. Migliaia le persone sfollate.
Diversi segnali indicano inoltre che la presa dei miliziani sulla popolazione locale potrebbe essere aumentata negli ultimi tempi. A inizio mese un corteo di uomini armati è entrato nella località portuale di Mocimboa da Praia, il centro da cui le attività dei miliziani sono cominciate otto anni fa. Il manipolo ha occupato temporaneamente una moschea per fare una serie di dichiarazioni alla gente del posto per poi lasciare la città senza incontrare alcuna resistenza.
Il grado di penetrazione dei miliziani nella società locale sarebbe tale che il governatore di Cabo Delgado, Valige Tauabo, ha invitato gli appartenenti a questi gruppi armati a partecipare al Dialogo nazionale inclusivo lanciato dal governo con diverse forze politiche e della società civile del paese.
La piattaforma è stata pensata per risolvere le tensioni che sono divampate durante la crisi che ha fatto seguito alle elezioni dell’ottobre 2024. Le consultazioni sono state vinte dal Frelimo, il partito che governa il paese dall’indipendenza nel 1975, e sono state contestate per mesi da decine di migliaia di persone in tutto il paese.
Gli abusi legati a Total Energies
Non da ultimo, di recente sono stati uccisi anche dipendenti di società di servizi legate proprio a Mozambique LNGl, in quelle che appaiono esecuzioni mirate. Un possibile segnale della diffidenza con cui la ripresa del progetto potrebbe essere accolta dai miliziani e forse anche dalla popolazione locale.
Il progetto di Total Energies ha infatti causato il trasferimento forzato di migliaia di famiglie, peggiorando le tensioni sociali in quella che è la provincia più povera del Mozambico. Si parla un paese dove più di sei abitanti su dieci vivono sotto la soglia di povertà e in una condizione di povertà multidimensionale, relativa all’accesso a salute, istruzione e standard di vita degni.
Negli ultimi dieci anni, nonostante lo sviluppo dei primi grandi progetti di sfruttamento del gas, la povertà in Mozambico è aumentata di più dell’80% stando a cifre del governo.
Dati a cui si aggiungono le accuse di violazioni dei diritti umani e violenze che hanno riguardato direttamente Total Energies. L’anno scorso la rivista Politico ha pubblicato un’inchiesta in cui si documentavano il rapimento, le torture e le uccisioni di centinaia di civili subito dopo gli attacchi a Palma nel 2021.
Gli abusi sono stati commessi da soldati mozambicani impiegati a difesa degli impianti di Total Energies, che all’epoca erano stati in realtà già abbandonati dalla multinazionale. Con tutta probabilità i soldati facevano parte di una task force dell’esercito incaricata di proteggere gli impianti della società francese nell’ambito di un accordo fra quest’ultima e le forze armate. Una task force le cui violazioni erano note a TotalEnergies, come mostrano documenti analizzati da Politico.
Sebbene la società francese si impegni in diversi progetti per la promozione dello sviluppo delle comunità locali, l’impatto dell’operato suo e delle altre multinazionali presenti a Cabo Delgado è ritenuto da molti osservatori uno dei principali propellenti del conflitto.
Violenze e impatti diretti si sommano infatti ai mancati benefici economici dallo sfruttamento delle risorse naturali della zona. La ricchezza è concentrata in mano a una élite spesso legata a doppio filo con la politica. Negli ultimi mesi si sono inoltre aggiunti i timori rispetto alla presenza rwandese.
I soldati di Kigali sono stati schierati a supporto dell’esercito mozambicano nel luglio 2021, nel contesto di un accordo segreto fra i due paesi. I militari rwandesi sono stati fondamentali nel riprendere il controllo di una serie di città che erano state occupate dai miliziani, a partire da Mocimboa da Praia.
L’esercito di Kigali è però accusato di badare molto di più agli impianti di Total Energies che alla popolazione locale. E non solo. Negli ultimi mesi società legate al governo rwandese del presidente Paul Kagame hanno ottenuto una serie di appalti in diversi settori – dalla sicurezza alla fornitura di energia – che fanno pensare a un consolidamento della presenza di Kigali nella provincia.
Il giornalista: «Da Total Energies ci si aspetta responsabilità»
Per Armando Nhantumbo, giornalista mozambicano che segue la situazione di Cabo Delgado da anni, la decisione di Total Energies «rischia di peggiorare la situazione della sicurezza perché è probabile che i miliziani vorranno condurre nuovi attacchi per attirare l’attenzione su di loro, ora che gli occhi sono puntati sulla provincia».
Anche i timori relativi ai diritti umani sono sensati, per il cronista. «Le forze di sicurezza non sembrano aver imparato la lezione», afferma il giornalista guardando ai recenti scandali. «Continuano le denunce di violenze sulla popolazione, comprese le uccisioni di gruppi di civili a colpi di arma da fuoco». Total Energies allora, per Nhantumbo, «non può davvero permettersi di farsi coinvolgere in nuovi abusi: non ha altra scelta se non quella di mettere i diritti umani delle persone al centro della sua presenza nel paese».