Dal 15 al 21 marzo
A due giorni dall’inizio del Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina, segnaliamo due film importanti, che hanno dato prova di stile e capacità narrativa: uno della senegalese Dyana Gaye e uno dell’haitiano Raoul Peck.

A due giorni dall’apertura del Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina spiccano già per stile due film, i cui registi da tempo danno prova di abilità e padronanza del linguaggio.
Colpisce per la gioia che trasmette, “Un trasport en commun – Saint Louis Bleus”, della regista senegalese Dyana Gaye. Il film narra del viaggio di un gruppo di persone a bordo di un taxi-brousse, che, da Dakar, percorre la costa del Senegal fino alla città di Saint-Louis.
Una storia raccontata, senza annoiare, attraverso un sapiente uso del musical, che descrive la vita dei protagonisti-viaggiatori. La Gaye ha saputo, come sempre, mostrare un’Africa piena di luce e di vita. Lo stesso ottimismo visto nel suo scorso successo, il pluripremiato cortometraggio “Deweneti”.

Una curiosità: questa volta la regista si è anche cimentata nella composizione delle canzoni, che attraversano la pellicola in perfetto stile brodway, con musica rythmes&blues ed anche un tocco di Italia anni ’60.
Tutto rimane in famiglia, con una coreografia ideata dalla sorella che ha saputo rendere l’atmosfera che caratterizza i viaggi interafricani, fatti di umanità,pazienza, ma anche di condivisione. Una metafora di un’Africa che si sposta, viaggia e allo stesso tempo si trova in bilico tra il restare e il cambiare, simbolo di tutti i viaggi verso una nuova vita. Tra i tanti passeggeri anche un “bianco”, un giovane francese, e forse una storia d’amore. La leggerezza e lo stile ricordano il bel “Nha Fala” di Flora Gomez.

L’altro grande momento di questo festival è arrivato con la presentazione dell’ultima opera di Raoul Peck, il regista di Haiti, già autore di opere di forte impatto come “Sometimes in April” sul genocidio rwandese e “Lumumba”.
Peck ha deciso di presentare qui, dopo l’uscita mondiale al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, il suo “Moloch Tropical”.

 

Il tema principale è quello della Politica e del suo incontrastato potere.
Il suo non è un film sulle dittature, pur rappresentandole tutte nelle loro assurdità, orrori ed esagerazioni. L’opera di Peck è soprattutto un film universale sul valore della democrazia e della politica al servizio del bene comune. Nella fortezza rappresentata nel film, luogo mistico nella cultura di Haiti, è racchiuso il potere nella sua peggiore accezione, prigioniero, ormai, di se stesso e delle sue ossessioni e prevaricazioni. Tra queste spicca il legame forte tra sesso e potere. «Il potere è un afrodisiaco» ha detto Peck, che, rivelando di aver voluto evidenziare la condizione di molti dittatori, non ha mancato di fare riferimento anche alla realtà politica italiana.

Il film si sviluppa su una sceneggiatura e una regia molto precise e su uno stile cinematografico che si costruisce su linee geometriche ben tracciate, quasi
a voler dare un ulteriore vigore alla rappresentazione metaforica e assurda della politica e del potere, la vera forza di questa pellicola.