Un piano per la sicurezza della North Eastern Province
I residenti di Baidoa, Baadheere, Baydhabo, Dinsur, Afgooye, Bwale, Barawe, Jilib, Kismayu e Afmadow, nel sud della Somalia, potrebbero trovarsi sotto attacco aereo da un momento all’altro, dopo che il governo keniano si è impegnato a fermare il flusso di armi verso i miliziani islamisti di Al Shabaab. Il primo ministro somalo, domenica a Nairobi, risolve, intanto, la crisi diplomatica tra i due paesi.

Perplessi. Così si sono definiti alcuni diplomatici statunitensi ed europei dopo che, lunedì 24 ottobre, il presidente somalo Sheik Sharif Ahmed ha espresso il proprio disappunto in merito alla missione militare keniana nel sud della Somalia. Ahmed, smentito due giorni dopo da un comunicato “chiarificatore” del governo federale di transizione (Gft), è apparso disorientato a più di due settimane dall’inizio delle operazioni militari. «Molto si è perso nella traduzione» si è limitato a spiegare,il 27 ottobre, Alfred Mutua, portavoce del governo keniano, precisando, che l’invasione è stata programmata e concordata da tempo.

Il primo ministro somalo Abdiweli Mohammed Ali, volato domenica a Nairobi, si è subito impegnato a chiudere la crisi diplomatica chiedendo, attraverso un comunicato congiunto, insieme al suo omologo keniano, il premier Raila Odinga, il supporto via mare della comunità internazionale, in modo da facilitare l’avanzata delle forze armate del Kenya.

L’operazione militare è iniziata il 16 ottobre scorso dopo l’uccisione nella località di Lamu, l’11 settembre, di un turista britannico, David Tebbutt, il rapimento della moglie, Judith, e il sequestro, il 1 ottobre, di Marie Dedieu, cittadina francese, invalida, deceduta per la mancanza di medicinali, il 19 ottobre. Un casus belli che ha dato il via ad un piano militare già preparato da mesi. Responsabile dei rapimenti, secondo le autorità di Nairobi, sarebbe il movimento islamista Al Shabaab, che ha tuttavia sempre negato ogni coinvolgimento.

Non è la prima volta che gruppi armati somali compiono incursioni oltre confine. Tre cooperanti stranieri sono stati, infatti, rapiti già nell’estate del 2009, mentre, periodicamente, il posto di frontiera di Liboi, in Kenya, e Mandera, sul confine tra Etiopia, Kenya e Somalia, è stato oggetto di ripetuti attacchi da parte di bande di miliziani. La tensione crescente sulla frontiera ha spinto il Dipartimento di Stato statunitense, ancora il 28 dicembre 2010, a diramare un allerta per chi si fosse recato proprio nei pressi della città portuale di Lamu, situata a pochi chilometri dal confine con la Somalia.

Juba Initiative
Era il 3 aprile 2011, quando a Nairobi, l’ex ministro della difesa del governo di transizione somalo, Mohamed Abdi Mohamed, detto Gandhi, è stato eletto presidente della sedicente regione autonoma di Jubaland o Azaniya. Un progetto promosso da alcune comunità locali che chiedono, su modello di Puntland e Somaliland, un’amministrazione laica dei territori controllati dalle milizie radicali di Al Shabaab, riunendo, così, le regioni di Gedo, Basso e Medio Juba e una popolazione di 1,3 milioni di persone.

Il governo del Kenya, che ha sempre visto con favore l’iniziativa, ha, tuttavia, dovuto inizialmente fare i conti con le resistenze di Adis Abeba, contraria alla creazione di uno stato amministrato da somali del clan degli ogadeni, per timore che potesse alimentare l’instabilità della regione meridionale etiopica dell’Ogaden, dal 1984 attraversata dalla rivolta dell’Onlf (Ogaden National Liberation Front), movimento indipendentista somalo.

Riguardo la Juba Initiative e la creazione di uno stato cuscinetto sul confine tra Kenya e Somalia, il primo ministro etiopico, Meles Zenawi, si era già espresso nel 2010, in un incontro privato con Maria Otero, sottosegretario del Dipartimento di Stato americano. Secondo un cablogramma inviato il 31 gennaio 2010 dall’ambasciata statunitense di Adis Abeba, divulgato da Wikileaks, Zenawi avrebbe dichiarato: «[…] che il Governo dell’Etiopia non è entusiasta riguardo la Jubaland initiative del Kenya, ma sta condividendo risorse di intelligence con il Kenya, sperando per un successo. Nell’eventualità che il piano non giunga a buon fine, il Governo ha piani per limitare gli impatti destabilizzanti sull’Etiopia».

Quali siano questi piani, tuttavia, non è ancora dato sapere. Per il momento è stata segnalata, da alcuni testimoni locali, citati dal quotidiano somalo Mareeg Online, la presenza di 8 veicoli militari etiopici per il trasporto truppe nei villaggi di Qeydar e Marodile, nella regione di confine di Galgudud, nel centro della Somalia. Secondo gli stessi testimoni, i soldati etiopici si troverebbero sul posto per tenere sotto controllo quanto accade nell’area.

Strategia Usa
L’intervento keniano in Somalia ha raccolto le adesioni delle milizie di Ahlu Sunna Wal Jamma e Ras Kamboni, alleati sempre più indipendenti rispetto alle posizioni del Gft. Sul piano internazionale, l’approccio statunitense al conflitto somalo non sembra essere in disaccordo con la creazione di un’amministrazione autonoma stabile nel sud del paese. Nel 2010, Johnnie Carson, segretario aggiunto al Dipartimento di stato americano, con delega all’Africa, ha chiarito quella da lui stesso definita come la politica del ‘doppio binario’, che gli Stati Uniti avrebbero adottato di lì a poco nei confronti della Somalia.

«Sotto questa strategia, costruiremo più partnership con i governi regionali del Somaliland, del Puntland e con le amministrazioni locali che si oppongono ad Al Shabaab nel centro e nel sud della Somalia, ma che allo stesso tempo non sono alleate del Gft», ha detto Carson, il 20 ottobre 2010, a Washington, presso il Center for Strategic and International Studies, precisando, però, che non è intenzione americana legittimare lo smembramento del paese, riconoscendo un singolo stato somalo.

Immigrazione
L’ultimo ciclo di carestia e il conflitto che colpisce soprattutto il Sud della Somalia ha spinto in territorio keniano centinaia di migliaia di rifugiati somali, ammassati, in quasi mezzo milione, nei campi profughi che circondano la città di l’attentato, messo a segno da elementi vicini ad Al Shabaab, l’11 luglio 2010, a Kampala, in Uganda, il rischio derivato da possibili infiltrazioni di estremisti ha risvegliato nel Kenya il ricordo delle esplosioni all’ambasciata americana di Nairobi, nel 1998, in cui morirono 213 persone.
La creazione di Jubaland potrebbe così attenuare gli arrivi di profughi, salvaguardando la stabilità della North Eastern Province keniana, storicamente abitata, peraltro, da popolazioni di etnia somala e oromo.

I costi
A pochi giorni dall’inizio delle operazioni, la stampa keniana ha subito pensato di fare i conti in tasca al governo di Nairobi. Secondo il quotidiano Daily Nation, l’invasione della Somalia costerà ad ogni contribuente keniano tra i 7.000 e i 10.000 scellini al giorno, pari a circa 49 e 70 euro, per ogni soldato mantenuto sul campo. Il Ministero del tesoro keniano ha inoltre deciso di dirottare verso il Dipartimento della Difesa 6,7 miliardi di scellini (pari ad oltre 47,5 milioni di euro), 13 miliardi (oltre 92 milioni di euro) sono, invece, stati stanziati, tre mesi prima del conflitto, per i servizi di intelligence.

Il quotidiano keniano offre un dettagliato resoconto di quanto Nairobi dovrà spendere per la guerra in Somalia, considerando persino i costi dovuti ai risarcimenti per le famiglie delle vittime del conflitto. Il paese non sembra essere in grado di sostenere una presenza prolungata sul territorio somalo, vista anche la pressione sul budget di bilancio, già sotto dura prova con un deficit di 236 miliardi di scellini (1,67 miliardi di euro).

La stagione delle piogge, la guerriglia islamista e l’assenza di infrastrutture in Somalia, non lasciano intravvedere, tuttavia, una guerra lampo. Intanto, sabato, nel corso di una conferenza stampa, il capo delle forze armate keniane, Julius Karangi, si è affrettato a puntualizzare: «Quando il governo e il popolo del Kenya si sentiranno sufficientemente al sicuro dalla minaccia di Al Shabaab, allora potremmo ritirarci».