Dal numero di aprile 2010: terra di contrasti
Governato da un partito d’ispirazione marxista – Organizzazione popolare dell’Africa del Sud-Ovest (Swapo) – il paese presenta forti potenzialità economiche e laceranti disuguaglianze sociali. I fulgori della capitale Windhoek convivono con l’economia di sussistenza a nord e i boscimani emarginati a sud.

L’arrivo all’aeroporto internazionale “Hosea Kutako” di Windhoek è sempre un’esperienza singolare perfino per un nativo. La struttura sorge nel bel mezzo di un nulla assoluto. Sulla pista, un solo aereo, massimo due.

 

Grazie ai 300 giorni di sole all’anno, un’altitudine di 1.600 metri e la più totale mancanza di inquinamento atmosferico, il cielo è di un blu profondo e l’aria profuma di fresco.

 

Il terminale è minuscolo, ma è quanto basta, o quasi. Soprattutto, è immacolato. I funzionari dell’immigrazione, però, sono forse tra i più sgarbati dell’intero pianeta. Il bagaglio ti viene puntualmente consegnato sul nastro trasportatore sbagliato. Il che non è la fine del mondo, visto che ce ne sono soltanto due di questi congegni.

 

Nel complesso, il luogo ti mette addosso una sensazione strana. Che è poi la stessa sensazione che provi appena esci dall’aeroporto e inizi a visitare il paese.

 

Nazione molto estesa (825.418 km2) e con solo 2,2 milioni di abitanti, la Namibia ha celebrato il 21 marzo scorso il ventesimo anniversario dell’indipendenza dal Sudafrica. Nel 1990, il nuovo stato era stato esibito come una probabile storia di successo per l’intero continente. Aiutato da infrastrutture ben sviluppate, aveva celebrato le sue prime elezioni “libere e giuste” ed era passato dalla condizione di nazione in guerra (la lotta per l’indipendenza era durata per oltre due decenni) a quella di società pacifica e senza problemi. La buona volontà regnava suprema su ambedue i versanti che si erano a lungo scontrati. Il paese sprizzava ottimismo. Anche perché si sentiva benedetto da una costituzione liberale, da una stampa libera e, soprattutto, dalla pace.

 

Oggi, 20 anni dopo quell’emozionante periodo, è doveroso chiederci se il paese abbia o no mantenuto tutte le aspettative di allora.

 

La nazione è ancora relativamente in pace, nonostante occasionali discorsi violenti e improntati all’odio sulla bocca di alcuni membri del governo. Le infrastrutture sono rimaste intatte e, probabilmente, figurano ancora tra le migliori del continente. L’economia è cresciuta dal 1990, in particolare in termini di attività manifatturiere, industria della pesca, estrazione dell’uranio e, soprattutto, turismo d’alto bordo. Il settore finanziario è diventato sempre più sofisticato. I telefoni funzionano e l’erogazione dell’elettricità è impeccabile.

 

Windhoek si è triplicata dal giorno dell’indipendenza, ma sembra ancora perfettamente in grado di far fronte alle tensioni dovute all’accresciuta richiesta di servizi. Il rifornimento di acqua – perenne problema nel resto del paese – è garantito. Considerata da molti la capitale più pulita dell’Africa, la città è celebrata per la sua efficienza. I suoi supermercati straripano di beni di consumo. I semafori funzionano. Le buche nelle strade vengono prontamente riempite. Sono apparse nuove superstrade a sei corsie. Sono sorti immensi centri commerciali con i muri ricoperti di lastre di marmo. I tetti formano una selva di antenne paraboliche per programmi televisivi digitali.

 

 

Diamanti e miseria

Quando lasci la capitale, vieni subito colpito dalla selvaggia bellezza della natura che ti circonda. Il paesaggio è vasto e vuoto. L’emozione è indescrivibile. Non per nulla il turismo è esploso, soprattutto quello pubblicizzato come “rispettoso dell’ambiente”, quindi con la “T” maiuscola e dai costi elevati. Ma non si può fare a meno di notare che, più ci si allontana da Windhoek, e più ci si trova alle prese con i contrasti e i paradossi che caratterizzano la Namibia.

 

Il nord è un mondo a parte. Qui, centinaia di migliaia di persone si affidano ancora a un’agricoltura di sussistenza. Vivono in piccoli villaggi privi dei servizi sociali di base. Le donne e le ragazze percorrono fino a 20 chilometri per trovare l’acqua. C’è stato un notevole svi-luppo in campo sanitario, ma c’è ancora molto da fare. I problemi sono dovuti alla cattiva pianificazione: sono stati costruiti ospedali ultramoderni con i fondi di donatori stranieri, ma poi non si sono trovati dottori e infermieri per farli funzionare e sono stati chiusi subito dopo l’inaugurazione.

 

Il governo ha tentato di attrarre investitori nelle regioni settentrionali, che sono patria di oltre la metà della popolazione nazionale. Commercianti pakistani e cinesi hanno costruito magazzini ed empori per prodotti destinati all’esportazione presso il confine con l’Angola, per approfittare dell’impressionante sviluppo della vicina nazione. Ma lo sviluppo industriale ha del tutto fatto difetto, soprattutto a causa della mancanza di lavoro specializzato in loco.

 

La zona ovest del paese ha conosciuto una crescita notevole, sia nel campo del turismo che in quello dell’estrazione mineraria e della pesca. Del resto, la regione dei Monti Erongo, con le città costiere di Swakopmund e Walvis Bay, è sempre stata relativamente fiorente rispetto al resto del paese. Il sud, invece, sembra ancora totalmente dimenticato dal governo, nonostante ospiti i gruppi umani più poveri della nazione. L’impressione è che il destino dell’etnia dei khoisan (o boscimani), che costituisce il grosso della popolazione della regione meridionale, non figuri tra le priorità della élite oshivambo. Il paradosso è che tutta l’attività mineraria è concentrata proprio qui. I diamanti, però, una volta estratti, vengono immediatamente portati a Windhoek per la lavorazione e la vendita, senza lasciare alcun beneficio nelle regioni da cui provengono. In compenso, il turismo è in ascesa, anche se i lodge sono per lo più piccoli ed esclusivi, con scarse opportunità di impiego per i locali.

 

 

Politiche inefficaci

I dati ufficiali dicono che la Namibia è la nazione con il più alto coefficiente di Gini (dal nome dello statistico italiano Corrado Gini, che l’ha introdotto per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza di un paese). Il valore è stato calcolato a 74,3 (tra 0, che rappresenta l’assoluta uguaglianza, e 100, l’assoluta disuguaglianza). Il rapporto tra il 10% più ricco e il 10% più povero è astronomico: 106,6 volte! In altre parole: i primi godono del 65% della ricchezza nazionale, mentre i secondi hanno a disposizione lo 0,6%. Il 50% dei namibiani vive con meno di un dollaro al giorno; il 62,2%, con meno di due dollari.

 

La Namibia ha un’economia altamente sofisticata, che richiede capacità e qualifiche professionali da primo mondo, ma che è stata imposta a una società da terzo mondo. Così, il paese produce beni che non consuma e consuma beni che non produce. E poiché il sistema educativo è del tutto incapace di provvedere le conoscenze tecniche necessarie a questo tipo di economia, il risultato è che lo status quo si perpetua.

 

I ricchi, ovviamente, possono permettersi di mandare i figli nei più costosi collegi e università del Sudafrica o di qualche altra nazione del nord del mondo, mentre i diseredati languiscono sotto il totem della miseria, impossibilitati a entrare nel mercato del lavoro in modo competitivo.

 

Nel tentativo di raddrizzare questo increscioso squilibrio sociale, il governo si è imbarcato in una coraggiosa – quasi aggressiva – politica fatta di misure volte a favorire gli appartenenti a minoranze sottoprivilegiate. Sulla carta, questa “discriminazione positiva” suona molto giusta. Nella pratica, però, si è tradotta nel semplice rimpiazzare operai e tecnici qualificati, ma dal colore della pelle sbagliato, con gente senza alcuna competenza professionale, ma dal colore della pelle giudicato discriminato e quindi da promuovere e privilegiare. Il risultato è stato disastroso: oggi molti uffici del settore pubblico sono occupati da persone incompetenti e inclini alla corruzione.

 

A rendere il quadro ancora più buio c’è il fatto che il paese è tra i più colpiti dall’aids: l’incidenza dell’Hiv è del 15,3% della popolazione adulta, tra le più alte al mondo.

 

Finanziariamente, la nazione pare aver superato la recessione mondiale assai bene, in parte grazie alla scoperta e all’apertura di nuove vaste miniere di uranio, alcune delle quali nel parco nazionale di Namib-Naukluft. Il rinnovato interesse mondiale per il nucleare ha reso la Namibia il beniamino delle multinazionali minerarie. Le previsioni dicono che il paese è destinato a diventare il maggiore esportatore di uranio entro il 2015.

 

Per ironia della sorte, i primi quattro prodotti d’esportazione della Namibia – diamanti, uranio, carne e birra – hanno una cosa in comune: in giro per il mondo c’è sempre chi li considera “offensivi”, o poco etici, e quindi non appetibili.

 

 

Niente opposizione

Mentre la Namibia è in pace e i namibiani godono la relativa sicurezza offerta da una costituzione progressista, la realtà dietro le quinte è diversa. L’Organizzazione popolare dell’Africa del Sud- Ovest (Swapo), nata nel 1960 e al potere dal 1990, è un partito ancora disperatamente aggrappato ai tradizionali ideali marxisti, anche se poi tenta di presentare una faccia pubblica democratica. Gli attacchi verbali contro le minoranze (i bianchi, i liberali, gli omosessuali, i gruppi etnici meno numerosi…) da parte dei circoli di governo sono all’ordine del giorno e per lo più incontrastati dal sistema giudiziario. La libertà di parola è limitata in più occasioni, specialmente nei confronti della stampa anti-governativa.

 

Nonostante ciò, la Swapo ha progressivamente incrementato il proprio sostegno di base, soprattutto tra i settori sociali più poveri. Un’opposizione degna di questo nome non è presente, e questa mancanza fa della Namibia, di fatto, uno stato a partito unico.

 

Il presidente, Hifikepunye Pohamba, è stato riconfermato in carica con il 76,4% dei suffragi nelle elezioni tenute il 27 e 28 novembre scorsi. Il suo partito, la Swapo, ha conservato una maggioranza di due terzi nel nuovo parlamento (75,3 % dei consensi).

 

Come sempre in passato, anche questo scrutinio è stato aspramente criticato. I risultati ufficiali sono stati contestati da 9 dei 13 partiti. Se però, dopo le elezioni del 1994, la Corte suprema aveva osato condannare il comportamento della commissione elettorale, il 3 marzo scorso ha rifiutato le contestazioni dei nove partiti dell’opposizione. Il motivo? «Le confutazioni sono state presentate in ritardo». È con ragione, quindi, che la Namibia viene definita «una democrazia senza democratici».

 

Il governo è spesso accusato di chiudere un occhio sulla corruzione, se non addirittura di promuoverla. La commissione anti-corruzione ha cominciato a operare nel 2005, ma i risultati ottenuti sono assai deludenti, anche perché non gode di veri poteri, ha poche risorse a disposizione e non è del tutto indipendente dall’establishment politico. Fino ad oggi ha potuto occuparsi solo di casi minori, intentando anche procedimenti giudiziari. Ma nessuno dei grossi scandali, che hanno comportato la perdita o la sparizione di milioni di dollari, è mai stato portato in tribunale.

 

Dal punto di vista sociale, la Namibia appare meglio integrata e meno razzista di quanto non lo sia il vicino Sudafrica, anche se i due paesi hanno avuto storie simili, caratterizzate da un’odiosa politica segregazionista. Il 90% della popolazione si dichiara cristiana. La denominazione religiosa più consistente è la luterana- evangelica. I cattolici sono circa il 20%. Dalle chiese i namibiani si aspettano servizi nei settori dell’educazione e della sanità: più che di missionari, hanno bisogno di maestri e dottori.

 

Per indole, i namibiani sono affabili e di poche pretese. Le scandalose disuguaglianze sociali sono avvertite come un affronto, ma tutto fa pensare che continueranno ancora almeno per un paio di generazioni. Serve molto di più di un colpo di bacchetta magica per farle sparire o almeno diminuire.

 

Tuttavia, il fatto che la costituzione continui a essere la legge suprema della nazione e che il principio di legalità sia rispettato fa ben sperare che il paese saprà, prima o poi, far fronte con decisione alle sfide che ha davanti, magari con un piccolo aiuto da parte delle nazioni amiche. Tutto sommato, quindi, al di là delle molte difficoltà, i namibiani continuano a credere che la loro nazione sia il miglior posto di questo mondo. Io non faccio eccezione.

 




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