Tredici ONG che salvano in mare. Una coalizione, la Justice Fleet, che mette insieme Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, Sos-Humanity, Sea-Eye, Louise Michel e altre realtà tedesche, francesi, italiane e spagnole. Una risposta civile e politica all’indomani del rinnovo, il 2 novembre, del Memorandum Italia-Libia.
Per dire che, contrariamente alla connivenza delle istituzioni italiane ed europee, c’è chi non solo denuncia cosa sia la Libia, ma anche come sia contro il diritto internazionale, anticostituzionale e antiumanitario un accordo che sovvenziona violenze e respingimenti.
Una coalizione che diventa anche piattaforma online dove pubblicare tutti i documenti di ciascuna realtà, per mettere insieme quanti e quanto frequenti siano gli episodi di violenza in mare, contro le persone che lasciano la Libia e contro le navi delle ONG impegnate a soccorrerle.
E poi un’azione che diventa collettiva: la decisione di interrompere le comunicazioni con il cosiddetto Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi di Tripoli (JRCC). Nessuna collaborazione con quella banda criminale che è la cosiddetta guardia costiera libica.
«Il JRCCC di Tripoli, che coordina gli interventi di cattura e respingimento, non può essere considerato un’autorità competente: non è operativo 24 ore su 24, non garantisce comunicazioni multilingue e non dispone delle infrastrutture necessarie per la gestione dei soccorsi. La Libia non è un porto sicuro. Le persone intercettate in mare vengono spesso riportate in centri di detenzione dove violenze, torture e stupri sono pratiche sistematiche».