Repubblica democratica del Congo
Le imprese straniere del settore minerario che operano in Repubblica democratica del Congo rimpatriano miliardi di profitti. Lo consentono una legge mineraria liberista e dei contratti capestro sottoscritti dallo stato. Un modello di economia che alza il Pil ma rimanda all’epoca coloniale.

Si sono studiate le statistiche del Fondo monetario internazionale (Fmi) ed si è giunti a una conclusione. La legge che dal 2002 regola il settore minerario, ispirata dalla Banca mondiale, e dei contratti sfavorevoli per lo stato hanno creato un quadro giuridico assai vantaggioso per le imprese straniere che operano in Rd Congo. Il risultato è che si assiste a uno spettacolare rimpatrio di profitti. Per capirci: erano poco più di un miliardo di dollari nel 2011 e nel 2014 sono diventati 4 miliardi; e secondo le proiezioni dell’Fmi supereranno i 7 miliardi nel 2019.

A toccare questo tasto è l’economista belga Stefaan Marysse nel libro Croissance cloisonnée: note sur l’extraversion économique en Rdc, pubblicato dal Musée Royal d’Afrique Centrale. Marysse sottolinea che se nel 2012 gli Investimenti stranieri diretti (Ied) superavano l’ammontare dei profitti rimpatriati, nel 2015, sulla base di previsioni, gli Ied sono già due volte e mezzo inferiori. Se poi si guarda al 2019 gli Ied saranno inferiori di tre volte e mezzo (quasi 2 miliardi di dollari rispetto agli oltre 7).

Dunque nel periodo 2011-2019, secondo l’economista, la perdita per il paese oscilla tra i 14,9 e i 17,1 miliardi di dollari. Ben superiore al mancato guadagno derivato dalla vendita di prodotti minerari a prezzi inferiori a quelli di mercato (grazie alla complicità di pubblici amministratori), stimato nel 2011 in 5 miliardi di dollari.

A portarsi a casa i profitti sono sostanzialmente i grandi gruppi minerari: American Freeport Mc Roran, Glencore (Svizzera), Eurasia National Resources Corporation (Kazakistan) e le cinesi Jinchuan e Congo Dongfang.

Questa emorragia è ancora più paradossale se la si confronta con il tasso di crescita del Prodotto interno lordo: 9,2% nel 2014 (aspettativa simile per il 2015) contro l’8,3% del 2013 e il 7,2 % del 2012. Trainante la produzione di rame, passata da 500mila a 1,02 milioni di tonnellate tra il 2010 e il 2014.

Per puntare a quella «crescita inclusiva» raccomandata dall’Fmi, bisognerebbe che le istituzioni finanziarie internazionali supportassero l’Rd Congo nel rendere meno iniqui i rapporti con le grandi compagnie straniere. Ma un passo di questo genere richiederebbe di rinnegare il proprio ruolo, visto che sono state proprio le istituzioni di Bretton Woods a ispirare il codice minerario congolese…

Da parte loro, le imprese straniere si stanno opponendo al progetto governativo di portare la quota dello stato congolese nel capitale delle società minerarie dal 5 al 35%, di portare dal 2 al 4% la tassa sulla produzione di rame e di tassare fino al 50% i superprofitti, calcolati sul beneficio addizionale realizzato quando il prezzo dei prodotti minerari supera del 25% quello indicato nello studio di fattibilità.

Anche la Camera delle miniere si è opposta alla volontà del governo di raddoppiare i diritti di dogana, portandoli al 10%, sulle importazioni di beni intermedi e di aumentare dal 30 al 35% il tasso d’imposta sugli utili.

Il fatto è, conclude Marysse, che questo modello economico “estroverso” non è molto diverso dal modello coloniale. Il malgoverno e la corruzione che imperversano non sono i soli responsabili di una crescita economica che esclude gran parte della popolazione.

Articolo estratto dall’ultimo numero di Nigrizia di settembre 2015.

Nelle foto minatori in una miniera di rame a Kamatanda provincia del Katanga in R.D.Congo. (Fonte: fastenopfer.ch)