Francia, Europa
È stato chiamato Giungla il campo di accoglienza alla periferia di Calais dove vivono ammassate 8000 persone fuggite da fame, guerre o in cerca di migliori opportunità economiche. Provengono da vari paesi in Africa e Medio Oriente e inseguono lo stesso sogno: approdare in Inghilterra.

Ad aprile in Francia è nata una nuova “città”. La chiamano la “Jungle” (la giungla) di Calais. Si trova a nord-est del paese, non lontano da Inghilterra e Belgio. Si sviluppa in un terreno paludoso grande un chilometro e mezzo vicino al mare. Alla sua fondazione accoglieva 2000 abitanti provenienti da molti paesi d’Europa, Asia e Africa. Questa colonia è diventata in pochi mesi il terzo agglomerato più popolato del comune di Calais. Oggi le autorità francesi stimano che Jungle ospiti 8000 abitanti.

«Vengono da paesi in conflitto o sono fuggiti da un sistema economico asfissiante ed ingiusto», spiega Assan, che arriva dal Darfur, dove studiava lingue. Adesso spera di poter riprendere i suoi studi a Londra o Manchester. Gani è kosovaro. Vive qui da quattro mesi. È molto spigliato e si regge su due stampelle. «Mi sono rotto la gamba destra cadendo dal treno che collega Parigi a Londra», dice in un francese perfetto. «So che è pericoloso ma appena potrò ci riproverò perché in Kosovo non c’è lavoro e poi mi piace tanto l’Inghilterra», ribadisce con orgoglio dopo averci dato il suo biglietto da visita: l’indirizzo che è Prishtine Hotel Jungle…

Fuori dalla città

Jungle è il campo profughi voluto dal sindaco Natacha Bouchart per concentrare tutti i migranti in fuga da fame, guerre e mancanza di lavoro in un unico spazio fino ad allora inutilizzato e abbastanza lontano dal centro abitato e turistico. Inutilizzato per due motivi: è una zona d’interesse ecologico e faunistico di tipo 1, cioè sarebbe un’area protetta intoccabile; e poi Jungle si trova in una “zona Seveso”, cioè considerata a rischio per la presenza di due industrie altamente tossiche e pericolose, Interor e Synthexim.

Da aprile i migranti non hanno il diritto di accamparsi altrove. «Lì non danno più fastidio a nessuno e adesso la città è più pulita», dice un ristoratore della piazza principale di Calais. La città non sembra più la stessa. Oramai è quasi impossibile imbattersi in un migrante e sono state cancellate tutte le tracce del loro passaggio. Ma gli operatori turistici continuano a lamentarsi, secondo loro la presenza di migranti in città avrebbe fatto perdere molti clienti.

Eppure a partire da aprile il ministro Cazeneuve ha incrementato quasi ogni mese la presenza delle forze dell’ordine a presidio dell’Eurotunnel e del porto. Molto spesso questi poliziotti vengono da regioni molto lontane (Alsazia e Ile de France) e passano le loro trasferte pernottando negli hotel della zona. Inoltre gli albergatori che si lamentano dimenticano che numerose famiglie più agiate di altri migranti (soprattutto siriane) preferiscono pernottare in hotel piuttosto che nella Jungle pagando in nero grazie alla complicità degli albergatori stessi.

 Raggruppati spontaneamente per nazione o per etnia

Per arrivare a Jungle bisogna superare il porto, entrare nella zona industriale e continuare finché sei camionette della polizia anti-sommossa (Crs)) annunciano l’ingresso ovest. Da qui seguiamo Muhamed, un giovane iracheno fuggito dall’avanzata dei miliziani jihadisti, contentissimo di poter parlare con qualcuno. In mano ha The Secret Adversary, un romanzo di Agatha Christie. L’ha preso in una delle numerose biblioteche di Jungle per migliorare il suo inglese. Ci chiede di seguirlo fino alla sua tenda, nella zona degli iracheni.

Gli abitanti di Jungle si sono raggruppati per paese di provenienza o per etnia. Il “quartiere” iracheno è abitato prevalentemente da curdi. Famiglie intere composte da nonni, genitori e bimbi di pochi anni. I più fortunati, coloro che hanno ancora un po’ di soldi e quanti si sono stabiliti da più di un mese, vivono in baracche fatte di legno, plastica e stoffa. Tutti gli altri si devono accontentare di una tenda che in altri contesti farebbe la gioia dei campeggiatori e degli scout.

Muhamed, muratore di 44 anni, viene da un paese vicino Mosul (Iraq). Ha portato tutta la famiglia a Calais. «Vorrei raggiungere mio fratello in Inghilterra per poter ricominciare a vivere tranquillo e per dare un futuro ai miei figli». Sorseggia un tè in attesa di essere chiamato dal “passeur” (lo scafista) per provare a raggiungere l’Inghilterra nascondendosi in una macchina o in un camion che si imbarcherà in uno dei numerosi traghetti diretti alle bianche scogliere di Dover.

Jungle è attraversata da due strade principali nord-sud e ovest-est. Attorno a queste vie gli afghani hanno aperto tanti ristoranti e qualche negozio. Per strada è possibile comprare beni alimentari e di elettronica fino a tardi a prezzi non molto differenti da quelli disponibili in città.

Il momento della cena è l’occasione per conoscere Ahmed, cuoco cinquantenne nato a Kabul e per tre anni immigrato in Italia. Dopo aver ottenuto i documenti ha lavorato nella ristorazione a Catania. «Quattro mesi fa sono stato licenziato e sono stato costretto a partire per cercare lavoro in Inghilterra», racconta con un accento siciliano. «Poi sono arrivato qui a Calais. Ho visto le condizioni in cui viveva la gente e ho deciso di aprire un ristorante. Penso di rimanere otto o nove mesi e poi tornerò a Catania». Da fuori il locale è anonimo. La struttura improvvisata in lamiera, cartone e assi di legno cela al suo interno un unico ambiente ben riscaldato e illuminato grazie a un generatore. Sulla destra si trova la cucina e una bacheca con il menu: riso, carne, verdure, patatine fritte, acqua, birra, tè e caffè sono sempre disponibili. Un pasto completo costa mediamente tre euro a persona.

Tra night club e chiese

È sabato sera. Le strade e i ristoranti sono pieni di giovani che hanno voglia di divertirsi e di scaricarsi dallo stress. Esiste addirittura un teatro, da dove esce il suono elegante di lontane note iraniane. “Tenaistellin! Demen andaru?” Non trovando ristoranti etiopici, proviamo a chiedere in amarico a tre ragazzi di Addis Abeba dove possiamo gustare dell’autentico ‘ndoro wat. Dopo averli seguiti per qualche minuto ci ritroviamo in un night club etiopico ed eritreo. Gli etiopici hanno preferito concentrarsi su questo genere di esercizi commerciali. E infatti nella loro zona è pieno di discoteche dove è possibile trovare, oltre alla musica, alcol, droghe e prostitute.

L’indomani mattina i cristiani etiopi ed eritrei festeggiano la ricorrenza dell’arrivo del cristianesimo nel Corno d’Africa e ci invitano alla Messa nella chiesa principale, che dura dalle 8 di mattina fino alle 12 e termina con un pranzo comunitario. La chiesa è semplice ma elegante e funzionale come gli altri numerosi edifici di culto della Jungle come le chiese protestanti e le moschee.

«Ma in tutto questo che fa lo Stato?», si chiede Yoann, giovane studente che è venuto da Parigi per vedere con i propri occhi la situazione. Il ministro dell’interno Cazeneuve ha annunciato che sarà incrementata la presenza delle forze dell’ordine. Inoltre verranno distribuite delle “tende riscaldate” e aumenteranno i posti letto per donne e bambini al centro d’accoglienza diurno.

Società civile mobilitata

Da aprile ogni giorno centinaia di volontari provenienti da Inghilterra, Francia e altri paesi si mettono a completa disposizione per provare a migliorare le condizioni di vita dei residenti di Jungle. Insieme alle grandi associazioni e Ong, tutte presenti, da Medici Senza Frontiere alla Caritas, è una vera e propria gara di solidarietà tra famiglie che portano vestiti, cibo, materiale da costruzione, professori che vengono a insegnare il francese, addirittura bimbi che vengono a condividere i loro giocattoli…

François studia lingue a Lille e viene ogni fine settimana per organizzare dei corsi di lingua nella scuola che si trova vicino al cinema. «Un giorno una mia amica mi ha invitato a conoscere dei suoi amici sudanesi che vivevano qui e da allora non me ne sono più andata», racconta Marguerite, che la sera del 24 ottobre ha organizzato la proiezione del film di Chaplin Tempi moderni.

Ad ogni ora del giorno e della notte arrivano furgoni carichi di cibo e vestiti. Spesso vengono distribuiti senza alcuna logica con lunghe code che causano momenti di tensione e talvolta di violenza. Manca una gestione dei rifiuti, che spesso vengono bruciati causando nubi nere di diossina. «Non c’è una gestione centrale di tutti gli aiuti che la società civile vorrebbe apportare a questi 8000 disperati», commenta frustrato, un pensionato di Bruxelles che vorrebbe distribuire vestiti e sapone ma non ha idea di come muoversi e a chi rivolgersi.

È sabato sera, prima di andare in tenda seguiamo la luce di una lampada all’interno della chiesa etiopica. Un uomo è chino con un pennello su una tela dove cominciano a delinearsi i tratti di un angelo che infilza un demone con una lancia. «Sono un artista, un pittore eritreo. Sono io che decoro la chiesa». Così si presenta Paulos. Come lui altre 8000 persone, altre 8000 storie, dimenticate dietro i numeri e le generalità. Mentre la popolazione di Jungle aumenta.

Jungle (Washingtonpost)