Le sguardo dell’antropologo

Stranded. Inchiodato, bloccato, impossibilitato a muoversi. È questa la parola ossessiva che Fabrizio Gatti, autore dello splendido Bilal, sente ripetere dalle migliaia di uomini, donne, ragazzi impantanati ad Agadez (Niger) in attesa di un camion che li conduca, in un viaggio rischiosissimo attraverso il deserto. Stranded è l’impotenza, il nulla, una terra di nessuno, tra il “già” e il “non ancora”. Uno spazio dove il tempo sembra insabbiarsi, prosciugato di ogni forza. Una terra abitata da estranei, circondata da sospetto, indifferenza se non da violenza.

Stranded sono oggi centinaia di migliaia di profughi dall’Africa alla Macedonia, dalla Siria alla Francia.

Vite travolte dalle onde del mare o spezzate dalle sabbie del deserto che cercavano di attraversare, per arrivare in una parte di mondo che credevano migliore di quella che avevano abbandonato. Forse si erano sbagliati. Persone che hanno abbandonato le loro case, reciso i loro affetti, strappato le loro storie. Che hanno trasformato la vita in memoria. Scambiato la povertà con la paura o una paura con un’altra paura.

Vite ora bloccate in paludi umane, dove tempo e spazio hanno perso ogni significato. Dove perdono di significato anche i valori di un’Europa capace solo di dividersi e di difendere il valore della propria moneta. “Non-luoghi” li definirebbe forse Marc Augé, luoghi che non hanno nessun rapporto, nessun legame identitario con la terra che li circonda, dove ogni coordinata fa riferimento al posto stesso, all’interno, che vivono di una vita separata. Ma vivono. “The jungle” è stato battezzato l’enorme campo profughi di Calais, perché a noi la giungla, la foresta fanno paura. Ma per chi la abita, quella vera, la foresta è una madre generosa, che offre cibo, medicinali e protezione. The jungle, invece è una vena aperta da cui esce sangue e che nessuno vuole ricucire. Si vive senza un domani, dopo aver perso ogni ieri. Un’esistenza fragile, già spezzata da guerre e fame, ma non del tutto rotta, la si può ricostruire, la si vuole ricostruire, basterebbe rimettere in moto il tempo. Un gesto, una parola e lentamente la vita riprenderebbe, l’acqua ricomincerebbe a scorrere. Perché la vita è movimento, scambio, incontro, non stasi e soprattutto non è indifferenza.

Invece no. Perché come scriveva Arthur Rimbaud: «C’è infine, quando si ha fame e si ha sete, qualcuno per scacciarvi». (…)

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