Unione africana /Jean Ping: un bilancio
Il presidente uscente della Commissione non si è mostrato all’altezza della situazione. Debole specie nell’affrontare i conflitti. Ma la sua mancata rielezione va imputata soprattutto alla farraginosità delle strutture dell’Ua e alle divisioni che ne hanno fortemente limitato l’azione.

Jean Ping, gabonese, figlio di padre cinese, fu eletto alla presidenza della Commissione dell’Unione africana (Ua) nel febbraio 2008 e ne assunse la carica il 28 aprile. Appoggiato dai paesi della Comunità economica degli stati dell’Africa Centrale (Ceeac), fu eletto al primo scrutinio, superando gli altri due candidati: Osman Abdulai Conteh, della Sierra Leone, e Inonge Mbikusita Lewanika, dello Zambia.

Jean Ping giunse al suo nuovo incarico dopo una lunga esperienza in campo amministrativo e politico. Dopo aver lavorato dal 1972 al 1984 presso l’Unesco, come delegato permanente del Gabon, aveva ricoperto vari compiti ministeriali nel governo del suo paese: ministro delle informazioni, ministro delle miniere, dell’energia e delle risorse idriche, ministro della programmazione, dell’ambiente e del turismo; infine, per 9 anni, ministro degli affari esteri, della cooperazione, della francofonia e della integrazione regionale.

Con questo ragguardevole background, ci si aspettava che Ping potesse essere un efficiente amministratore e un vero leader “politico” della Commissione Ua. Ma la sua mancata rielezione nel gennaio scorso – dopo quattro votazioni, nell’ultima delle quali era unico candidato – è stata interpretata come segno della inefficienza e debolezza da lui dimostrate al timone della Commissione.

E proprio sulla debolezza di Ping il Sudafrica ha orchestrato magistralmente la candidatura alla presidenza della sua rappresentante, Nkosazana Dlamini-Zuma, presentata come amministratrice efficiente e competente e sbandierata come “prima donna a competere” per l’importante carica. Lo slogan di Pretoria:

«Dopo la cattiva amministrazione di Ping, l’Ua ha bisogno di una persona come Dlamini-Zuma».
In verità, il ruolo del presidente della Commissione dell’Ua è fortemente condizionato dalle strutture dell’Unione stessa.

I compiti principali della Commissione sono: rappresentare gli interessi dell’Ua decisi dall’Assemblea dei capi di stato e dal Consiglio esecutivo dei ministri degli esteri; elaborare proposte da sottoporre agli organi dell’Unione; tradurre nella pratica le decisioni di questi organi; coordinare e monitorare l’attuazione delle decisioni prese dall’Ua, in sintonia con il Comitato rappresentativo degli ambasciatori africani presenti al quartier generale dell’Ua ad Addis Abeba (Etiopia).

Facile capire come questa imponente struttura possa ostacolare il lavoro della Commissione in svariate maniere. L’Assemblea dei capi di stato, che dovrebbe essere l’organo di decisione finale, riesce a mala pena a raggiungere un consenso su vari problemi. Questo è apparso chiaro durante i due maggiori conflitti africani avuti sotto il mandato di Ping: la guerra in Costa d’Avorio e quella in Libia.

Le mosse di Pretoria
Nel conflitto ivoriano, scatenatosi dopo le contestate elezioni dell’ottobre 2010, la Nigeria e la Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale (Cedeao) minacciarono d’intervenire con la forza per disfarsi di Laurent Gbagbo, il presidente in carica, che aveva perso le elezioni ma non voleva riconoscere la sconfitta. Il Sudafrica e un certo numero di stati membri della Comunità di sviluppo dei paesi dell’Africa Australe (Sadc), invece, si schierarono a favore della riconciliazione fra i sostenitori di Gbagbo e quelli del candidato dell’opposizione, Alassane Ouattara, vincitore delle elezioni, e avanzarono la proposta di un governo di unità nazionale.

La diversità di vedute finì con il paralizzare l’Ua e la sua Commissione. Si pensò, quindi, di affidare alle Nazioni Unite e a qualche nazione potente il compito di dirimere lo spinoso problema. L’intervento militare della Francia, con il sostegno delle forze di pace dell’Onu a favore di Ouattara risolse l’impasse, ma non tutti si dissero soddisfatti.

Una situazione di stallo si è avuta anche nel conflitto libico: alcuni stati africani si schierarono con il Consiglio nazionale di transizione (Ctn); altri, “amici” di Gheddafi, chiesero un governo di unità nazionale e una spartizione del potere. Anche dopo la caduta di Tripoli e la morte di Gheddafi, alcuni stati non riconobbero subito il Ctn. E fu ancora la Francia, ora con il sostegno della Nato, a risolvere la questione con l’intervento militare, suscitando l’imbarazzo e la protesta di molti stati africani.

Il fatto che la Francia avesse preso l’iniziativa in entrambi i casi ha giocato un ruolo determinante nella mancata rielezione di Ping. Subito, infatti, è stato accusato di favorire Parigi e di proteggere gli interessi francesi nel continente. Perfino i suoi nove anni come ministro degli affari esteri gabonesi sono stati riletti come “filo-francesi”.

È noto a tutti che ci sono divisioni tra i paesi anglofoni e francofoni nell’Ua. Ma nella mancata conferma di Ping è stata determinante la divisione tra l’Africa Occidentale e l’Africa Australe. La Nigeria, paese leader dell’Africa dell’ovest, sosteneva Ping, mentre il Sudafrica, gigante dell’Africa del sud, puntava sul proprio candidato, Dlamini-Zuma. Il Nord Africa, che avrebbe potuto mediare tra i due blocchi, era in subbuglio per la “primavera araba” che aveva portato a un cambiamento di governo in Egitto, Tunisia e Libia.

Oltre tutto, l’Africa settentrionale è sempre più vista come parte del Medio Oriente o del mondo mediterraneo. A questo riguardo, a Gheddafi va riconosciuto il merito di aver tentato di integrare il Nord Africa nel resto del continente.

L’opposizione della Nigeria alla candidatura della sudafricana Dlamini-Zuma è stata dovuta al fatto che i cinque stati membri permanenti al Consiglio di sicurezza dell’Ua (Nigeria, Sudafrica, Algeria, Libia e Egitto) avrebbero dovuto essere esclusi dalla competizione per la presidenza della Commissione, per evitare che la corsa a questa candidatura diventi, in pratica, una corsa al controllo dell’Unione stessa. E infatti una regola non scritta prevede che la carica di presidente della Commissione sia riservata a esponenti di nazioni minori.

Il Sudafrica, però, è rimasto testardamente fermo sulla sua posizione iniziale. Tra febbraio e giugno, Pretoria ha svolto una vigorosa campagna per Dlamini-Zuma, usando tutto il suo peso economico e politico per raggiungere il risultato. Questo atteggiamento alquanto “macistico” ha innervosito molti in Africa, tanto che si è giunti ad accusare il Sudafrica di aver “comperato” il voto di alcune nazioni.


Ostacoli

Nella Commissione Ua la bontà o meno dell’operato del presidente dipende molto dalla cooperazione degli altri nove commissari: se questi non lo sostengono, il fallimento è dietro l’angolo. Ma non va sottovalutato il peso che hanno il Consiglio esecutivo dei ministri degli esteri, che si riunisce prima dei vertici dell’Assemblea dei capi di stato (decidendo, molto spesso, l’ordine del giorno) e il Comitato permanente dei rappresentanti degli ambasciatori africani ad Addis Abeba. Il mancato sostegno di questi due organismi – che rispecchiano tutte le differenze esistenti tra i capi di stato – costituisce un ostacolo difficile da superare all’azione dell’Ua.

Sono state proprio queste divergenze a impedire una più significativa azione di Ping nei conflitti che ha dovuto affrontare. Ed è scontato che continueranno a ostacolare la libertà di azione di Dlamini-Zuma.
Se le strutture dell’Ua non saranno snellite e la loro dipendenza dal consenso dell’Assemblea dei capi di stato diminuita, il successo di ogni futuro presidente della Commissione continuerà ad essere parziale. Considerate le molte limitazioni con cui Ping ha dovuto operare, forse meriterebbe dei complimenti per il lavoro svolto. Di certo, non lo si può incolpare per la mancata rielezione. Del resto, dei 12 segretari generali dell’Organizzazione dell’unione africana e presidenti della Commissione dell’Ua, solo Diallo Telli (1964-1972) e Salim Ahmed Salim (1989-2001) hanno servito per due mandati. Molti hanno occupato la posizione per 4 o 2 anni; altri per 1 anno.

È scontato che la carica di presidente della Commissione Ua goda di un certo prestigio. Ma l’incarico prevede stressanti negoziati e umilianti compromessi con le varie strutture dell’Unione. E poi ci sono le voci di corridoio, le insinuazioni, le maldicenze… Tutto sommato, Nkosazana Dlamini-Zuma può solo imparare dall’uscente presidente Jean Ping. Cui io, personalmente, do la sufficienza.

*Katabaro Miti è Professore di scienze politiche all’Università di Pretoria