Il riscatto di un chokorà (bambino di strada in swahili) che è riuscito a non smarrirsi tra gli slum di Nairobi; una riflessione sul cibo e su cosa significhi, nel sud del mondo, scegliere una via lenta alla produzione e al suo consumo; un progetto di integrazione in fieri, che unisce il Kenya, la frazione di un comune piemontese e un piccolo centro agricolo nel palermitano.

Tieni il tuo sogno seduto accanto a te, coedizione Giunti-Slow Food firmata da Duncan Okech e Maria Paola Colombo, intreccia abilmente questi tre filoni. Racconta la storia vera, autobiografica di Duncan, che nasce in un villaggio kenyano e rimane presto senza genitori. Un giorno, che sembra bello e invece segna l’avvio di una discesa agli inferi, torna al villaggio un fratello, emigrato a Nairobi anni prima. Non aveva mia visto il piccolo Duncan e decide di portarlo con sé, a Kibera, il più grande slum della capitale, una città nella città dove vivono working class, poveri e poverissimi.

Qui Duncan ha cibo e vestiti, studia e si affeziona al fratello. Quando questi però prende moglie, tutto cambia: così tanto e in peggio che il bambino fugge e diventa un chokorà. Abbraccia una vita desolata, disperata, in cui nascono legami preziosi e fragili. L’incontro fortunato con Papà Moses, un uomo dello slum che ha creato una casa per gli street children, lo riporta tra i banchi.

Nel Giardino dei bambini Duncan si appassiona al lavoro dell’orto, capisce il valore dell’impegno e della determinazione, comincia a scorgere le ambiguità dell’Occidente. Dopo varie vicissitudini (che permettono al lettore di scoprire come funziona il sistema educativo del Kenya), ottiene una borsa di studio per frequentare l’università in Italia, a Pollenzo, dove Slow Food ha creato la facoltà di Scienze Gastronomiche.

Oggi Duncan ha ottenuto il suo titolo e risiede per la maggior parte del tempo a Camporeale, dove collabora con una cooperativa «che crede nell’economia circolare, nel cibo bio e rispetta l’ambiente». Studia per loro ricette adatte alla conservazione degli ortaggi. Si mette alla prova e intanto continua a progettare il ritorno in Kenya. «Avevo avuto una buona opportunità in Belgio, dopo la laurea. Ma la burocrazia europea mi ha bloccato. Così sono tornato e sto facendo questa esperienza in Sicilia. Il mio futuro però non è qui».

L’Italia ti ha deluso?
All’inizio mi sembrava tutto bello. Gradualmente ho iniziato a vedere tante cose che non vanno, a partire dall’ostilità verso gli stranieri. È normale: i limiti si scoprono a poco a poco, ma non per questo si smette di volere bene. Infatti io voglio bene a questo paese. Sogno però di tornare nel mio.

A dare magari una mano a Papà Moses?
Vorrei fare qualcosa di più che dare una mano: creare la mia impresa e dare lavoro e cibo buono a molte persone. Per farcela servono mezzi, un piano strategico, collaboratori di fiducia. Sono cose che non si improvvisano, ma vanno costruite con cura.

In che modo studiando a Pollenzo è cambiata la tua visione del cibo?
Mi sono più chiari ora i legami tra le scelte di produzione, di acquisto, di consumo e le ingiustizie sociali o i problemi ambientali. In Africa, più che altrove, l’approvvigionamento del cibo è legato ai fattori climatici. Se non piove, non si mangia. Se piove troppo, il raccolto marcisce e non si mangia ugualmente. Ho scritto questo libro per essere d’esempio a altri giovani. Per ricordare a loro e anche a me quanto sia importante tenersi sempre il proprio sogno accanto.