PAROLE DEL SUD – novembre 2010
Giampietro Baresi

«Ce l’ho sempre avuta con la chiesa cattolica. Mi sono sempre ribellato ad essa. Quando ero bambino, chiesi di diventare chierichetto, ma il prete mi disse che quel servizio era riservato ai bambini bianchi. La stessa cosa succedeva con i giovani neri che volevano essere sacerdoti e le ragazze che chiedevano di diventare religiose. Sì, ce l’ho – e molto – con la chiesa, perché la ritengo responsabile di molte cose negative nei confronti dei neri in tanti secoli di schiavitù».

Giuro che non mi sarei mai aspettato un attacco tanto frontale dal carceriere nero che avevo incontrato tante e tante volte durante le mie visite settimanali al penitenziario. Il nostro rapporto era sempre stato corretto, molto rispettoso, e anche caratterizzato da una certa familiarità. Anche oggi, a distanza di settimane, non so spiegarmi perché abbia scaricato su di me quel suo sfogo così acido e violento.

Non ho però dubbi che quel grido veniva dal profondo di una secolare storia di umiliazioni e sofferenze ed echeggiava quello di generazioni di brasiliani di origine africana, vittime di un crimine collettivo durato troppo a lungo nelle Americhe. La verità vuole che lo si consideri uno dei più orribili crimini della storia dell’umanità, le cui conseguenze perdurano oggi – e in modo molto vivo e sentito – nelle condizioni di emarginazione in cui versano decine di milioni di afro-americani.

Lo spazio consentito da questa rubrica è troppo breve anche solo per tentare di offrire un abbozzo di quella tragica storia e delineare le mille e mille ferite da essa lasciate e che sono tuttora aperte. Chi volesse cimentarsi nell’approfondimento di tale storia non deve far altro che cercare libri, documenti e testimonianze in libreria o in biblioteca. Nigrizia stessa, di tanto in tanto, anche nel recente passato, è tornata sull’argomento con precisi dossier e articoli.

Ciò che, invece, desidero fare in queste poche righe è soffermarmi brevemente sull’“esame di coscienza” che la chiesa cattolica in Brasile ha iniziato a fare da una decina di anni e i cambiamenti pratici che ciò ha comportato. Va da sé che ci sia ancora molta strada da percorrere con coraggio e che ci siano ancora molti radicali cambiamenti da apportare nella struttura stessa della chiesa e nel comportamento dei cattolici e dei cristiani in genere (e non solo in Brasile), prima di poter dire che il mea culpa possa essere giudicato davvero sincero. Tanta umiliazione, tanta sofferenza e tanto disprezzo – tuttora presenti – non si cancellano solo a parole.

Mi auguro che nessuno dei miei lettori pensi che io sia un masochista e che desideri che tutta la chiesa lo diventi. Né vorrei che pensasse che stia suggerendo una facile via d’uscita: «Ti ho chiesto scusa. Ora dimentichiamo tutto».

Si sono già cercate altre facili vie d’uscita per alleggerire lo schiacciante peso storico delle responsabilità. Tanto per menzionarne una, si è detto – e si continua a dire – che la chiesa è sempre stata “figlia del suo tempo” e che, anche per la schiavitù, essa fu influenzata dalla “mentalità di un’epoca”. Già! Peccato che la mentalità di un’epoca viene sempre fatta coincidere con il modo di pensare della classe dominante di quel dato tempo. Di certo, i milioni di schiavi strappati alle loro terre la pensavano in maniera del tutto diversa. Loro, i perdenti, erano convinti che Dio stesse dalla loro parte e non dalla parte dei prepotenti. Ma chi si preoccupò di ascoltarli, di farsi “influenzare” dalla loro “mentalità” e conoscere, così, anche come la pensava il Dio biblico che si schiera sempre dalla parte dello schiavo contro il faraone di turno?

Davanti alle gravissime responsabilità storiche nei confronti dei neri, l’unica “via d’uscita” onesta è che la chiesa, a tutti i livelli, scenda da ogni tipo di trono – materiale, sacrale, culturale, giuridico, ecc. – e si ponga in ascolto di chi non ha a disposizione i mezzi per cambiare la mentalità dominante e influenzare i ceti sociali che ne determinano il peso. Ciò significa decidere di rivisitare la storia dei secoli di schiavitù, ascoltare i discendenti di quegli schiavi, con profondo rispetto, con somma attenzione e con la disposizione d’animo a convertirsi alla solidarietà con la loro storia di oggi, senza mezze misure e spezzando ogni tipo di alleanza con i poteri odierni, eredi diretti della mentalità e del sistema schiavisti.

Prima di chiudere, due parole sul perché ho dedicato la rubrica alla questione degli afro-brasiliani. In Brasile, il 20 novembre è dedicato alla “memoria di Zombi”, il grande eroe che lottò fino alla morte per liberare i suoi fratelli e le sue sorelle dalla schiavitù. È la giornata della consciência negra. Suggerirei di tradurre l’espressione con “consapevolezza negra”. “Negro” sta a indicare l’orgoglio di razza. “Nero” indica semplicemente il colore della pelle.