Burundi / La crisi
In Burundi continua la crisi innescata dalla candidatura e dalla successiva rielezione del presidente Pierre Nkurunziza in elezioni farsa. La comunità internazionale prova ora scendere in campo dopo tanta inazione e indifferenza. Il governo di Bujumbura non mostra segni di apertura.

Che le cose non vadano bene in Burundi lo si sa da tempo, da quando cioè il presidente uscente, contravvenendo alla Costituzione, aveva posto ad aprile la sua candidatura per un terzo mandato e a luglio è stato rieletto in elezioni che di democratico non avevano che il nome. Ma non è ipocrisia manifestare ora sdegno di fronte alle dichiarazioni “bellicose” dei rappresentanti del governo di Bujumbura, quando prima si è lasciato correre senza far nulla? Non sarebbe stato meglio intervenire a monte?
L’esempio della Francia è lampante. Ora Parigi si fa avanti per proporre al Consiglio di sicurezza dell’Onu una risoluzione che minaccia sanzioni contro gli autori di disordini e fa appello a tutte le parti in conflitto perché rifiutino ogni forma di violenza. Senza però aver prima stabilito da che parte viene, innanzitutto, questa violenza.
La risoluzione – che esige la fine degli scontri in Burundi, condanna le violazioni dei diritti umani, gli incitamenti all’odio, gli assassini mirati e si dice preoccupata per l’impasse politica che ha portato 200mila burundesi a lasciare il pese per rifugiarsi nei paesi vicini – fa eco alle denunce arrivate nei giorni scorsi, sia dall’Unione Africana (Ua) che dagli Stati Uniti, sulle violazioni dei diritti umani e alle parole incendiarie espresse dal presidente del senato burundese, che aveva dichiarato di voler radere al suolo i quartieri di Bujumbura che rigettano il terzo mandato di Nkurunziza. I tre membri africani non permanenti del Consiglio di sicurezza, cioè Ciad, Angola e Nigeria appoggiano la risoluzione francese. Diventa quindi difficile per Cina (sempre contraria alle sanzioni) e Russia (che accusa la Francia di volere rovesciare il regime di Nkurunziza) bloccarla.

Chiusura totale
Un dialogo inter-burundese è senza dubbio urgente. Ma il governo intende dialogare? I fatti recenti lo smentiscono.
L’Ua, alla vigilia delle elezioni presidenziali in Burundi, aveva fatto appello alla mediazione ugandese per rannodare un dialogo tra governo e opposizione. Tutto vano. E ora si dovrebbe arrivare in Burundi a un governo di unione nazionale? Chi lo crede non conosce la realtà politica del paese.
Mentre da un parte c’è il presidente della piattaforma di opposizione Cnared che insiste per un processo di negoziati che dovrebbe portare a nuove elezioni, libere e trasparenti.  Il governo burundese di “Nkuru Nziza” (fa un po’ specie pensare che questo nome si traduce in italiano con “buona novella”!) non solo non intende assolutamente dialogare con chi usa le armi (comprensibile), ma nemmeno con chi anche solo un po’ gli oppone resistenza. Il suo dialogo significa accettazione del fatto compiuto, la rielezione di Nkurunziza. Di che dialogo stiamo allora parlando?
Un ultimatum era stato lanciato dal presidente Nkurunziza alle forze di opposizione affinché deponessero le armi entro il 7 novembre. Ma di fronte ai timori della comunità internazionale, sempre pronta a credere a una nuova guerra civile o a massacri genocidari, il governo ha gettato acqua sul fuoco negando propositi bellicosi. Dichiarazione subito smentita dagli scontri del fine settimana avvenuti durante le perquisizioni nei quartieri roccaforte delle opposizioni nella capitale Bujumbura, che hanno provocato molte vittime (numero ancora difficile da definire). Basti pensare che nella serata di sabato 7 novembre un bar di Kanyosha, quartiere a sud della città, è stato attaccato da uomini in uniforme provocando almeno 9 morti civili.

Appelli dall’odiato vicino
Un allarme sulla situazione è stato lanciato anche dal presidente del confinante Rwanda. Paul Kagame, facendo riferimento a quanto avvenuto nel suo paese con il genocidio del 1994, ha chiesto: «Com’è possibile che dei dirigenti si autorizzino a massacrare la propria popolazione da mattino a sera?». E ha continuato: «Il presidente (burundese) si chiude in sé, nessuno sa dove si nasconde, nessuno può incontralo per parlargli. Come può pretendere di dirigere il suo paese? Della gente muore ogni giorno, i cadaveri sono disseminati per le strade. E chiamano tutto questo “problemi politici”. Ma che tipo di politica è? I dirigenti del Burundi si vantano di essere uomini di Dio, e alcuni sono addirittura pastori. Ma in che Dio credono? (…) C’è forse un passaggio della Bibbia in cui i dirigenti sono chiamati a massacrare il loro popolo?».
La risposta sdegnata non poteva tardare. “È in atto una manipolazione della comunità internazionale – ha detto il portavoce del governo burundese Willy Nyamitwe – finita nelle maglie di un’opposizione che ha sempre evocato la parola ‘genocidio’ e che ha divulgato un’immagine errata di alcuni responsabili del Burundi”. Facile aspettarselo, soprattutto se Bujumbura accusa da sempre il vicino del nord di appoggiare i suoi oppositori, mentre il Rwanda da mesi teme che le violenze in Burundi si trasformino in massacri a carattere etnico di cui i tutsi sarebbero le prime vittime.

Nella foto una delle prime manifestazioni degli oppositori alla candidatura per un terzo mandato presidenziale del presidente burundese Pierre Nkurunziza. Aprile 2015. (Fonte: Simon Maina / Afp)