Guinea Equatoriale / Presidenziali
Ha organizzato il voto a modo suo, con meticolosa ferocia. Approfittando dell’inconsistenza dell’opposizione e dell’indifferenza dell’Occidente. Così il dittatore Teodoro Obiang Nguema si è riconfermato per altri sette anni. Ma ha votato meno del 50%.

37 anni di presidenza ininterrotta non hanno saziato Teodoro Obiang Nguema che si è accaparrato un altro mandato presidenziale di sette anni, dopo aver calpestato un buon numero di leggi costituzionali. Ha vinto le elezioni del 24 aprile scorso con una percentuale farsa del 93,7%. Delle sette volte che si è candidato dal 1979, cinque sono illegali, dato che la Costituzione stabilisce il numero massimo di due mandati presidenziali consecutivi.

In questa ultima elezione – dopo aver fissato la data a sorpresa, senza consultazioni e con un preavviso di soli 43 giorni –, con una serie di decreti ha proibito ai partiti politici dell’opposizione di ricevere donazioni dall’estero per la campagna elettorale, oscurato i mezzi di comunicazione web contrari al regime e silenziato ogni voce dissidente con la consueta ferocia.

Gabriel Nse Obiang, leader di Ciudadaños por la Innovación ed escluso dalla corsa presidenziale per decisione della Commissione elettorale nazionale, ha denunciato l’assassinio di molti militanti, detenzioni e torture diffuse nei giorni a ridosso del voto.

La coalizione che raggruppa diversi partiti dell’opposizione (Fod) ha invitato a boicottare il voto, denunciando la situazione di totale frode in cui si sarebbe svolto. E molti testimoni dicono che nelle sezioni il voto è stato pubblico e con la sola presenza di osservatori del Pdge, il partito di maggioranza di Obiang; che la polizia ha presidiato i seggi con lo scopo di intimidire i cittadini, che c’erano schede elettorali senza il simbolo dei partiti di opposizione e che le liste dei candidati sono state occultatate.

I dati ufficiali, diffusi dalle agenzie, dicono che ha votato oltre il 93% degli aventi diritto, ma secondo fonti dell’opposizione, i guineani un segnale l’anno dato: oltre il 50% non sarebbe andato a votare. Se confermato, questo dato indica che la popolazione ne ha le tasche piene del clan Nguema.

L’altro maggiore partito di opposizione, il Cpds, non solo non ha presentato alcun candidato, ma ha anche sollecitato la comunità internazionale a non riconoscere la validità di queste elezioni. Finora, però, sono poche e marginali le voci che in Occidente, soprattutto in Europa, abbiano denunciato la grottesca situazione guineana.

Gli intellettuali fuoriusciti dal paese sono indignati. Donato Ndongo Bidyogo, giornalista e scrittore, denuncia le connivenze occidentali: «Ai governi occidentali interessano solo le ricchezze della Guinea Equatoriale, non le persone che ci vivono. Un paese con un prodotto interno lordo tra i più alti del continente, maggiore anche di quello di molti paesi europei, ma con un indice di sviluppo umano in 144ª posizione su 187 nazioni: se l’Europa non avesse supportato la nostra dittatura concludendo affari sulla pelle della nostra gente, la situazione oggi sarebbe molto diversa».

Lo scrittore guineoequatoriano Juan Tomás Avila Laurel, voce audace, spesso fuori dal coro, bacchetta le opposizioni: «Le ambizioni personali hanno sempre impedito che i guineani siano una sola voce contro la barbarie, sbriciolando le energie in una quantità di partiti e formazioni, sempre unipersonali. Questa divisione ha contribuito alla cristallizzazione del potere del clan Obiang. Se non ci s’interroga a fondo sulle divisioni, il concetto stesso di democrazia diventa astratto e privo di contenuti».

Chiaro infatti che gli snodi politico-sociali del paese sono due: l’omertà endemica dell’Occidente ai fini del profitto e la scarsa credibilità delle opposizioni agli occhi dei cittadini. Non a caso, in passato, esponenti di spicco dei partiti di opposizione sono stati riassorbiti dalla dittatura: hanno ottenuto prestigio sociale e molto denaro in cambio di una totale ininfluenza politica.

Nella foto in alto il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema.