AL-KANTARA – GENNAIO 2018
Mostafa El Ayoubi

«La città santa, il cui status quo deve essere difeso e preservato, dovrebbe essere un luogo in cui tutti possano vivere insieme in pace, altrimenti l’infinita spirale di sofferenza continuerà per tutti». Queste sono state le parole pronunciate da papa Francesco in occasione di un incontro con il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme Theophilos III, il 23 novembre scorso, in reazione alla denuncia, la scorsa estate, di tredici Chiese cristiane di Gerusalemme riguardo alla «sistematica politica di Israele di indebolire la presenza dei cristiani» in questa città. Il pontefice ha fatto capire che la città santa delle tre religioni non può essere oggetto di speculazioni geopolitiche.

Il 5 dicembre, il presidente americano ha annunciato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento in essa dell’ambasciata Usa, sancendo così un nuovo status della città che diventa quindi capitale “una e indivisibile” dello stato israeliano. Un provvedimento in netto contrasto con il diritto internazionale e con le risoluzioni Onu che hanno decretato che Gerusalemme est è sotto occupazione militare e che deve essere restituita ai palestinesi. La mossa di Trump è stata criticata dalla comunità internazionale e ha suscitato sdegno e rabbia tra palestinesi (musulmani e cristiani).

Il provvedimento di Washington – che Trump aveva annunciato durante la sua campagna elettorale – non è altro che una fase avanzata della “giudaizzazione” dell’intera città santa. È in atto da molto tempo una sistematica strategia di modifica del suo status a favore degli ebrei israeliani attraverso la trasformazione del suo assetto demografico e urbano. Lungo gli anni, migliaia di palestinesi sono stati cacciati dalla parte est della città e demolite molte case. Nel contempo sono stati concessi nuovi insediamenti per coloni.

Ma non tutto il processo è avvenuto attraverso la coercizione e la violenza. Il patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, il secondo più grande proprietario terriero e immobiliare della città dopo lo stato israeliano, è oggetto di critiche da parte della sua comunità araba cristiana (e non solo) per gli scandali di vendita di immobili e terreni a società offshore legate a uomini d’affari ebrei. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, la Chiesa greco-ortodossa ha venduto diverse proprietà a prezzi stracciati. Nel 2016 il patriarcato ha ceduto alcune sue proprietà alla Nayot-Komemiyut, società legata all’uomo d’affari ebreo Noam ben David. Il Times of Israel ha rivelato che diverse proprietà di questa Chiesa sono passate alla Oranim limited, legata all’ebreo americano Michael Steinhardt, e alla Kronty investments limited, il cui maggior azionista è David Sofer, ebreo israeliano. Secondo fonti interne alla Chiesa, questi due uomini d’affari conoscevano Theophilos III ancor prima della sua elezione nel 2005.

La comunità cristiana greco-ortodossa di Gerusalemme chiede la destituzione del patriarca (greco) e la sua sostituzione con uno di origine araba. Nel frattempo è allo studio un progetto di legge israeliano per la nazionalizzazione delle terre e delle proprietà in mano a società straniere.

Theophilos III

È il 141° primate della Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme. Eletto all’unanimità il 22 agosto 2005 dal sinodo e in seguito confermato dal sinodo pan-ortodosso di Costantinopoli. La sua elezione è stata riconosciuta ufficialmente dal governo di Israele nel dicembre 2007.